25 aprile

La libertà è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la possibilità di cercare, si sperimentare, di dire no a una qualsiasi autorità, letteraria, artistica, filosofica, religiosa, sociale e, anche, politica.

Ignazio Silone

Buon 25 aprile a tutti

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Vai, c’è sul radar la flotta di Vega/2

Tra le notizie di oggi, su Repubblica, sezione dedicata a Bologna, è comparso un interessante articolo.

Figlia 47enne, disoccupata, torna a vivere con la madre, 68enne. E fin qui. Cose che possono (anche) capitare.

La figliola, vegana e, a spanne, anche abbastanza convinta, ha dato di matto innanzi al ragù preparato con perizia dalla padrona di casa (incidentalmente, vi ricordo, colei che provvede ad affitto e bollette e che si è ripresa in casa questo boomerang in fase di rientro) e le ha soavemente comunicato che, se non l’avesse piantata con siffatta pratica le avrebbe piantato un coltello in pancia.

La signora si è (comprensibilmente) seccata e fors’anche (visto che mala tempora currunt tra le mura domestiche) preoccupata e son finite davanti al giudice di pace.

Il resto della vicenda, e pure la vicenda in sé, è senz’altro trascurabile.

Non foss’altro che mi sono immaginata mia madre (peraltro praticamente coetanea della signora) durante la scena.

Mia madre. Un donnino minuto che tutti considerano indifeso. Finché, of course, non la conoscono.

Mia madre, una donna, nei fatti, in grado di far filare col solo sguardo un’intera divisione della Wehrmacht.

Mia madre che non mi metteva a letto con la lucina e tutte ‘ste stronzate moderne. Spegneva la luce. E, a quel punto, ero tenuta a non rompere i coglioni se non in caso di effettiva necessità (e i casi di effettiva necessità si contavano sulle dita della mano, e ce n’era d’avanzo).

Mia madre che al mattino mi svegliava e io mi ritrovavo a scuola colazionata, lavata, pettinata e grembiulata senza soluzione di continuità.

Mia madre, che da nonna si è ammorbidita. Talmente tanto da incutere comunque un discreto timor panico alla minore.

Tutto questo per dire che:

  1. Se avessi anche solo importunato mia madre durante la cottura del ragù, sarei entrata immediatamente a farne parte.
  2. Che quattro calci in culo al momento giusto, sono solo formativi

Le stagioni nel sole finiscono lo sai, proprio quando ti accorgi di amarle più che mai

Quando Frizzi iniziò la sua carriera televisiva, io avevo 8 anni, e guardavo Tandem, ovviamente.

Lui ne aveva 25.

Per 35 anni, è stato una presenza tv rassicurante, educata e perbene.

Che non facesse finta, lo si desume dalle molte dichiarazioni odierne che, per una volta, non sono suonate false o di circostanza.

Oggi se n’è andato un signore di 60 anni, che ricorda a molti di noi la nostra giovinezza e, pure, l’inesorabile trascorrere del tempo.

Ogni anno che passa è ormai un avvicinarsi alla scadenza impressa su quel vasetto di yogurt che è, in fondo, la vita.

E il rischio di alzare la carta sbagliata è ogni volta un po’ più probabile.

Che la terra gli sia lieve. E non contorto il cammino.

La musica è finita, gli amici se ne vanno

È difficile dirlo meglio della ‘povna, che con Brioches, analizza i perché di una sconfitta che è stata certamente bruciante, ma altrettanto certamente non inattesa. E neppure, a voler essere onesti, ingiusta.

I segni dell’apocalisse c’erano tutti, bastava osservarli. E ascoltarli.

Il problema è che per ascoltarli occorre uscire dalle nostre enclave belle, pulite e profumate, che odorano di cultura, cura, scelta.

La vita, quella vera, quella della maggior parte dei nostri concittadini, è altra.

È una vita in cui la parola scelta, spesso, si concentra in un dualismo tra: pago la mensa della creatura o la bolletta del gas? Compro le medicine per la pressione o pago la pigione?

Poi ci si chiede perché si incazzino, e votino Lega. O M5S. Dipendendo, questo sì, dai gusti personali.

Oltre il 50% degli Italiani non ha votato un’idea. Ma una speranza. Quella di stare meglio. O un po’ meno peggio. Perché anche nella merda, ci sono le graduatorie.

