C’era una volta un Re – Vittoria del Regno Unito – La nonna d’Europa

Vittoria di Kent, nata Alexandrina Victoria, vede la luce a Londra, nel maggio del 1819. È figlia di una principessa tedesca, Vittoria di Sassonia-Coburgo-Saalfeld, e di Edoardo Augusto di Hannover, duca di Kent e Stratham, figlio quartogenito di re Giorgio III.

Di primo acchito, due sono le evidenze. Che la creatura ha ben poco sangue inglese, essendo, di fatto, di ascendenza tedesca, e che, sulla carta dovrebbe avere scarse probabilità di ascesa al trono.

In realtà se la prima affermazione è del tutto vera, la seconda ha sfumature ben più complesse. I figli maschi della pur ampia discendenza di Giorgio III, soprattutto il secondogenito, il terzogenito e il quartogenito avevano mostrato una certa allergia al matrimonio, mentre il primogenito, Giorgio Augusto di Hannover, il futuro Giorgio IV, di cui gli annali ricorderanno, una notevole indulgenza al lusso e una evidente dissolutezza, aveva avuto una sola figlia, la principessa Carlotta, nata dal suo più che turbolento matrimonio con Carolina di Brunswick-Wolfenbuttel, altra principessa tedesca, peraltro, a sua volta, non fulgido esempio di equilibrio mentale.

Nel 1817, però, Carlotta muore improvvidamente di parto, dando alla luce il suo primogenito. Morto anch’egli. D’altra parte, le morti per parto non sono insolite all’epoca. E, paradossalmente, alla faccia del privilegio, rischiano di mietere più vittime tra le principesse reali che in tutti gli altri strati sociali. Perchè queste donne, sottoposte a estenuanti tour de force riproduttivi, morivano spesso prima dei 30 anni. Più insolito, forse, che ciò sia accaduto ad una principessa reale destinata al trono (e con una linea dinastica successoria abbastanza sguarnita), ma tant’è.

Il problema della successione ovviamente esplode in tutta la sua potenza.

Le figlie di Giorgio III, tutte senza discendenti, sono messe immediatamente fuori gioco dal fattore età. Nessuna di loro è una giovinetta. Non resta quindi che obbligare i recalcitranti figli cadetti a dire infine addio a quel celibato sin lì strenuamente difeso.

In realtà, il secondogenito di Giorgio III, Federico di Hannover aveva sposato una nobildonna prussiana ma il matrimonio, era naufragato rapidamente e senza lasciare eredi. Mentre il terzogenito, Guglielmo, Duca di Clarence, non avendo mai preso in considerazione la possibilità di salire al trono, aveva vissuto a lungo more uxorio con un’attrice, che non aveva potuto sposare per ragioni più che ovvie, e coltivato diverse relazioni, da cui era derivata una consistente progenie. Progenie purtuttavia illeggittima, e, peranto inutile.

Ma le soluzioni, a cercarle, si trovano. E la soluzione in questione assume le sembianze di Adelaide di Sassonia-Meiningen, una principessa tedesca (l’ennesima, effettivamente, anche perchè le principesse delle casate secondarie tedesche rappresentavano un serbatoio inesauribile di consorti essendo, nei fatti, la metà di mille). Il matrimonio, combinatissimo, fu, al di là di ogni pronostico felice, ma sostanzialmente inutile: la discendenza della coppia, costituita dalle principesse Carlotta ed Elisabetta, non supererà la prima infanzia (altro fatto tutt’altro che insolito).

Andrà meglio, a Edoardo Augusto che però non salirà mai al trono (Vittoria infatti il trono lo erediterà dallo zio Guglielmo, Re Guglielmo IV) poiché morirà di polmonite l’anno successivo alla nascita della figlia.

Vittoria crebbe affidata alle cure della madre, una donna oppressiva e dominata dalla figura del suo amministratore, Sir John Conroy, che ne influenzava pesantemente le scelte e che interferiva ampiamente nell’educazione della bambina. Su Conroy, negli anni vennero versati fiumi d’inchiostro e molto si disse (all’epoca) e si scrisse, nel tempo, sul rapporto tra la Duchessa di Kent e il suo amministratore.

