Lunedì film – Si prega di fumare – Jason Reitman

Tratto, nel 2007, dall’ottimo e omonimo romanzo di Christopher Buckley, Thank You For Smoking – Si prega di fumare, film, scritto e diretto da Jason Reitman, è lucido ed intelligente come il suo protagonista, l’anti-eroe Nick Naylor (un Aaron Eckhart sornione e quindi perfetto), lobbista dell’industria del tabacco, pronto a trasformare il peggior pantano in una situazione promettente con un paio di bugie ben assestate, e proposte con assertiva razionalità.

Nick Naylor, si diceva, obbista di bell’aspetto, divorziato, padre affettuoso del piccolo Joey. Esilarante, quando si propone di parlare alla classe del piccolo, nel giorno dedicato alle carriere dei genitori. “Per favore, non rovinare la mia infanzia” scongiura la creatura.

Una volta alla settimana pranza con gli MDM (dove MDM è acronimo di mercanti di morte), i cui membri sono l’angelica ed implacabile lobbista dei produttori di alcool Polly Bailey (Maria Bello) ed il lobbista dei fabbricanti di armi da fuoco Bobby Jay Bliss (David Koechner). Seduti davanti ad un drink discutono su quale dei prodotti da loro rappresentati ammazzi più gente.

La carriera di Nick sembra sembra immune da qualsivoglia tipo di flessione,  anzi le campagne anti-fumo, il calo delle vendite, i divieti sempre più diffusi lo rendono ancora più necessario.

Da padre, sente il dovere di educare il figlio secondo i valori che sono parte della sua esistenza: dialettica ed argomentazioni, nella sostanza le uniche due cose in cui realmente creda.

Ha anche un antagonista, Nick Naylor, lo squallido senatore Finistirre (William H. Macy) che ha fatto della campagna contro il fumo la propria, utilitaristica, crociata elettorale. E quando, pur di vincere il dibattito televisivo contro il lobbista, esorta un collaboratore a trovargli “malati di cancro che non hanno speranze quando vanno in tv, non gente che poi guarisce!”, ci si rende conto palpabilmente di quanto la già usualmente sottile linea di demarcazione tra buoni e cattivi si sia orribilmente assottigliata.

Una sensazione di disgusto che cresce ulteriormente quando lo stesso Finistirre si farà paladino dell’ipercolesterolemico cheddar cheese americano, in barba alle malattie cardiovascolari e in ossequio ai valore americani.

Questo personaggio, insieme al vecchio Marlboro Man ormai in fin di vita, che accetta una valigia pieni di dollari per non denunciare gli ex datori di lavoro, cancella ogni possibile classificazione dei protagonisti. Buoni e cattivi hanno le stesse facce, le stesse parole e gli stessi interessi nascosti.

Tutti ricorrono a metodi scorretti. Che lo facciano per ottenere più potere o per rafforzare le proprie posizioni è del tutto secondario. Anche la giornalista Heather Halloway (Katie Holmes)  che scrive l’articolo con cui smaschera chi si cela dietro il sorriso di Nick Naylor, per ottenere le informazioni che le occorrono non esita a transitare nel letto del protagonista.

D’altronde, come dice lo stesso Nick, tutti hanno un mutuo da pagare.

E’ una società assoggettata a una moralità flessibile, che permette di superare i problemi di coscienza.

Il film non condanna né giustifica i fumatori. E nella pellicola non si vede nessuna sigaretta accesa  a parte quella fumata da John Wayne in un vecchio film di guerra.

Il regista costruisce l’intero film su toni da commedia,utilizzando un montaggio veloce e discontinuo, efficacissimo.

Irresistibili, per freddezza e humour nero, i dialoghi tra Nick, Polly Bailey e Bobby Jay Bliss, gli MDM cui si accennava prima.

L’immagine dell’America che ne esce fuori è quella di un paese senza tanti scrupoli. Un paese che con le parole riesce a costruire ogni possibile verità (tranne naturalmente quella che andrebbe detta).

Un film lucido, acuto, sorprendente, a tratti folgorante, che non risparmia nessuno, che sbeffeggia la persuasività delle lobbies al pari delle cause no profit che poi tanto no profit, non sono.

Locandina Thank You For Smoking

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Lunedì film – Il Padrino – Francis Ford Coppola

E’ il 1972, Mario Puzo e Francis Ford Coppola, in coppia come sceneggiatori e il solo Coppola alla regia, realizzano Il Padrino.

Una pietra miliare nella storia del cinema. Uno dei film migliori di sempre. Probabilmente, “il” migliore.

Don Vito, capostipite della famiglia Corleone, attraverso il racket, fa assurgere la ‘famiglia’ all’Olimpo delle organizzazioni criminali di New York. Ma quando Virgil Sollozzo, “il Turco”, affiliato della famiglia Tattaglia, chiede finanziamento e appoggio a Don Vito per il traffico di droga,  il rifiuto dell’anziano Boss scatena una serie di omicidi e attentati che sfociano in breve in una guerra tra famiglie mafiose.

Ma la trama, in questo film, è per certi versi secondaria. E’ la cifra stilistica della narrazione, sempre improntata alla tragedia, una galleria di personaggi memorabili, un Marlon Brando in stato di grazia, a rendere la pellicola immortale. A realizzare un film diventato poi un classico, che non risente assolutamente del passare del tempo.

I valori, fortissimi quanto ambigui, di una mafia in cui l’omicidio è quotidianità, si ammantano qua e là di legalità, attraverso il figlio adottivo Tom Hagen, un Robert Duvall assolutamente perfetto, nel ruolo del lucidissimo acutissimo avvocato consigliere (che sasrebbe poi, più prosaicamente il consigliori).

Evento cruciale del film sarà l’entrata in scena della droga, il suo divenire strategica all’interno dell’attività mafiosa, il suo distruggerne dall’interno i valori sino a disgregarne le solide per quanto criminali fondamenta.

Un rassegnato Don Vito cercherà di allontanare l’amaro calice il più a lungo possibile avvertendone il potenziale disgregatore, ed intuendo che una volta divenuta la droga commercio ed investimento sarà la fine della mafia come sin lì intesa.