Questo è un Paese che spesso si interroga. Ma facendosi le domande sbagliate. E accettando le risposte romantiche (intese come Romanticismo) e un po’ piagnone che piacciono e fanno stare sereni. Come Enrico, che poi, infatti, s’è visto.

Ridere di coloro che si accalcano a chiedere del reddito di cittadinanza è vile e crudele. Provate voi a non avere un cazzo, neppure la speranze. Poi, con calma, ne riparliamo.

Il PD ha fatto senz’altro progressi per la vita della società italiana, ma ammetto, senza infingimenti, che delle unioni civili, del fine vita o dello ius soli, mi fregherebbe il giusto, cioè molto poco, se dovessi ogni giorno combattere per la sopravvivenza quotidiana mia e dei miei cari.

E quando parlo di sopravvivenza quotidiana, parlo di dover considerare superflue cose che tutti noi consideriamo essenziali, acquisite e insindacabili.

In campagna elettorale ci è stato ripetuto con costanza quanto la sinistra sia buona, brava, bella e democratica. Quanto tenga ai valori della giustizia sociale e dell’accoglienza. Ma non una parola su come risolvere i problemi di quella fetta di popolazione, sempre più ampia, peraltro suo tradizionale bacino elettorale, che ha problemi non banali di sussistenza.

Si aggiunga, in questa sinistra, una protervia pari all’ignoranza.

Innanzitutto. Il reddito di cittadinanza è davvero un tabù inaffrontabile? Oppure si potrebbero riallocare diversamente certi stanziamenti di bilancio? È davvero impensabile contribuire alla creazione di un fondo di solidarietà facendo prelievi forzosi su certe rendite pensionistiche che superano (per fare un esempio) i 5.000 o i 10.000 euro?

Ridistribuire le ricchezze oltre una certa soglia per garantire la pace sociale non è un’eresia. È il fondamento delle migliori socialdemocrazie.

Possibile che tutto il PD non sia riuscito a trovare un solo rappresentante che in una qualsiasi trasmissione televisiva abbia avuto l’ardore e l’ardire di dire a Salvini che affermare che la flat tax è più equa delle aliquote progressive è una bestemmia sia economica che matematica? E poi alzarsi, trascinarsi ad una lavagna e con due semplici mosse che capirebbe pure mia figlia (terza elementare) dimostrare l’ovvio, e cioè che solo l’imposta progressiva garantisce l’equità fiscale.

Prendiamo uno che guadagna 100 e uno che guadagna 1000. Mettiamo un’aliquota fissa (flat) al 10%. Uno corrisponderà 10, e l’altro 100. Adesso consideriamo un’aliquota al 10% da 0 a 500, e una al 20% da 500 a 1000. Chi guadagna 100 corrisponderà sempre 10. Chi guadagna 1000 corrisponderà 50 (da 0 a 500) + 100 (da 500 a 1000) per un totale di 150 (in luogo dei 100 con l’aliquota unica). E ora l’indovinello: tra chi guadagna 100 e chi guadagna 1000 chi ha avuto maggior beneficio dalla flat tax?

È difficile spiegarlo? No. Il problema è che pensano: a) di avere dinanzi dei mentecatti che tanto (poverini) non ce la possono fare; b) che devono sporcare i loro bei discorsi aulici scendendo nel dettaglio dello sporco quotidiano. Non fosse mai.

C’è qualcuno che vuole prendersi la responsabilità di dire che oggi, l’ascensore sociale, in Italia, è bloccato? Che anche se hai dei meriti, comunque l’essere nati bene rappresenta un vantaggio non colmabile? È sempre stato così, dite? No. È sempre stato abbastanza così (essere nati bene aiuta, anche nascere belli aiuta, se è per quello), ma nel passato il merito consentiva (col doppio o il triplo dello sforzo) di colmare quel gap. Oggi, merito o meno, se non hai una base di partenza sei condannato a crepare in un call center. O a fare il pony express a Cinisello.

Non faccio per dire, in quell’abbastanza, ci passa un mondo.

I licei sono intasati da figli di papà ignoranti come zappe, spesso privi di consapevolezza sociale e, quel che è peggio della consapevolezza del loro essere dei privilegiati, e dotati un ego ipertrofico alimentato da genitori accudenti che, dopo aver passivamente accettato cinque trascorsi ad osservare i libri con lo sguardo consapevole di una mucca al pascolo, ed essersi scagliati contro professori mai all’altezza e incapaci di comprendere le profondità della psiche degli amati virgulti, consentono loro di trasferirsi a marcire per un tempo illimitato presso un ateneo a caso in una facoltà a caso, che tanto è lo stesso, è il pezzo di carta che conta e poi nonna ci resta male.