Nel frattempo, la bambina divenne ufficialmente l’erede al trono ad undici anni quando, morto lo zio, Giorgio IV, salì al trono l’altro zio, il già citato Duca di Clarence, che passerà agli annali come Guglielmo IV.

Considerata la durata della vita media all’epoca, un regnante infante non era una stravaganza, ma una concreta possibilità, e il Parlamento nel 1831 promulga il Regency Act, un atto per la reggenza in ragione del quale, nel caso in cui il re fosse morto prima della maggiore età di Vittoria, la reggenza sarebbe passata pro-tempore nelle mani della di lei madre. Con un’ingenuità che sorprende, il Parlamento sceglie di non prevedere un consiglio per limitare i poteri del reggente nonostante lo stesso Guglielmo IV non avesse alcuna stima delle capacità di giudizio della cognata, sino a giungere al punto di dichiarare nel 1836 che avrebbe fatto tutto il possibile per sopravvivere fino ai 18 anni della principessa, pur di evitare una reggenza. Venne accontentato. Morirà un mese dopo il diciottesimo compleanno dell’erede al trono.

Se la madre e Sir Conroy pensavano di manovrare la giovane Regina, probabilmente non si erano mai curati do conoscerla davvero. Anzi, uno dei primi atti della giovanissima sovrana fu proprio quello di allontanarsi dalla soffocante influenza materna.

Nel frattempo, a meno di due anni dall’incoronazione, evidente era la necessità che la giovane Regina avesse un consorte. Ma quel problema era già in larga parte risolto.

Quando ancora era un’erede al trono, nel 1836, Vittoria incontrò quello che poi divenne suo marito. Il principe Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha. L’incontro avvenne su spinta dello zio materno di Vittoria, Leopoldo, re dei Belgi. Il fatto che Vittoria e Alberto fossero primi cugini (il padre di lui era il fratello della madre di lei), non turbò nessuno. L’unica ostilità provenne dal sovrano in carica, Guglielmo IV che avrebbe preferito per la nipote il secondogenito del re d’Olanda, il principe Alessandro di Orange-Nassau. Nulla di personale, peraltro. Solo le consuete beghe di strategie politiche. Le stesse, en passant, che animavano la sollecitudine del già citato Leopoldo del Belgio.

I due si sposano nel 1840, e sembra assodato che sia stato un grande amore. Albert ebbe senz’altro, un notevole ascendente sulla regina. Fu un valido appoggio, un ottimo consigliere, si occupò con fermezza dell’organizzazione della vita di corte e ragionevolmente patì, come altri dopo di lui, l’essere relegato al ruolo di Principe consorte che mai riuscì a farsi ad essere elevato al rango di Re.

La loro prima figlia, Victoria, nacque nel novembre del 1840. Seguita da altri 8 figli che, sopravvissero, tutti sino all’età adulta.

Alberto morirà ad appena 42 anni, forse di tifo, più probabilmente di cancro allo stomaco, lasciando la regina in uno stato di prostrazione assoluta che fece cadere una cappa di puritanesimo e di senso di oppressione sulla corte e, più in generale, sui costumi del Paese.

Il suo regno, secondo per durata solo a quello della discendente Elisabetta II, durerà 63 anni 7 mesi e 2 giorni, e darà il nome ad un’epoca, quella vittoriana.

Il suo lunghissimo regno sarà caratterizzato dallo sviluppo industriale, politico, culturale, scientifico e militare, oltre che dall’espansione dell’Impero Britannico.

Ultima sovrana del Casato di Hannover, a partire dal figlio e successore si aprirà l’epoca della casata Sassonia-Coburgo-Gotha, che perpetuerà, per i posteri il ricordo del principe Alberto (che a differenza di tutti quelli che verranno dopo potrà, almeno, dare il proprio cognome ai figli) e che è, ancora oggi, la casata regnante (Windsor non è che un artificio lessicale di cui varrà la pena di parlare, ma un’altra volta).