Difficile dire se memorabili siano i personaggi di Puzo o il cast assolutamente stellare. E penso non tanto, non solo, al Don Vito ieratico disegnato da Marlon brando, con le guance imbottite di ovatta per dare al personaggio l’aspetto di un vecchio bulldog, con la parlata strascicata a rendere il senso della stanchezza e della fatica, del trascinarsi appunto. O a Michael, un Al Pacino perfetto a muoversi nell’ambiguità. Lui che dei fratelli è il più giovane, lui che è eroe di guerra, avvocato, predestinato dal padre ad altro che non siano in senso stretto gli affari di famiglia, a diventare senatore o governatore. Michael che è fidanzato con Kay Adams (Diane Keaton, anche fisicamente antitetica al concetto di sicilianità). Kay Adams, che non è italiana, che non è sottomessa. Ma anche Michael che quando il vecchio capomafia viene colpito in un agguato, si riscopre uomo di ‘famiglia’ e ne vendica l’onore predestinandosi. Michael che vive un dualismo di uomo intelligente e anche sensibile, ma pure di capomafia duro e spietato, anche coi congiunti, anche con il fratello.

Intorno all’anziano padrino ed a colui che sarà il suo successore ruota una serie di figure senza le quali il film non potrebbe essere ciò che è.

Il figlio maggiore, Santino, per tutti Sonny, tratteggiato da un incontenibile James Caan, qui nel ruolo che vale una carriera. Sonny, si diceva, figlio maggiore, successore naturale, rozzo, violento, istintivo, amante delle donne. E pure con tutto ciò che serve per diventare un capomafia temuto e rispettat. Sonny, che viene ucciso in un’imboscata, per difendere la sorella Connie (Costanzia) picchiata dal marito, il traditore Carlo Rizzi, al solo scopo di tendergli la trappola che lo porterà alla morte.

Connie stessa, resa magnificamente da Talia Shire (nella vita sorella di Coppola, sarà poi anche Adriana in Rocky), la ‘ragazza di famiglia’, che sbaglia clamorosamente marito, sposando quel Carlo Rizzi originario del nord Italia, ed inviso all’intera famiglia in parte per le sue origini settentrionali e molto per il suo carattere debole e la sua sostanziale stupidità. Connie costantemente picchiata da un uomo che sarà infine la testa di ponte utilizzata dal clan rivale per organizzare l’omicidio di Sonny.

E, in ultimo, lo straordinario ritratto di Frederico, Fredo, il figlio sbagliato, magistralmente interpretato da un attore che, non fosse morto giovane, sarebbe stato probabilmente il più grande di tutti, John Cazale (5 soli film all’attivo nella sua brevissima carriera, però che film: Il Padrino, La conversazione, Il Padrino parte seconda, Quel pomeriggio di un giorno da cani, Il cacciatore).

Fredo, si diceva, Fredo il figlio sbagliato, Fredo l’inadeguato, Fredo il figlio di mezzo, schiacciato tra la forza bestiale e l’energia dirompente di Sonny, l’intelligenza di Michael, la sottigliezza di Tom (Hagen) il figlio adottato da Don Vito. Fredo, terrorizzato e bisognoso d’affetto, fragile e tormentato, che diventerà, a partire dal sequel Il Padrino parte seconda, l’unico vero rimpianto e rimorso di Michael.

Ma tutti i personaggi sono in realtà costruiti con un senso shakesperiano della tragedia che non va confuso con una forma di esaltazione o con un invito all’emulazione o con l’ambiguità derivante dall’accettazione di un mondo.

Il senso ultimo di ciascuno di loro va letto come compassione nei confronti di scelte obbligate, di morti vissute con rassegnazione, di vite distrutte da regole insensate, ed anche l’onore, utilizzato come giustificazione per la crudeltà non è mai disgiunto dalla sofferenza e dal dolore che provoca.

Una delle accuse più spesso volte al film è l’esaltazione del male in generale e della Mafia nello specifico. Ma a volerlo leggere con serenità, non esalta nulla, narra semplicemente un’epoca che finisce, segna un punto di passaggio e mostra squarci del futuro malato e sanguinario che va prospettandosi.

La colonna sonora, stupenda, è di Nino Rota.

Lunedì film – Good night and good luck – George Clooney

Basato su una storia vera, quella del giornalista Edward R. Murrow che, nel 1953, mentre la televisione comincia da assumere un’importanza sempre più centrale, conduce il notiziario “See It Now” sulla CBS e il talk-show “Person to Person”, entrambi di grande successo.

Murrow viene a conoscenza di una lista di proscrizione redatta dal senatore del Wisconsin, Joseph McCarthy, nella quale vengono inseriti i nominativi di tutti coloro che sono sospettati di avere simpatie filo-comuniste. Tali sospetti, si trovano in quegli elenchi spesso arbitrariamente, attraverso collegamenti quanto meno arditi con la minaccia comunista o in ragione dell’enfasi attribuita a dettagli trascurabili, e vengono poi sottoposti a processi sommari dalla furia del senatore stesso, che, con l’intento in apparenza nobile di salvare il paese, ne mette a repentaglio, nei fatti, la libertà e l’essenza stessa.

Murrow, indignato da un comportamento che calpesta ogni diritto civile, decide di divulgare la notizia e dedicare parecchie puntate del suo show serale del martedì, See It Now, alla controversa figura del politico ed alle ingiustizie patite da onesti cittadini statunitensi. Nonostante le intimidazioni e le minacce di morte subite, Edward, a sua volta accusato da McCarthy di avere contatti con l’Unione Sovietica, riuscirà a portare avanti la sua battaglia, e darà il suo contributo alla lotta al maccartismo.