Nel frattempo, nei professionali e negli istituti tecnici ci sono potenziali che nessuno svilupperà mai. E di cui a nessuno fotte mediamente un cazzo (a parte qualche eroico insegnante, su cui comunque non si può pensare debba poggiare il peso dell’equità scolastica di questa Repubblica).

Il problema non è la tanto paventata fuga di cervelli, che coinvolge alla fine un numero ristretto di persone, quasi sempre anch’esse provenienti da ambienti privilegiati. Perché molto spesso non si tratta di veri cervelli in fuga ma di dipendenti dislocati altrove dai loro datori di lavoro che sono a loro volta multinazionali con sedi sparse nel mondo. Se mi assumono a Milano e dopo un paio d’anni mi trasferiscono a Londra, si chiama trasferimento, non fuga.

E ti chiedi: ma questa classe politica sa che cos’è l’ascensore sociale? Quale depauperamento porti (a tutti noi, nessuno escluso) il suo blocco?

Quali talenti andremo a disperdere? Quanto ci costerà non tanto nel breve, ma nel medio e lungo termine?

Questi interrogativi per dire che ridurre il problema a Renzi e al renzismo implica un’auto-assoluzione che, nei fatti, la sinistra non può, oggi, permettersi.

La sinistra deve ritornare a fare la sinistra. A rappresentare progresso e giustizia sociale, non a fare l’occhiolino all’alta borghesia fintamente illuminata (perché quella illuminata davvero di fronte a tanto ciarpame, li voterebbe comunque).

E deve ritornare a fare la sinistra non per prendere voti, ma per ritrovare se stessa. Non per andare in cerca di un comunismo che, è ovvio, non esiste più, ma di una socialdemocrazia vera che consenta a tutti, ultimi compresi, di vedere rappresentati i loro bisogni.

Per riprendere a far funzionare quell’ascensore sociale che, unico, può far riprendere slancio al sistema Paese, facendo il bene di tutti. Anche del figlio del fascista. Perchè questo è sempre stato il valore della sinistra. Il resto, perdonatemi, sono cazzate da salotti buoni per cui mi manca il tempo, la voglia e l’attitudine.

L’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura

Poi, dopo tutto, alla fine scegliere è stato facile.

Perché alla fine, iome, non è donna di grandi pippe mentali.

E domani entrerà nella cabina elettorale e farà la sua croce. Come ha sempre fatto.

Senza troppi rovelli, senza eccessivi ragionamenti.

Perché il punto non è chiedersi chi renderà migliore questo Paese (sereni, nessuno) ma chi non lo renderà peggiore.

Chiedersi quali sono i valori irrinunciabili che definiscono chi siamo.

No. Non è difficile.

È una piccola storia ignobile, che vi voglio raccontare

Io non lo so quanta verità ci sia in questa vicenda pentastellata dei rimborsi.

Vi dirò, manco mi importa. Non li avrei votati comunque.

Dice un detto spagnolo: “si el río suena, piedras trae”. Se il fiume mormora, porta pietre.

Comunque non ha, davvero, importanza. La mettiamo via, con le collusioni di Silvio e gli intrecci con le banche di Matteo. E le porcate assortite dei leghisti dell’altro Matteo.

L’unica certezza è che in queste elezioni nessuno è autorizzato a fare la morale agli altri.

Purtuttavia, dovendo proprio scegliere, preferisco chi mi prende apertamente per il culo a chi mi prende per il culo e per buon peso mi fa anche la morale.

Perché Sanremo e Sanremo/2

Ed eccoci al pagellone. Dopo tre serate (e il doppio ascolto) più qualche passaggio per radio.

L’ordine, quello della scaletta della prima serata.