Nell’esaltare però la stabilità, la floridezza, la potenza commerciale e coloniale del Regno Unito in epoca vittoriana non possiamo prescindere dal ricordare le profonde ferite che questo sviluppo inflisse alla società, alla perenne ricerca di un mai trovato equilibrio tra progresso e sfruttamento delle masse, sacrificate, queste ultime, in nome uno sviluppo che si fondò massimamente sullo sfruttamento minorile, con migliaia di bambini che persero prematuramente la vita nelle nascenti fabbriche e nelle miniere di carbone.

E se controversa fu l’epoca vittoriana, anche la donna Vittoria ebbe molte luci e altrettante ombre. Sul piano internazionale, fu una figura di spicco non solo per il peso crescente dell’Impero Britannico all’interno dello scacchiere mondiale ma anche per i legami familiari che la sua famiglia intrattenne con le case regnanti di mezza Europa, facendola guadagnare il soprannome di “nonna d’Europa”, in ragione dei matrimoni della sua numerosa prole, da lei combinati con assoluta sagacia strategica,

Al suo deflagrare, la prima guerra mondiale, vide, su fronti differenti, almeno tre dei suoi nipoti: il kaiser Guglielmo II di Germania figlio della primogenita Victoria, re Giorgio V del Regno Unito (figlio del suo successore, il bon vivant e abbastanza inetto Edoardo VII), e lo zar Nicola II di Russia che aveva con la principessa Alessandra (figlia della terzogenita, principessa Alice).

Ad oggi, sui residui troni europei, siedono regnanti nelle cui vene ancora scorre il sangue dell’illustre antenata: oltre all’assolutamente Elisabetta II del Regno Unito, ricordiamo Felipe di Spagna (per via sia materna che paterna), Margrethe di Danimarca, Harald V di Norvegia, Carlo XVI Gustavo di Svezia. Senza contare i detronizzati: Guglielmo II di Germania, Costantino II di Grecia, Pietro II di Jugoslavia e Michele di Romania.

E il sangue, proprio il sangue, quello di Vittoria, che recava in sé i geni dell’emofilia, ad un certo punto decimerà molte delle monarchie europee e avrà un ruolo, neppure troppo secondario, nella caduta dello Zar Nicola II e nello scatenarsi della Rivoluzione d’Ottobre.

Ma di questa, e altre storie, parleremo più in là.

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#metoo

Dilaga in questi giorni. E forse non ne avrei neppure scritto, perché non era tra le mie intenzioni aggiungere i miei two cents. Poi la ‘povna ed Arya hanno dato il via, ed eccomi qua.

Perché, certi giorni, il silenzio è ignavia. E complicità. E allora #metoo, in italiano #quellavoltache, che ci riguarda tutte, nessuna esclusa.

#quellavoltache, avrò avuto undici anni, era estate, un tizio ha abbassato il finestrino e ha fatto un commento sul mio culo. Ed ero una bambina. E mi sono sentita sporca e sbagliata. E non l’ho detto a nessuno. Ovviamente.

#quellavoltache, sul tram, su quello stesso culo ci è finita una mano. E invece di gridare, o di fare scene, mi sono spostata. E si è spostato anche lui. E mi ha rimesso la mano sul culo. E a quel punto gli ho mollato un ceffone, ma questa é un’altra storia.

#quellavoltache, anzi, #tuttequellevolteche nonostante l’età e l’assertività e tutte quelle cose lí, con cui ci riempiamo la bocca, sola, in una cittá lontana ho cambiato programma per la cena, per una via troppo buia, per un parcheggio male illuminato, perchè avevo semplicemente paura.

#quellavoltache, un collega anziano, che potrebbe essere mio padre, mi ha guardato per la centesima volta le tette. E non ci sará cattiveria, ma fastidio, quello sí, quello sempre.

#tuttequellevolteche guardo mia figlia e penso che qualcuno lá fuori si sentirà in diritto di guardarle le tette, di toccatle il culo. Facendola sentire sporca. E sbagliata.

#tuttequellevolteche cambieremo ancora strada, allungheremo il passo, ci metteremo a fare chiacchiere vuote in un cellulare mentre camminiamo sole, in una notte buia.

#metoo, perché se non mi é sin qui accaduto nulla, non é merito, ma, tanta, fortuna. E privilegio di poter dire dei no.

#metoo, per non dimenticare che se non c’è consenso, è violenza. Comunque.