Clooney, qui alla sua seconda regia, dopo l’ottimo “Confessioni di una mente pericolosa” si dimostra ancora una volta regista di buon talento. Un argomento delicato viene trattato con una forma estremamente sofisticata, ed un bianco e nero di grande effetto è l’accompagnamento adatto all’interazione tra finzione e realtà (realtà costituita dai molti filmati originali dell’epoca che fanno da contrappunto al film). Una scelta che consente di far interpretare il senatore Joseph McCarthy dal vero Joseph McCarthy. Ed un’idea potente, che aggiunge spessore alla pellicola.

Il film, girato tutto in interni, si gioca essenzialmente sul contrasto tra McCarthy e Murrow (David Strathairn, un fin lì ottimo caratterista che offre una prova maiuscola e verrà giustamente premiato a Venezia),

Teso, asciutto, tagliente, Good Night, and Good Luck è film di raro spessore linguistico ed estetico.

Il clima di sospetto e l’atmosfera di terrore, il senso di soffocamento politico, umano e culturale che impregnano gli Stati Uniti degli anni ’50 spiccano in maniera assolutamente icastica.

Le scelte della sceneggiatura, assolutamente funzionali al taglio documentaristico, assicurano un costante aggancio alla realtà storica.

Un film elegante, curatissimo, con una colonna sonora eccellente ed un cast sempre all’altezza, in cui val la pena ricordare oltre al monumentale Strathairn di cui s’è già detto, anche Ray Wyse, Robert Downey Jr., Frank Langella, Jeff Daniels, Patricia Clarkson e lo stesso Clooney in un ruolo minore.

Ma l’intera cifra del film la danno Murrow-Strathairn con l’eterna sigaretta accesa tra le dita e quegli sguardi malinconici che sono il giudizio di un’epoca.

Cassius was right: the fault, dear Brutus, is not in our stars, but in ourselves. Good night, and good luck.

Lunedì Film – Tutto su mia madre – Pedro Almodovar

Se Almodovar dovesse da domani dedicarsi a confezionare pessimi film hollywoodiani (cosa non infrequente nell’ambiente), non gli saremo, per questo, meno grati.

Partendo da Tacchi a spillo, passando per Tutto su mia madre, proseguendo con Parla con lei e chiudendo il cerchio con Volver, Almodovar, con questa quadrilogia sulle donne, l’amore, la vita, la morte, la sessualità e la maternità si proietta nell’Olimpo di quei pochi che non solo avevano qualcosa da dire ma l’hanno detto sapendo come dirlo.

Dopo un inizio fatto di pantomime sgangherate, per quanto esilaranti esilaranti (“Pepi, Lucy, Bum e le altre ragazze del mucchio”) e passando attraverso pellicole sempre oscillanti tra trash e pathos (“Donne sull’orlo di una crisi di nervi” ma anche “Carne Tremula” e “Legami”) Almodovar raggiungerà una propria maturità (stilistica, di contenuti, d’approccio) che lo proietterà di diritto tra i classici del cinema contemporaneo.

Paradossale, forse, diventare un classico per chi aveva fatto della rottura degli schemi classici il proprio machio di fabbrica. Ma in realtà, quella vitalità scaciata propria della prima produzione del regista resterà comunque sottotraccia, sempre pronta a far capolino, e pure, al tempo stesso, meravigliosamente integrata con i nuovi, e più alti, registri.

Se le prime avvisaglie si erano avute in ‘Tacchi a spillo’, ‘Tutto su mia madre’ è la pellicola che segna la definitiva svolta.

E’ un film traboccante di riferimenti cinefili. Sin dal titolo, che riprende ‘All About Eve’ (Eva contro Eva) di Mankiewicz e attraverso le immagini a tutto schermo di Bette Davis doppiata in spagnolo (che poi torna nelle parole di Huma: ‘Ho iniziato a fumare per colpa sua’), ma anche la Blanche di “Un tram che si chiama desiderio” la pièce di Tennessee Williams che inframmezza l’intera pellicola, e che viene recitata su un palcoscenico su cui, prima o poi, si esibiranno quasi tutte le protagoniste, e poi, le ‘tre ragazze sole in un appartamento vuoto’ di ‘Come sposare un milionario’, per giungere alla Fedora dell’omonimo film di Billy Wilder (il transessuale Lola e la sua apparizione al cimitero).

E’ un film al femminile, giacché femminile è la linfa del racconto, un racconto in cui le figure maschili sono fantasmi allo sbando, paradigma di una società in rovina. Ed è questa colorita “sorellanza” ad incarnare la vitalità della razza umana, attraverso tutti i colori del sentimento: dall’allegria, al coraggio, per arrivare alle lacrime. Sempre con quella fisicità prorompente che è parte dello stile di Almodovar, e che trova espressione, con estrema naturalezza, anche nella transessualità al silicone.

Il titolo è ingannevole: “Tutto su mia madre” è infatti il film che il giovane Esteban vorrebbe sceneggiare attorno alla figura materna (Manuela). Non lo scriverà mai. La sera del suo compleanno, a Madrid, dopo aver assistito con la madre alla pièce di “Un tram chiamato desiderio”, Esteban viene falciato da un’auto, mentre insegue l’attrice Huma Rojo a caccia di un autografo.

Lacerata dal dolore, Manuela acconsente al trapianto del cuore del figlio e torna a Barcellona, la città da cui era fuggita 17 anni prima, in un doloroso percorso a ritroso alla ricerca del padre tenuto sempre nascosto al ragazzo: un personaggio egocentrico e distruttivo che ora ha assunto le sembianze del transessuale ‘Lola’.

Ma le motivazioni del viaggio passeranno presto in secondo piano, travolte da una carrellata di personaggi e vicende che rappresentano a tinte vivaci miserie e nobiltà dell’animo umano. Suore e puttane, attrici e transessuali, infermiere e mogli tradite.

Se la protagonista Huma Rojo (una straordinaria Cecilia Roth) è il cuore pulsante della storia, la sua voce narrante non può che essere il trans Agrado, che fa dell’ambiguità sessuale l’unica verità possibile di un mondo popolato da maschere e finzioni, perché, come dirà nel monologo che rappresenta il climax emotivo del film “una è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di se stessa”. Agrado che dice di sé (sempre nel medesimo monologo):

‘Mi chiamano Agrado perché per tutta la vita ho sempre cercato di rendere la vita gradevole agli altri…’

Almodovar riesce nella magia suprema di mantenersi in equilibrio su un filo sottilissimo, scatenando la commozione pur rifuggendo il pietismo ed il patetico.