Annalisa: Bella voce, discreta canzone. Meglio la seconda interpretazione della prima. Si veste (e si pettina) in maniera esecrabile. Ma questa creatura non ce l’ha una mamma/sorella/zia/cugina/amica del cuore che al momento della scelta dell’outfit le abbia detto ‘tesò, anche no, eh”. Voto: 5 1/2

Ron: Lo so la canzone è di Dalla. Ecco, magari non proprio una canzone di Dalla di prima scelta. Lui è accorato. Noiosa la canzone e noioso lui. Voto: 4

The Kolors: maimaimai. Quel ritornello si pianta in testa. Ci mette più Stash a pettinarsi la mattina che io a spicciare casa, e sono dei tamarri incredibili ma, nel complesso, s’è visto di peggio. In radio sarà un trionfo. Voto: 5 1/2

Max Gazzé: Io ti aspetterò, fosse anche per cent’anni aspetterò. Basterebbero questi versi. E poi, sarà la sua voce, sarà la poesia, ti sembra di andare lontano, in un altrove che non è oggettivamente il palco dell’Ariston. Voto: 10

Vanoni, Bungaro, Pacifico: vedi incedere la Vanoni, trasfigurata da una chirurgia estetica che non apporta giovinezza ma solo un’incontenibile tristezza in chi guarda, e pensi: “madremia come l’hanno (e si é, che nessuno è mai del tutto incolpevole) ridotta”. Poi canta, e non c’è più né un oggi né un ieri. Pacifico e Bungaro, incidentalmente gli autori della canzone, dal punto di vista vocale sono utili quanto un herpes il giorno del matrimonio. Ma saremo sempre grati a Pacifico per quella riga messa lì: “Bisogna imparare ad amarsi, bisogna imparare a lasciarsi”. Eh. In effetti. Voto:8 1/2

Meta/Moro: Vinceranno. O forse no. Ma andranno sul podio. L’unico ostacolo sulla strada era il rischio eliminazione (una palla assurda che qui ci risparmieremo, e che sarà la ragione per cui dovranno accontentarsi di un piazzamento). La canzone è furbetta. Una instant song, sulla scia degli instant book e degli instant movie. Che non mi garbano affatto. Come questa canzone del resto, purtuttavia ben eseguita. Il voto è la media tra l’esibizione (da 8) e la canzone (da 4). Voto: 6

Mario Biondi: Mario Biondi fa la cover in italiano di una qualsiasi canzone di Mario Biondi a caso. Il problema è che in inglese fa più scena. Lui è bravo ma sostanzialmente è una palla assurda. Voto: 5

Roby Facchinetti & Riccardo Fogli: L’età non è alibi. Primo perché a Sanremo ci si va volontariamente, non si viene precettati. Secondo perché la Vanoni (in gara) ma anche Paoli e perfino Memo Remigi dimostrano che l’età non necessariamente incide sulla performance. Il problema è la coerenza. Ora, che Facchinetti già coi Pooh avesse quest’abitudine di dispiegare l’ugola e stirare ogni vocale in circolazione ce lo ricordiamo fin dai tempi di Dio delle citttuuuuaaaa. Però, almeno, non stonava. Adesso quella tonalità, per lui, è inarrivabile. E qui entra in gioco la coerenza, che non è un valore assoluto. Se non ci arrivi più, scendi di tonalità. Diverso il discorso per Fogli. Fogli ha sempre avuto una bella vocalità, ed è rimasta mediamente intatta. Infatti tiene su da solo il traballante duo. Poi, poverello, certi scivoloni li giustifico, tenere intonazione e ritmo mentre quel tanghero ti strilla nell’orecchio le sue vocali ampliate deve essere un’impresa titanica. S’aggiunga che la canzone è una ciofeca di prima categoria. Voto: 4

Lo Stato Sociale: musica accattivante, testo non banale. Qua e là ricordano il mai abbastanza rimpianto Rino Gaetano. La ballerina ottuagenaria è un richiamo alla scimmia gabbanesca. Ma “Se sbagli sei fuori”, è una gran verità. Voto: 9

Noemi: al pari di Annalisa, imparasse a vestirsi. Il parrucchiere che le ha fatto il colore ai capelli, deve odiarla pervicacemente. Quell’arancio sbatterebbe chiunque. Il trucco da pallidona, non aiuta. Detto ciò, la canzone è discreta. Anche più che discreta. Benché a Sanremo Noemi spesso presenti canzoni più brutte di quelle che inserisce nei suoi album, va a capire perché. L’interpretazione sempre valida. Voto: 6 1/2

Decibel: Silvio Capeccia, Fulvio Muzio ed Enrico Ruggeri tornano direttamente da una sperduta galassia degli anni ’80 da cui erano stati inghiottiti. Erano quelli di Contessa (non sei più la stessa), Vivo da re e Polvere, e ci sollevano anni dopo con una canzone che cita Bowie ed è una gran bella canzone. Ruggeri è sempre lui. Voto: 8 1/2