E di nuovo cambio casa

Solo che stavolta l’abbiamo cambiata davvero. Uomo, donna, bambina, gatta. Abbiamo imballato cazzi e mazzi e ci siamo trasferiti.

Una roba epocale, da non augurare a nessuno.

Gli ultimi scatoloni li svuoteremo a primavera (ammesso che non restino imballati in garage sine die, ovviamente).

Ad un certo punto, iome, con l’aplomb che le è proprio ha esclamato: ‘il prossimo trasloco lo farò al cimitero cittadino, coi piedi in avanti, munita solo di bagaglio a mano, e, soprattutto, l’organizzazione sarà a carico di qualcun’altro.’

Si dice che traslocare sia la più grave forma di stress dopo la morte di un congiunto.

Alla fine, siamo onesti, non è niente di eccezionale, il trasloco. Si tratta di prendere le cose che si trovavano nella casa dove si viveva in tre da parecchio tempo, infilarle negli scatoloni, scrivere sopra con una certa precisione cosa ci sia dentro, vedere caricare suddetti scatoloni sull’autoscala e vederli ricomparire nella casa nuova.

Certo c’è il secondario dettaglio che quegli scatoloni dovrai sballarli, dopo averli sballati. Che non ti ricordi più dove cazzo sia finito lo scatolone con la biancheria.

Che ti hanno smollato nel mezzo della sala un numero di scatoloni grazie al quale potresti ricorstruire la Grande Muraglia Cinese in scala.

Che ti distrai un attimo e ti accorgi che tuo marito sta, con assoluto senso delle priorità, armeggiando per mettersi in funzione lo scatolotto del wireless, anziché, più utilmente attaccarti la lavatrice.

Che una mandria di gente ti sta sciamando per casa, chiedendoti cose che non sai, di cui ti frega nulla, a cui rispondi assolutamente a caso, sebbene tu sappia, con assoluta certezza, che una di quelle domande ti si ritorcerà contro nel momento meno adatto.

E comunque no, traslocare non è la più grave forma di stress dopo la morte di un congiunto. Però può esserne tranquillamente la causa.

 

Vai, c’é sul radar la flotta di Vega

Io non ce l’ho coi vegani. I vegani sono persone che seguono un certo tipo di alimentazione senza rompere i coglioni a nessuno. E peraltro il consumo di frutta e verdura e la riduzione del consumo di grassi animali é senz’altro da sostenere.

Io ce l’ho con i vegani esaltati. Che rovinano la reputazione a tanti vegani perbene.

Il vegano esaltato medio ha una bacheca facebook che pullula di animali abbandonati, maltrattati, vivisezionati e pucciositá varie.

Peró condivide i post di Salvini e quelli di Casa Pound. Sentendosi perfettamente coerente. D’altra parte il cucciolo di siriano non appartiene al mondo animale.

Il vegano esaltato, a volte, si riproduce. E ogni volta ha un discendente intollerante al glutine, al fruttosio, al salcazzo, e rompe i coglioni in tal senso in tutti i comitati mensa di ogni scuola di ogni ordine e grado.

Se la madre del piccolo vegano intravede a distanza una confezione di pan di stelle, rovescia gli occhi tipo Linda Blair nell’Esorcista, e tocca rianimarla coi sali. Appena si riprende, chiede immediatamente una cerimonia di purificazione.

Il vegano esaltato, gli animali li tocca solo per accarezzarli. Quindi i test sugli animali sono un’atrocitá che ricorda il genocidio degli Ebrei.

Poi gli viene uno stracazzo di mal di testa, e si prende comprensibilmente un ibuprofene. Gli fai notare che TUTTI i farmaci vengono da sempre testati sugli animali. Allora, si incazza dicendoti che l’ibuprofene é stato testato TANTO TEMPO FA. Perché anche i genocidi vanno in prescrizione.

Il vegano esaltato segue le teorie piú balzane, purché rispettino i sacri crismi: essere propugnate da gente che fino al giorno prima faceva tutt’altro, essere cospirazioniste, distinguerli dalla massa beota e vile.

Sono talvolta contrari alla chemioterapia, perché la chemio é un veleno, e quel che conta é l’attitudine positiva. Quest’ultima categoria, in effetti, é la piú esigua, probabilmente perché la natura fa, inesorabilmente, il suo corso fottendosene della positivitá.