Dietro questa sorta di moderna tragedia greca,ritroviamo tutti i temi propri del cinema di Almodovar: l’egoismo maschile, i labili confini dell’identità sessuale (memorabile in tal senso Miguel Bosé in ‘Tacchi a spillo’), il rapporto amore/morte (che raggiungerà vette inarrivabili in “Parla con lei”), il disfacimento fisico (l’Aids, ma anche l’Alzheimer), il dramma della finzione (l’attrice Huma Royo, una Marisa Paredes nuovamente strepitosa dopo “Tacchi a spillo”), il mistero della maternità.

Un apologo sulla solitudine e sul lutto, pur sempre guidato dall’ottimismo: “Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti”, giura Agrado. Ed è proprio da una generosità marchiata dal germe dell’autodistruzione che si compie il miracolo della procreazione, altro tema-cardine del film: il bimbo sieropositivo di Rosa (la suora, una Penelope Cruz che con Almodovar si esprime sempre al suo meglio) che viene alla luce e guarisce al prezzo della morte della madre. Una creatura che è anche un nuovo Esteban, un Esteban che rinasce dalle ceneri.

Emblematica, la dedica con cui Almodovar chiude il film:

‘A Bette Davis, Gena Rowlands, Romy Schneider… A tutte le attrici che hanno fatto le attrici, a tutte le donne che recitano, agli uomini che recitano e si trasformano in donne, a tutte le persone che vogliono essere madri. A mia madre’

Merita una citazione l’ottima colonna sonora di Alberto Iglesias, eseguita dalla Filarmonica di Praga, che unisce opera, jazz, folk latino accompagnando in ogni istante i sentimenti di attori e spettatori.

‘Tutto su mia madre’ si aggiudicherà la Palma per la miglior regia a Cannes nel 1999 e l’Oscar un anno dopo come “miglior film straniero”, ma questo, per una volta, è, davvero, un particolare del tutto ininfluente.

Lunedì Film – Amici miei – Mario Monicelli

Quattro amici di mezza età non hanno mai perso lo spirito allegro, e di quello armati affrontano la vita ed una quotidianità che in fondo, di poetico, ha ben poco.

Con un’irrestibile pulsione alla celia, allo scherzo, anche greve, approfittano di ogni occasione per dare spazio alla loro goliardia: sia essa condensata in una battuta, una frecciata o una burla geniale.

Lampi che partono all’improvviso, o scherzi apparecchiati con cura da mettere in scena durante una gita fuori porta (la famosa “zingarata”, termine che entrerà nell’uso comune dopo l’uscita del film).

Nel mezzo, galeotta una storia d’amore, l quartetto si aggiunge un quinto elemento, che si integrerà alla perfezione col resto del gruppo.

Nulla può essere preso sul serio. E ogni cosa è meritevole di essere messa in burla. Anche la morte di uno di loro. Chiunque può essere oggetto dello scherzo, ogni scenario è lecito.

Nella colonna sonora spesso ricorre il notissimo tema del Rigoletto (Bella figlia dell’amor, schiavo sono, schiavo son dei vezzi tuoi)

Di scene memorabili è costellato il film, ma su tutte restano nell’immaginario collettivo la supercazzola e lo schiaffeggiamento alla stazione.

Amici miei” è la celebrazione dell’amicizia sincera e spensierata, l’amicizia fondata sul comune sentire in barba ad amori classi, classi sociali, ambienti familiari.

Il Perozzi, voce narrante, è redattore presso un giornale. Ha un figlio ed è separato dalla moglie.
Il Melandri è un architetto. Perennemente innamorato, passionale, a tratti isterico.
Il Mascetti è un conte decaduto. Povero e purtuttavia orgoglioso, vive di espedienti con cui mantiene a stento moglie e figlia, dopo aver dilapidato gli averi suoi e della consorte. Follemente innamorato di una contorsionista, che verrà ad un certo punto fatta entrare in valigia e spedita dagli amici senza tanti complimenti.
Il Necchi, brillante e sereno, proprietario di un bar e all’apparenza felicemente sposato.
Il Sassaroli, medico stimato e benestante, abbandona la moglie, viziata e instabile, e il resto della famiglia (cane compreso), una truppa di inesorabili rompicoglioni in mano al Melandri, che della di lui moglie s’era innamorato. Poi l’amore tra la bella e il Melandri, finirà. L’amicizia col Sassaroli, no.
Più diversi tra loro non potrebbero essere. Eppure, quel gruppo ad un certo punto, è un valore talmente forte da sostituire quello della famiglia.

Nulla deve essere preso sul serio, si diceva. Si pensi al Perozzi. Che vive solo. Come se avesse preferito perdere moglie e figlio, piuttosto che la sua leggerezza e la capacità di sorridere alla vita. Durante la memorabile scena degli schiaffi alla stazione, uno dei ceffonati è il figlio del Perozzi. Lo scandalizzato figlio del Perozzi. Il rimprovero del rampollo è per il giornalista occasione di una riflessione che è in fondo il manifesto poetico del film:
Io restai lì a chiedermi se l’imbecille ero io, che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se invece era lui, che la pigliava come una condanna ai lavori forzati, o se lo eravamo tutti e due. Lui è un leopardiano. E io no. Leopardi, seduto dietro la siepe, in cima alla collina, pensando all’infinito si metteva a piangere a dirotto. Io invece dopo un po’ mi metterei a ridere. E trovo questa mia posizione altrettanto rispettabile e degna di considerazione.