Elio e Le storie tese: La canzone non è memorabile, ma gli Elii si congedano ripercorrendo la loro storia. Ci mancheranno. Cara ti amo – Mi sento confusa. Cara ti amo – Devo stare un po’ da sola. Voto: 9 (alla carriera, però)

Giovanni Caccamo: Ho provato a cercare un lato positivo della performance. Non l’ho trovato. Allora ho provato a cercare un lato negativo della performance. Non ho trovato neppure quello. Inutile. Come le bomboniere dei matrimoni. Voto: 3 (perché l’inutilità è peggio di una brutta canzone o una performance sbagliata)

Red Canzian: un altro Pooh. Se non si scioglievano era meglio. E non lo dico per sfottere. Complessivamente, l’impasto di voci, le loro sonorità, potevano piacere o non piacere ma stavano nel mondo. Da soli sfornano funeste ciofeche. Questa un po’ meno ciofeca dell’altra, perchè a Canzian tiene un po’ di più la voce. Ma la canzone sembra ‘una sigla per anime’ (cit.). Voto: 4,5

Luca Barbarossa: A me Barbarossa piace. Quindi non sono probabilmente del tutto equa. La ballata folk nella tradizione romana egualmente non mi dispiace. La canzone è gradevole e lui è bravo, ma non c’è mai quel guizzo che consente il salto di qualità.         Voto: 6

Diodato & Roy Paci: La prima sera, ho sbuffato. Al secondo mi è piaciuta. Molto. Diodato ha una bella voce, la tromba di Roy Paci spinge il giusto. Non una canzone vincente, ma una canzone gradevole, questo sì. Voto: 6

Nina Zilli: la Zilli è bravissima. Ed è anche bella ed elegante. Ma ha una canzone di una bruttezza rara. E non è la prima volta che le accade a Sanremo. Voto: 4

Renzo Rubino: non ha neanche l’effetto raccapriccio. È solo brutta la canzone. Ed è inutile la sua interpretazione. Voto: 3 (e ce n’è d’avanzo).

Enzo Avitabile & Peppe Servillo: Lo so, sono bravi. Lo so, la canzone non è male. Ma a me non è piaciuta. Non è orrenda. È noiosa. Voto: 5

Le Vibrazioni: E pensare che non mi sono mai piaciuti. E pensare che la prima sera ho detto: ‘la solita ciofeca’. E invece al secondo ascolto e poi in radio, ha fatto centro. Sarcina trascina, la canzone ha energia. E loro, si vede, ci danno dentro perché hanno voglia di suonare. Bravi. Voto: 8

 

Perché Sanremo è Sanremo/1

In attesa del pagellone di domani sui cantanti (lo so, non state più nella pelle), due parole (e qualche voto) sul resto del cucuzzaro.

È un bello show, uno spettacolo gradevole, per una volta non noioso.

1. Pierfrancesco Favino 9

Per me Favino può leggere pure l’elenco del telefono, e direi che è bravissimo. A parte questa devianza mia personale, Favino è una sorpresa. Canta (bene), balla (bene), conduce con garbo. Ha intervistato Sting in inglese senza incertezze e con una voce che… Vabbé, A star is born. E adesso però, per favore, la smetta di fare quell’insulsa pubblicità, prima che arrivi la gallina Rosita e ci spezzi l’incanto.

2. Michelle Hunzicker 8,5

È bella, indossa gli abiti come poche (quello nero, bellissimo, della prima sera sarebbe stato volgare su molte). Sa presentare, cantare, ballare. La prima sera ha faticato a decollare, e ha riso un po’ troppo. Nella seconda è visibilmente migliorata. Anche lei, avercene.

3. Claudio Baglioni 6

Ha fatto più ritocchini di Ornella Vanoni. È auto-referenziale. Ha il calore umano di un frigidaire e quando prova a fare il simpatico lo sforzo si intravede anche sotto il botox. Ma quando canta non ce n’è per nessuno. E ha costruito un festival dove davvero, per una volta, la musica è al centro dello spettacolo. Sufficiente, ma non eccellente.