I vegani esaltati non vaccinano quasi mai i loro figli. Fosse mai introdurre tali veleni nella prole. E poi, cazzo, la libertà di scelta. LA LIBERTÁ DI SCELTA!!!! Massa di fottuti liberticidi che siamo. Invece se sei il genitore di un povero cristo che per problemi suoi non può vaccinarsi e che per buon peso rischia di stirare la zampetta per la maggior parte di quelle malattie, una scelta ce l’hai: te lo tieni a casa e non rompi le palle. Primo, perché se hai il figlio difettato é colpa tua, e secondo perché loro amano gli animali (che non li possono mandare affanculo, povere bestie), mentre sui loro simili fanno (parecchie) eccezioni.

Ecco, io non ce l’ho coi vegani che han fatto una scelta rispettabilissima e pure salutare, ma con quella minoranza che si comporta come fosse maggioranza e che rappresenta una discreta spina nel culo di questi anni francamente bipolari.

On the bookshelf – La casa di ringhiera – Francesco Recami

Un buon terzo del libro trascorre fotografando la vita di una casa di ringhiera.

Un appartamento dopo l’altro, un inquilino dopo l’altro.

C’è il Consonni Amedeo, tappezziere in pensione, nonno part-time, appassionato di crimini insoluti di cui gelosamente conserva e classifica ritagli di giornale, c’è la famiglia che dovrebbe essere quella del Mulino Bianco, e invece il papà è alcolizzato; c’è la coppia del Sud, lei procace, lui manesco, che un po’ si ama e molto litiga; c’è la vicina, malevola e impicciona, gretta e meschina, molto spiegabilmente sola; c’è la professoressa dal passato misterioso, un po’ fidanzata col Consonni; c’è l’ottantenne ossessionato dalla sua Opel Vectra.

E proprio mentre tutta questa descrittività inizia vagamente ad annoiare, e cerchi di trovare un senso a tutti questi “ritratti di famiglia in un interno”, inizia a capitare di tutto: il padre alcolizzato scompare, la coppia del Sud ha una lite violenta, e subito dopo lei svanisce nel nulla; il Consonni s’improvvisa detective per scoprire l’assassino di un appassionato di storia egizia e viene rinchiuso in uno sgabuzzino, mentre minacciano di uccidergli il nipotino, l’ottantenne buca le ruote a chi gli ha usurpato il posto auto in cortile e i bambini cercano di aiutare il papà.

Il romanzo ha un’accelerazione improvvisa, con una girandola di situazioni, che, un po’ per caso, un po’ con l’intervento a volte improvvido degli inquilini, si intrecciano, ingarbugliandosi e suggerendo false piste, facendo virare il giallo su una commedia amara.

Quando arriva la polizia, ogni inquilino pensa che la volante sia lì per lui.

Irriverente, delicato, profondo, mai stonato, alla ricerca della bellezza anche nella mediocrità delle situazioni. Un romanzo che ci ricorda che nessuno è mai del tutto innocente.

Dopo davvero troppo, troppo tempo, per il venerdì del libro di homemademamma

Cerco l’estate tutto l’anno

E all’improvviso, eccola qua

É stata una bella estate. Serena. Sará che colei che fu la nana cresce e da un lato libera spazi e dall’altra, quando fa invasione di campo, é divertente e adulta quanto basta per rendere gradevole l’incursione.

Sará che nel complesso ero serena io. E non capitava da tanto.

L’estate sta finendo

Per me le ferie non finiscono l’ultimo giorno di ferie. Ma quando le mail sul cellulare smettono di essere considerate un’inutile molestia e tornano ad essere banale quotidianitá.

Un anno se ne va

Settembre inizia domani. É il vero inizio anno, per me. Retaggio del rientro a scuola. Che a me, per inciso, piaceva. Timida e solitaria, significava riprendere un posto e un ruolo. E se state facendo tristi riflessioni sugli anni della mia infanzia, risparmiatevi, non ero né triste né infelice.