Non è superficialità. Non è neppure fuga dalla realtà. Qui si ride per non morire dentro. Per alleviare il pensiero della vecchiaia e della morte, per ridimensionare il quotidiano a quel che è. Quotidiano, appunto.
E a volte è più facile piangersi addosso che ridere di tutto. Mantenendo gli occhi aperti sulla realtà

Il cast è stellare: i cinque amici sono interpretati da Philippe Noiret (Perozzi), Ugo Tognazzi (Mascetti), Adolfo Celi (Sassaroli), Gastone Moschin (Melandri) e Duilio Del Prete (Necchi, che poi nel capitolo secondo e terzo della saga, sarà reso da Renzo Montagnani).
L’idea originale è di un grandissimo, Pietro Germi, che, a causa della malattia, cederà il progetto all’amico Monicelli.
Mario Monicelli, si è già detto altrove, è un gigante del cinema (e non solo di quello italiano) ed imprime alla storia un fondo di crudeltà che la rende irripetibile. Firmerà anche il secondo atto della saga. Ma non il terzo, che finirà in mano a Nanni Loy, e che sarà ben più debole dei primi due. Perchè una certa vena di crudeltà non si improvvisa. E’ come il coraggio di Don Abbondio. Se non ce l’hai non te lo puoi dare.
Un film come Amici miei, nelle mani sbagliate avrebbe potuto essere un film stupido, demenziale, o semplicemente volgare.
Invece tratteggia i tratti peculiari dell’italianità. Monicelli trattegia l’italiano non come la solita macchietta da strapaese ma come il figlio inquieto di un Paese difficile, uno che riesce ad essere mammone, pavido e farfallone, ma che di fronte alle prove della vita riesce a dimostrarsi anche risoluto e generoso.L’intero film è pervaso di un’ironia mai fine a se stessa, mai demenziale, sempre vagamente percorsa da una vena drammatica. Ma di quella drammaticità che non è mai patetica, che non cerca mai la lacrima facile.

In poche parole. Un capolavoro.

Lunedì film – La finestra di fronte – Ferzan Ozpetek

Ya no estas mas a mi lado corazón

en el alma sólo tengo soledad

Giovanna (Giovanna Mezzogiorno) è sposata con Filippo (Filippo Nigro) e ha due figli. Lei fa la contabile in una polleria, lui si trascina tra un lavoro precario e l’altro. Insoddisfatta di sé, lei è infelice e si trascina in una normalità da cui vorrebbe evadere.

y si ya no puedo verte
por qué Dios me hizo quererte
para hacerme sufrir mas.

Un giorno Giovanna e Filippo incontrano sul loro cammino un anziano e smemorato signore che dice di chiamarsi Simone (Massimo Girotti). Lo accolgono e se ne prendono cura, cercando di ricostruire il suo passato e ricondurlo a casa

Siempre fuiste la razón de mi existir
adorarte para mi fue religión

Giovanna per spezzare il suo presente opprimente ed immaginare una vita migliore, spia di nascosto Lorenzo (Raoul Bova), il vicino che abita nel palazzo di fronte; sarà grazie a lui che Giovanna riuscirà a scoprire l’identità e il triste segreto del passato di Simone.E a scoprire che se lei spiava Lorenzo, Lorenzo pure spiava lei con altrettanta se non maggiore intensità.

en tus besos yo encontraba
el calor que me brindaba
el amor y la pasión

Simone in realtà è Davide Veroli, ebreo omosessuale scampato al rastrellamento del 1943, quando si trovò a scegliere se avvisare il maggior numero possibile di persone o l’amato (che scopriremo essere il vero Simone): scelse di avvisare la sua gente (e la donna che ora lo accudisce era una bambina salvata allora), ma Simone non ebbe scampo, e Davide trascorse il resto della sua esistenza a rimpiangerlo.

Es la historia de un amor
como no hay otro igual
que me hizo comprender
todo el bien, todo el mal

Sarà Davide/Simone, con la sua storia e le sue parole, a spingere Giovanna a guardarsi dentro e a scegliere coscientemente la strada da percorrere e a trovare nuovo slancio per inseguire i suoi sogni. O quel che ne resta.

que le dio luz a mi vida
apagándola después
hay que vida tan obscura
sin tu amor no viviré.

La Finestra di fronte è tutto fuorchè un film straordinario. Ozpetek spesso indulge ad un sentimentalismo mieloso e un po’ furbetto (non diversamente da Muccino), e questo, comunque, non è neppure il suo film migliore, meglio, molto meglio, Mine vaganti e Saturno contro, per dirne due.

Pure è un buon film, che avrebbe potuto essere migliore con una protagonista più coinvolgente della Mezzogiorno (altra interprete tipicamente mucciniana) che sarà pure un’icona di certo film sensibil-romantico-generazionale, ma a che a me pare, pur nell’indubbia abilità, sempre un po’ freddina e fuori parte, e con un Lorenzo diverso da Raoul Bova, espressivo come un blocco di ghisa.

Per contro, incanta la recitazione di Massimo Girotti (che morirà ultraottantenne al termine delle riprese e a cui è dedicato il film) straordinario attore che ha attraversato cinema, televisione e prosa dagli anni ’40 sino al 2003, e che con pochi misurati, impercettibili gesti disegna Davide/Simone, la sua sofferenza ed il suo dolore.

Ma l’altra (buona) ragione per parlare di questo film è l’uso sempre sapiente che Ozpetek fa della musica. Le sue colonne sonore sono sempre gioielli. Sempre.

Ma qui si supera e le note di Historia de un amor, nella versione di Guadalupe Pineda, si accompagnano alle immagini regalandoci tre minuti scarsi di grandissimo cinema.

Lunedì film – Il gioiellino – Andrea Molaioli

Stanno contribuendo, e li ringrazio:

wildhorse, con un passo del Manzoni che è in tema con tutto, con la manifestazione #ioleggoperché e con il tema settimanale etica e morale

la ‘povna, che etica é molte cose, anche, forse soprattutto, svolgere con cura, amore e dedizione i nostri compiti quotidianamente

a gaberricci, che si occupa di declinarci Guardie e Ladri, e parla, con profondità di etica e morale.

Al momento di declinare etica e morale per lunedì film, un pirmo istinto mi ha spinta verso Wall Street.

D’altronde, pensi a Gekko, mentre dice “È tutta una questione di soldi, il resto è conversazione” e ti chiedi: ‘che altro mai potrà essere così paradigmatico?’