4. Pippo Baudo 9

Non è un voto alla carriera. Pippo È il festival. Ne incarna essenza e sostanza. Il suo monologo di ieri è stato un piccolo capolavoro. E quando ha minacciato di fare un golpe, ed esautorare il ‘caro’ Claudio, per un attimo ci ho sperato. Una notazione: i capelli bianchi gli stanno meglio di quell’orrenda tintura che portava a spasso.

5. Il Volo 1

Gli avrei dato 0, ma l’anno scorso, sempre al festival, mi è stata impartita una (giusta) lezione di docimologia e quindi li omaggio di un 1. Hanno scempiato una canzone che amo immensamente (Canzone per te), stuprato miseramente Puccini, ma soprattutto li hanno mandati in onda alle 22 relegando Vecchioni all’una. E io me lo sono perso.

A domani, per il pagellone delle canzoni.

Now she walks through her sunken dream

Con addosso una stanchezza ormai aldilà del bene e del male, dopo tre settimane senza pause mai e con molte nottate lavorate, iome osserva il panorama e sorride.

Nulla va bene. È vero. Ma è pur vero che, sin qui, nulla va irreparabilmente male.

Gennaio è alle spalle, e l’apnea, quella vera, che durerà fino al pesce d’aprile ha una fine sempre distante, ma ogni giorno un po’ meno.

Iome sorride, soprattutto, agli sguardi sconcertati di Paciock, persona deliziosa che con lei ha sempre poco avuto a che fare e che trasecola quando lei in cinque minuti materializza una quisquilia del 2008, forte certo di una discreta memoria, ma anche (soprattutto) di un monumentale e preciso archivio elettronico manutenuto con la maniacalità propria dei disordinati cronici.

Iome ascolta, puntualizza e ribatte. Attende sorniona sulla riva del fiume cadaveri che, immancabilmente, passano.

E talvolta si leva dei sassolini dalla scarpa. E tal altra no. Dipendendo dall’occasione, dal caso e, non ultimo, dall’opportunità. Perché se c’è una cosa che ha imparato è l’arte della pazienza.

E si riposa un po’, in attesa degli eventi e dei prossimi colpi di scena che porterà una sceneggiatura che da tempo non era così interessante.

Quello che non ho è un orologio avanti

Ho visto cose che voi umani neppure immaginate.

Ricordo Andreotti, Craxi e De Mita.

Ma anche Bisaglia, Rumor, Nicolazzi e Signorile.

La voce gracchiante di Rosa Russo Jervolino e le improvvide lettere di Carlo Donat-Cattin che per prevenire l’AIDS anziché un più pragmatico preservativo consigliava una casta astinenza, ma si incasinò e mandò la lettera pure alle suore di clausura (poi, ecco, magari lui aveva informazioni diverse e la lettera non era mal indirizzata, anche questa è un’ipotesi).

Ricordo Giorgio La Malfa, e Renato Altissimo nella loro assoluta inutilità. Ma anche Gianni De Michelis, socialista dal capello fluente (e unto) che amava le discoteche e che la stampa chiamava con un certo disprezzo “avanzo di balera”. Uno che, all’epoca, faceva il ministro degli esteri. E storcevamo pure il naso. Adesso lo considereremmo, temo, un fine statista.

Tutto questo per dire che non è vero che si stava meglio quando si stava peggio. Abbiamo (solo) più indulgenza per il nostro passato che per il nostro presente.

Resta il fatto che ci attendono tre mesi di campagna elettorale e non so, francamente, se mi reggeranno lo stomaco e, soprattutto, i coglioni.

E resta, soprattutto, il fatto che per la prima volta in venticinque anni di onestà attività elettorale, non solo non so per chi votare, ma sto meditando di non andarci proprio a votare.

Perché delle possibili opzioni non riesco ad intravederne nessuna (per me) accettabile:

– Silvio premier, abbiamo già dato

– Salvini premier riesco a figurarmelo solo in un film horror sceneggiato malamente

– Renzi, oltre ad aver già dato anche lì, è riuscito nel non facile compito di starmi sulle palle anche più di Silvio B. (per quanto, debbo ammettere, ampiamente meno dell’altro Matteo e di Di Maio)

– Di Di Maio non riesco a tollerare i programmi, l’inutile demagogia (non scomodiamo l’ideologia, che è concetto troppo alto per le cose che ha da dire), la postura, il tono di voce. Diciamo pure Di Maio e gli amici suoi in generale.

Il resto è velleitarismo non pervenuto.