Sto diventando grande (lo sai che non mi va)

A me, invece, va. A parte che invecchiare é l’unico antidoto sin qui trovato alla morte precoce, trovo che la persona che sono oggi é senz’altro la versione di me stessa piú risolta che abbia sin qui calcato le scene. Spazi per migliorare ne restano, ma anche cosí si puó fare.

In spiaggia di ombrelloni non ce ne sono più

La spiaggia sta sfollando, come ogni anno, in attesa degli ultimi, tardivi, arrivi settembrini.

Saluto l’ulivo, e mi accingo a salire nel ventre della balena.

Che l’avventura abbia inizio.

Oggi il paradiso costa la metá

Siamo circondati. Dall’aggressivitá dei leoni da tastiera, dei bagnanti di ferragosto, della moltitudine di teste di cazzo in libera uscita che ormai odia tutto e tutti, pur di non guardarsi dentro e prendere atto di odiare soprattutto se stessi e i propri fallimenti.

Parimenti siamo circondati dai buonisti da tastiera, dai teorici del piú siamo meglio stiamo, come se invece della piú grande emergenza umanitaria e del maggior flusso migratorio che si ricordi.

Intanto, partiamo da un assunto. Quelli che fuggono dalle guerre sono una minoranza. La maggior parte fugge perché ha fame. E ne ha pieni i coglioni di una vita di stenti.

E hanno perfettamente ragione. Ad averne i coglioni pieni. E a fuggire.

Resta il fatto che accogliamoli tutti é una cazzata immane. Perché se fuggissero in 100 milioni (e il potenziale c’è) come la risolvi? E che prospettive gli offri?

Di diventare manovalanza di qualche mafia? Di tirar su pomodori a 2 euro al giorno?

Perché chi vuol accogliere tutti, si ferma, spesso, purtroppo al qui e ora. E invece c’è pure domani, dopodomani e tra un anno.

Per contro, chi dice fermiamoli in Libia, è un ignavo. Nella migliore delle ipotesi. Perché pagare qualcun altro per ammazzarli è una macchia che ci porteremo dietro tutti. Giú per i secoli. Perché mollarli in Libia quello é. Omicidio. Aggravato dalla crudeltá.

Solo, svolto conto terzi. E poi, nelle nostre candide casette, ci stupiamo che vogliano asfaltarci. Possiamo (dobbiamo) giustamente difenderci.

Ma stupirci, cazzo, no.

L’unica soluzione sarebbe davvero aiutarli a casa loro.

Ma davvero. Non foraggiando qualche satrapo corrotto e crudele perseguendo, una volta ancora, i nostri interessi.

Investire in Africa dopo aver indotto un vero processo di democratizzazione é l’unica strada che puó salvare l’Africa ma, anche, l’Europa.

Sbattersene, ci porterá tutti a fondo. Nessuno escluso.

There’s no place like home

Non scrivi piú, e non ti sento piú, so quel che fai, e ho un po’ paura sai.

É stato un anno lungo, lunghissimo. Faticoso. A tratti profondamente palloso.

Un anno vissuto in apnea. Lottando ogni giorno, con l’unico scopo di strappare un centimetro in una battaglia che è spesso parsa quella di Pirro.

Un anno che ho narrato, per sommi capi e solo in caso di bisogno (e talvolta anche là dove C’è bisogno) alle persone che mi sono accanto.

Perché ci sono momenti in cui l’unico narratario puó essere soltanto il narratore.

Il capitano era di quelli del coraggio, e tra le gambe nascondeva un cuore in piú, ma dopo secoli di balle e barzellette all’equipaggio, scoprí le lacrime di non poterne piú.

C’é sempre un momento in cui é necessario richiudersi in se stessi, per concentrarsi meglio. E conservare energie.

Per darsi una linea e seguirla. Facendo credere agli altri che tutto va bene. D’altronde, uno che caga sangue é piú che sufficiente

Se aggiungiamo che é pure pagato per farlo, direi che la melena é tutta sua.

Penso troppo al mio futuro, mi diceva delirando, penso troppo al mio futuro, penso troppo e vivo male. Penso che tra piú di un anno cambieranno i miei progetti, penso che tra piú di un anno avró nuove veritá.