Ma a volte il paradigma stroppia. E il rischio è di trascendere nel caricaturale. S’aggiunga infine, che l’amoralità di questo mondo, l’assenza di etica non è patrimonio dei soli Gekko di questo mondo. Magari lo fosse. Che percentualmente, quelli, son minoranza. Il danno vero, lo fanno gli altri. Quelli che si mimetizzano. Quelli che sembrano, un po’. come noi.

Partendo da questo assunto, sono approdata a ‘Il gioiellino’. Nel 2011, Andrea Molaioli, già assistente alla regia di Nanni Moretti, proveniente da un’opera prima invero notevole quale ‘La ragazza del lago’, prende le mosse dal caso Parmalat per confezionare un film che poteva qualificarsi come instant movie e cavalcare, con una certa banalità, il cinema di denuncia finanziaria.

Invece va oltre, creando un affresco difficilmente dimenticabile.

Perchè qui si parte da un genere, il cinema di denuncia, lo si percorre, entro certi limiti, ma si finisce per spostare l’obiettivo anche altrove, anziché perdersi sterilmente nella polemica e nell’invettiva. La rivendicazione popolare contro chi ha, con dolo, rovinato un numero elevatissimo di risparmiatori, non trova spazi, qui.

Per rafforzare questa scelta si noti che i nomi dei protagonisti son cambiati. Tutti. E non certo per timore di denunce, visto come stavano (e stanno) le cose da un punto di vista giudiziario.

Non è un film di denuncia, si diceva. E neppure un thriller finanziario. Qui, il disastro è chiaro fin da subito. E i colpevoli del disastro non sono in dubbio. Mai.

Utilizzando gli strumenti dell’introspezione, si scava tra luci ed ombre (soprattutto ombre) di personaggi che si comprende subito essere immersi in qualcosa di più grande di loro. Borghesi piccoli piccoli, provinciali in senso stretto, che la vanità ha spinto sino al proprio massimo grado di incompetenza nel gestire qualcosa che sarà pur stato da loro creato, ma è sfuggito da tempo al loro controllo.

Sono i portabandiera di certa imprenditoria italica ed esprimono una realtà sociale, umana, culturale di quella classe imprenditoriale sono distintive. E’ rappresentato il tessuto Italia, senza caricature, senza eccessi. Ma anche senza pietismi e pelose giustificazioni.

La vicenda è spunto per trascendere e narrare altro. E’ il senso di una finanza che diventa un tutto in grado di erodere ogni altro aspetto.

Non sono le truffe contabili, le plus valenze, le società offshore, i tesori sepolti nel giardino di casa a dare la misura dell’oltraggio alla morale. Quelli sono gli strumenti. I mezzi, per quanto abietti. Da lì nasce l’illegalità ai sensi del codice penale.

Ma l’immoralità, la mancanza di etica sono nei comportamenti che poi costringono, in una sorta di circolo vizioso, a servirsi di quei mezzi .

Il vero fulcro del film sono le scene che mettono in luce il modo di pensare di una fetta ampia dell’imprenditoria italiana, quella che non è mai riuscita ad uscire dal modus operandi della piccola impresa neppure quando quella piccola impresa è diventata un colosso. Quella che ha collocato ai vertici, figli, nipoti e famigli assortiti, anche quando questi per studi, competenze, formazione, capacità erano palesemente inadatti. Quella che ha mantenuto al vertici i collaboratori di una vita, in ossequio a una presunta fedeltà, anche quando questi personaggi avevano palesemente raggiunto la soglia dell’incapacità. Per assenza di strumenti e di capacità di visione. E per assenza di quell’umiltà necessaria ad ammettere i proprio limiti.

Il centro di tutto sono le scene che portano alla luce quel modo di fare e vivere che rappresenta il nostro Paese e che ne è la più grande condanna.

Sono le scene in cui Amanzio Rastelli (un ottimo Remo Girone) passeggia ogni domenica al solo fine di raccogliere l’omaggio dei suoi concittadini. Sono quegli ossequi provinciali incarnati dalla commessa della pasticceria che si affanna ad aprire la porta, sono quei ‘dottore’ offerti in omaggio a chi dottore non é.

Sono le scene in cui il rigido Ernesto Botta (l’alter ego di Tonna, un altrettanto efficace Toni Servillo) parla del ‘gioiellino’ come se fosse la sua azienda.

Il bisogno di poter continuare a soddisfare queste piccole e grandi debolezze spinge entrambi ad una discesa agli inferi sempre più malata, alla perdita di ogni aderenza all’etica ed alla morale. Alla trufffa, cosciente e continuata, ai danni di incolpevoli consumatori truffati invece da ben più colpevoli banche, strumento, esse sì, consapevolmente immorale e pure totalmente astratto.

Il film da un certo momento in poi si stacca dal caso Parmalar, e pur con una stilistica e un linguaggio differente, non diversamente dal Divo di Sorrentino diventano un grande affresco sui valori e sulla loro perdita.

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Lunedì film – La meglio gioventù – Marco Tullio Giordana

Ne abbiamo, di sguincio, parlato con la ‘povna in svariate occasioni, che lo sceneggiatore, si sa, ci mette sempre mano.

La meglio gioventù è un film straordinario. Dal punto punto di vista cinematografico, che la regia di Giordana non lascia nulla al caso. Dal punto di vista della sceneggiatura, che Rulli e Petraglia (i creatori della prima Piovra, ma anche gli sceneggiatori de Il Portaborse, Romanzo criminale, Mio fratello è figlio unico), confezionano un impianto sempre serrato. Dal punto  di vista del casting, che, si avvale di stelle consolidate (Adriana Asti, la madre), come di quasi esordienti, come Alessio Boni (il tormentato Matteo), ma anche Sonia Bergamasco (Giulia, moglie di Nicola, intensissima nel ruolo di brigatista cui conferisce un’oggettiva antipatia).

C’è poi uno strepitoso Luigi Lo Cascio. Centro di gravità permanente dell’intera storia. Psichiatra illuminato. E il suo contraltare, una splendida Jasmine Trinca, nel ruolo di Giorgia, la ragazza disturbata fatta a pezzi dalla psichiatria impietosa di quegli anni.

La meglio gioventù é la storia della famiglia Carati, dall’alluvione di Firenze del 1966 fino alle vicende di Tangentopoli.

La trama, quella, la potete trovare tranquillamente in rete, ma non se ne parla più di tanto qui, per non togliere nulla a chi il film non l’avesse ancora visto.
Basti sapere che c’è un lungo tratto di strada da fare: il ’68, la nascita del terrorismo, il suo insinuarsi nei gangli della società, la crisi della Fiat con il crollo del modello ‘se va bene per la FIAT, va bene per Torino e va bene per l’Italia’ su cui si fondava gran parte della nostra strategia politica, gli anni di Tangentopoli, l’ascesa del modello leghista, le stragi mafiose.

E’ un viaggio attraverso gli occhi, e i sentimenti, dei protagonisti, attraverso la loro spicciola quotidianità.

Personaggi che, tutti, attraversano la storia con il coraggio di chi vorrebbe almeno provare a cambiare le cose.
Film commovente grazie alla partecipazione sincera, da parte di regista e sceneggiatori, alle emozioni dei personaggi, partecipazione che, alla fine, coinvolge anche lo spettatore; e grazie, anche, a dialoghi che sono, certo, profondi ed originali, ma, soprattutto, sempre adeguati all’ambito narrativo. Mai un tono sopra o un tono sotto.

Lungo sei ore, trasmesso in due parti (in sala anche in un’unica, ma mai estenuante, proiezione) da Rai Fiction che lo produsse.

Trarre una frase, da sei ore di opera maestosa, pare perfino offensivo. Pure, vorrei ricordare il dialogo tra Nicola, che si reca in carcere come psichiatra, ed un inquisito di Tangentopoli:

Inquisito: “è l’Italia che hanno fatto i nostri padri, mi creda”
Nicola: “No, mio padre no, mi creda anche lei……”

Partecipano questa settimana

L’economa domestica – Vacanze di Natale – prima di fare quella faccia, andate a leggere. Vale il prezzo del biglietto, credete a me.

Lunedì Film – Il pranzo della domenica – Carlo Vanzina

Su, dai, non fate quelle facce lì. Lo so. Sto recensendo l’irrecensibile, l’incitabile, quello che tutti guardano e mai ammettoni.

Che quando parli di cinema, ti ritrovi sempre davanti nostra signora (o nostro signore) della saccenza. Quelli che per loro il cinema è Fassbinder, o, al massimo, Wim Wenders. E quando tu, che sei bastarda dentro, gli dici: ‘Eh in effetti, Wenders con Il posto delle fragole raggiunge vette mai raggiunte prima’ soggiungono con aria grave: ‘Assolutamente. Il punto più alto della sua poetica’. E tu, che hai appena fatto tana, sorridi pensando: ‘Della poetica di Bergman, al massimo’.

E poi ci sono tutti gli altri. Quelli che che quando parlano dei Vanzina assumono quell’espressione schifata, di quando un piccione ti ha appena cagato su un piede e tu hai le tue scarpe scamosciate preferite. E poi, un attimo dopo, ti sciorinano l’intera filmografia di Steven Seagal. E tu traballi. Giusto quell’attimo.

O quegli altri, che inorridiscono davanti a Boldi e De Sica (che sono effettivamente uno scempio), ma poi ti fanno il panegirico di Scary movie. Che fa cagare uguale uguale, ma è ‘ammericano’ e, in quanto tale, molto più figo.

Che poi, si sospetta che tutti questi disprezzatori facciano la fila al botteghino, datosi che i Vanzina, in effetti, incassano mai meno di qualche milione di euro.

E comunque, non è questo l’oggetto della recensione. La domanda che ci si pone, con queste righe, e cosa sarebbero stati i Vanzina se.

Se per esempio tutte quelle vacanze di Natale non se le fosse filate nessuno.

Figli di Steno (che all’anagrafe faceva Stefano Vanzina), i Vanzina brothers viaggiano in coppia, come i carabinieri. E, spessissimo, sprecano il loro talento. Facciamo a capirci. Sono i Vanzina e non Fassbinder, ma quando ci si applica, i meriti vanno riconosciuti.

E nel Pranzo della domenica si applicano.

In breve, la trama. Franca Malorni, romana della media borghesia, si ritrova d’un tratto vedova. La sua vita cambia e le le sue tre figlie Barbara, Sofia e Susanna, tutte sposate, sono ‘obbligate’ a recarsi da lei ogni domenica con famiglie al seguito. Nel corso di uno di questi pranzi della domenica, Franca ha un incidente e si rompe un femore. La sua degenza, lunga e faticosa, farà emergere dissidi e problemi ben celati dietro la facciata borghese.

‘Il pranzo della domenica’ è il capolavoro della premiata ditta Vanzina.

Non un capolavoro in sè, ovvio. Ma in quell’abbandonarsi all’evocazione di pezzi di storia della commedia all’italiana, e nell’occhieggiare un po’ alla Comencini de ‘Il più bel giorno della mia vita’ e un po’ al Muccino di ‘Ricordati di me’, confezionano un film ben più che gradevole.

Una, vaga, satira sociale, che si riduce per lo più a contrappunto, e il racconto, abile, delle contraddizioni affettive di una media borghesia che tutti noi conosciamo bene. Con i suoi punti di vista ristretti, le molte miserie (umane) e le poche nobiltà.

E’ un raccontare, con ironia ma senza sarcasmo, i piccoli misfatti della vita contemporanea. C’è uno sguardo affettuoso, sui personaggi e sulle loro vicende, che rende questo film non greve, e soprattutto non falso.

Detto questo, da un certo momento in poi, si vedono, notevoli, i limiti dei Vanzina stessi, che, non adusi alla conduzione di una storia di questo tipo, sembrano non riuscire a maneggiarne appieno il potenziale.