Ho smesso di ipotizzare il futuro. Ce n’é giá ampiamente d’avanzo col presente. E poi, davvero

Il futuro é un’ipotesi , forse l’ultimo alibi che vuoi. Il futuro é una scusa per ripensarci poi.

Ecco, in tutto questo, spazio, per il blog, non ce n’era. Né poteva essercene. Né sentivo necessitá che ci fosse. Ho anche pensato di chiudere. D’altronde, di eterno non c’é nulla. A parte, forse, Elisabetta II.

Ho lasciato la decisione in stand-by. Insieme a mille altre. C’é un tempo per decidere. E non era quello, il tempo.

Ho anche scribacchiato, qua e lá, in questi mesi. Poi ho smesso. Questo posto, meritava di meglio che quattro sciocchezze tirate via, solo per fare un post. Non foss’altro che per ció che ha rappresentato per me in questi anni.

E di nuovo cambio casa, di nuovo cambiano le cose, di nuovo cambio luna e quartiere.

Mentre organizzavamo il trasloco, quello vero, ho anche pensato di chiudere e riaprire un nuovo spazio. Avevo giá pronto il nome.

Poi mentre rileggevo i vecchi post, certi commenti, mentre prendevo atto che una parte consistente della mia blogroll ha smesso di scrivere. Ho pensato che ‘there’s no place like home’.

E si ricomincia. Da qui.

Family Life – Vita col gatto

Io amo i cani. Ho sempre amato i cani. Come puoi non amare un cane? Come puoi non amare una palla di pelo che ti ama incondizionatamente? 

Poi è arrivata lei. Affettuosissima e scostante. La gatta. Ed è un’altra cosa. Non ti ama incondizionatamente. A volte (talora spesso) gli stai sulle palle. Rompe i coglioni come un cane mai oserebbe fare. E tu la ami. Non fosse altro che per il fatto di essere più intelligente di te.

Cinque cose apprese vivendo con un gatto.

1. Il cane lo chiami e viene, scodinzolando, festante. Il gatto lo chiami e verrà. Magari. Uno di questi giorni. Comunque, con calma.

2. I gatti non hanno prezzo. Puoi trovarne uno scatolone gratis dalla gattara con ciotole omaggio purché te li porti via, o pagarli almeno mille euro. O Panda o Rolls, i gatti non amano le vie di mezzo.

3. Non amano neppure che il loro sonno venga disturbato. Il tuo, di sonno, è meno rilevante. Molto meno. All’alba, la gatta ha fame. Molta. E non sa aprire il frigo. Il che non è colpa sua. Tu stai dormendo. E lei ha fame. Ci sono delle priorità nella vita. Le sue. Inizia miagolando, leccando, impastando. Poi, se non reagisci prontamente, passa ad azzannarti gli alluci. Il fatto che tutto ciò avvenga in meno di cinque minuti la dice lunga sulla sua capacità di reazione. E sulla tua. Buttarla fuori dalla stanza tappandosi dentro NON è una soluzione. Miagolerá senza sosta raschiando la porta. E tu cederai. Pensando, a ragione, che neanche i neonati rompono i coglioni con cotanta pervicacia. E comunque, al gatto non puoi dare il ciuccio. O ficcare una tetta in bocca.

4. Il gatto è pigrissimo. Quasi sempre. Tranne che di notte, quando, con le vibrisse in assetto di decollo inizia a correre per casa. A volte attraversa il letto. Incurante del contenuto del medesimo. Quando è un tenero cucciolo quasi non te ne accorgi. Quando il tenero cucciolo raggiunge o supera i cinque chili, sembra che gli Unni stiano scorribandando nel letto. Quando una zampetta appoggia i suddetti cinque chili sulla palla destra dell’Uomo parte una sequenza di santi, che s’affacciano a vedere chi sta citofonando. A quel punto, si è liberi di ricominciare a dormire. Fino al prossimo transito. O alla prossima richiesta di cibo. 

5. I gatti se sono felici fanno le fusa. Se ti amano ti impastano con le zampine. In ambo i casi, cotanta felicità impedisce loro di cobtrollare le unghiette che si trovano al termine delle suddette zampine. Col risultato che mentre loro fusano tu ti ritrovi le unghiette conficcate nella coscia e un giro di graffietti che sembra lo stradario del centro di Milano.