Il cerchiobottismo politico (una sorta di par condicio per cui alla battuta su Berlusconi segue quella su Bertinotti), limita di molto la capacità di fare vera satira.

Manca sempre qualcosa. Manca la furbizia di Muccino, forse, ma anche, e soprattutto, l’intensità e il sapersi commuovere e far commuovere della Comencini.

Sembra quasi ci sia non già incapacità, ma timore, nell’alzare l’asticella. Una sorta di auto-censura che limita il film facendolo restare un buon film, ma non un film eccellente.

Il cast partecipa con coralità, e soprattutto con abilità. Bravi tutti, vien da dire. Forse, gli uomini, leggermente meglio delle donne. E tra Ghini, Papaleo e Mattioli non sapresti chi scegliere. Una menzione speciale va anzi a Mattioli, uno che ha sempre lavorato moltissimo, ma in ruoli marginali, nel caso di pellicole maggiori, o in ruoli di primo piano, in film francamente risibili. E che dimostra che, se ben diretto, può offrire parecchio, se non in termini di tecnica quantomeno umanità conferita ai personaggi.

Un buon film, si diceva. Che, con tristezza, mostra quel che avrebbero potuto offrire al panorama della commedia all’italiana (che resta pur sempre un gran genere) i Vanzina, se avessero frequentato meno il cinepanettone, o avessero cercato, almeno, l’equilibrio tra cinema e botteghino.

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Lunedì film – Tacchi a spillo – Pedro Almodovar

Corre l’anno 1991. Pedro Almodovar, reduce dal successo di Donne sull’orlo di una crisi di nervi, che lo lancia sui circuiti internazionali, confeziona un film che rappresenta un anticipo, consistente, della sua poetica.

Non manca nulla. Una tormentata relazione madre-figlia, la rappresentazione del decadente mondo dello spettacolo, gli immancabili triangoli amorosi, il conflitto di identità (sessuale, soprattutto) e la storia di una generazione cresciuta in una Spagna ormai libera dal franchismo.

E’ la storia di una figlia Rebeca (Victoria Abril, una delle attrici feticcio di Almodova) e di una madre Becky (Marisa Paredes, altra attrice feticcio, qui semplicemente straordinaria). Una madre e una figlia separate da anni, per volontà della prima, che trovatasi a scegliere tra maternità e carriera, sceglie, insindacabilmente, la seconda

Rebeca, che prova una fascinazione per la madre che sconfina nella venerazione, è disposta a tutto perdonare. Ma come in ogni film di Almodovar, c’è sempre un ma.

Rebeca è sposata con l’ex-amante della madre, Manuel (Feodor Atkine). Lui non ha mai dimenticato lei, lei non ha mai dimenticato lui. Le acque diventano torbide, e gli antichi rancori tornano a galla.

Entra in scena il giudice Dominguez, un Miguel Bosé sublime nel suo non essere mai macchietta, personaggio chiave della pellicola, giacché nel ruolo di giudice rappresenta l’autorità, ma sarà anche la chiave per entrare nella contorta psiche di Rebeca, che si innamora del giudice quando questi opera nei panni di Letal, un travestito che imita Becky, e che, come dice Rebeca alla madre “Quando mi mancavi, andavo a vederlo, perchè mi ricordava te.”

Ad un certo punto, l’inevitabile. Manuel, il vertice del triangolo amoroso, viene trovato morto nel suo chalet.

E da qui prende il via un più che discreto poliziesco di contorno (e per questo il racconto della trama si ferma con la morte di Manuel).

Una menzione speciale va alla colonna sonora, che potenzia le emozioni del film,  e imperdibili sono Piensa en mi,  e Un año de amor, entrambe affidate all’interpretazione di Luz Casal.

Il film prende le mosse da “Sinfonia d’autunno” di Bergman, che viene citato, (madre artista e figlia con insopprimibile complesso di inferiorità) però si allontana anni luce dalle spirali psicanalitiche di Bergman, e aggiunge crimini, travestiti, humour. In una parola, vita. Il viaggio da Bergman ad Almodovar si traduce in meno Freud e più Chanel, bellezza.

Che “Tacchi a spillo” è pellicola profondamente femmina, partendo dall’oscuro oggetto di desiderio rappresentato dal morbosissimo travestito interpretato da Miguel Bosé, con splendidi primi piani di scarpe.

C’è passione, sentimento a fior di pelle, melodramma, commedia, amore, odio e leggerezza. Gli attori sono in sintonia, con se stessi, con il regista, con gli altri protagonisti, e l’opera diventa corale. Soprattutto paiono coscienti del fatto di stare recitando in una di quelle pellicole che chissà quando mai un’altra così. Ed anche il sesso non è un sovrappiù messo lì, ma è funzionale al calderone emotivo in cui il regista cuoce a fuoco lento tutti gli ingredienti

Infine una nota. Il film in Italia venne tradotto con ‘Tacchi a spillo’

In realtà l’originale è ‘Tacones lejanos’ (Tacchi lontani) e il titolo prende origine da una frase beliisima che Victoria/Rebeca, rivolge a Marisa/Becky: “Da bambina quando vivevamo insieme, non riuscivo ad addormentarmi finché non sentivo il rumore dei tuoi tacchi in lontananza.

E ci si chiede, una volta ancora, chi traduca i titoli delle pellicole.

 

Hanno partecipato questa settimana:

L’economa domestica – http://economiapersonale.blogspot.it/2015/02/lunedi-film-luigi-filippo-damico.html – con un Guglielmo il Dentone con un Sordi d’annata

La ‘povna – https://nemoinslumberland.wordpress.com/2015/02/23/garage-olimpo-marco-bechis-lunedifilm/ – con un Garage Olimpo di Marco Bechis, che quadra il cerchio con la lettura di Kamchatka

Roceresale – https://roceresale.wordpress.com/2015/02/23/rifletto-sullesistenza-come-il-piccione-ma-il-mio-sulla-panchina-ci-ha/ che recensisce talmente bene da incuriosire e spingere alla visione.

E, buona settimana a tutti.