On the bookshelf – La casa di ringhiera – Francesco Recami

Un buon terzo del libro trascorre fotografando la vita di una casa di ringhiera.

Un appartamento dopo l’altro, un inquilino dopo l’altro.

C’è il Consonni Amedeo, tappezziere in pensione, nonno part-time, appassionato di crimini insoluti di cui gelosamente conserva e classifica ritagli di giornale, c’è la famiglia che dovrebbe essere quella del Mulino Bianco, e invece il papà è alcolizzato; c’è la coppia del Sud, lei procace, lui manesco, che un po’ si ama e molto litiga; c’è la vicina, malevola e impicciona, gretta e meschina, molto spiegabilmente sola; c’è la professoressa dal passato misterioso, un po’ fidanzata col Consonni; c’è l’ottantenne ossessionato dalla sua Opel Vectra.

E proprio mentre tutta questa descrittività inizia vagamente ad annoiare, e cerchi di trovare un senso a tutti questi “ritratti di famiglia in un interno”, inizia a capitare di tutto: il padre alcolizzato scompare, la coppia del Sud ha una lite violenta, e subito dopo lei svanisce nel nulla; il Consonni s’improvvisa detective per scoprire l’assassino di un appassionato di storia egizia e viene rinchiuso in uno sgabuzzino, mentre minacciano di uccidergli il nipotino, l’ottantenne buca le ruote a chi gli ha usurpato il posto auto in cortile e i bambini cercano di aiutare il papà.

Il romanzo ha un’accelerazione improvvisa, con una girandola di situazioni, che, un po’ per caso, un po’ con l’intervento a volte improvvido degli inquilini, si intrecciano, ingarbugliandosi e suggerendo false piste, facendo virare il giallo su una commedia amara.

Quando arriva la polizia, ogni inquilino pensa che la volante sia lì per lui.

Irriverente, delicato, profondo, mai stonato, alla ricerca della bellezza anche nella mediocrità delle situazioni. Un romanzo che ci ricorda che nessuno è mai del tutto innocente.

Dopo davvero troppo, troppo tempo, per il venerdì del libro di homemademamma

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On the bookshelf – Di rabbia e di vento – Alessandro Robecchi

Carlo Monterossi torna, nel terzo atto della serie di Robecchi. Dei tre, il più riuscito. Dopo i pur meritevoli (di lettura) Questa non è una canzone d’amore e Dove sei stanotte, questa volta un vento freddo spira su Milano ed è la rappresentazione climatica di una città sempre più ostica, dura, difficile, sempre meno amichevole. Il luogo ideale a far da palcoscenico ad una storia corale di criminalità urbana e di ordinaria crudeltà.

Corali sono i detective in campo. A partire dal Monterossi medesimo, autore di programmi televisivi che è lui il primo a disprezzare; per passare attraverso gli investigatori istituzionali, Tarcisio Ghezzi, vice sovrintendente di polizia, e Carella, che indagano con la tigna propria di chi cerca giustizia. Perché solo così, i fantasmi dei morti ammazzati possono finalmente trovare pace .

E come una specie di coro greco che fa da contrappunto alla storia entrano nel racconto ricche escort e puttane da poche lire, bische clandestine, strozzini, delinquenti che ritornano da un passato che non passa mai, imprenditori dell’etere e conduttrici televisive esperte in pornografia dei sentimenti.

La storia prende il via dalla morte violenta, violentissima, della bella Anna, raffinata escort senza passato, che leggeva Fenoglio e ascoltava Cohen. Un ultimo bicchiere con il Monterossi a casa di lei (ma niente sesso, che il suo cuore si strugge per l’amata lontana), lui che se ne va mentre lei sta dormendo. Il clac di una serratura (contrappunto sonoro per l’intero libro) e il ritrovamento, l’indomani,  del cadavere seviziato della donna.

Nella città che fu da bere e adesso spesso è da sniffare si dipana la storia tra false piste, e conti che prima o poi qualcuno presenta e vanno, inesorabilmente, saldati.

In mezzo, una Milano nerissima, senza speranza e senza speranze, tra disperati, balordi, sceriffi, strozzini, papponi .

Alla ricerca del colpevole certo, ma anche del perché sia stata uccisa una escort bellissima che ascoltava Cohen e leggeva Fenoglio, e, in fondo, anche del perché una bella ragazza che ascoltava Cohen e leggeva Fenoglio sia diventata una escort.

Se un limite vogliamo trovare a Robecchi, uno che anni fa scriveva su Cuore e che oggi è tra gli autori di Crozza, uno che scrive bene e si vede che padroneggia il mestiere, è il fatto di restare sempre un po’ in superficie, nel disegnare i suoi personaggi.

Perché emotivamente la storia non ha mai un cambio di marcia, un climax. E’ una costruzione che non cade (e intendiamoci, di questi tempi, avercene) ma non spicca neppure il volo.

E forse questo è un retaggio televisivo, figlio di un mezzo che richiede una velocità differente. Ma in un romanza di oltre 400 pagine, rischia di essere limitante.

Dopo lunga latitanza, per il venerdì del libro di homemademamma

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On the bookshelf – Il ferro da stiro – Gianni Simoni

Gianni Simoni è un ex magistrato che si occupò del caso Ambrosoli prima e di quello Sindona poi.

Il che dice molto del cursus honorum dell’uomo di legge e nulla sulle sue capacità di giallista.

Invece.

Invece “Il ferro da stiro” è un giallo insolito, considerando che per le prime 130 pagine non succede assolutamente nulla e però è, al contempo, un buon romanzo. Comparandolo con molto di quello che c’è sul mercato, lo si può definire anche molto buono, nel suo genere.

In quelle 130 pagine si rappresenta la quotidianità del pensionando commissario Miceli, alle prese con una svolta cruciale, e quella del già pensionato ex giudice Petri.

Spaccati di vita domestica, problemi idraulici connessi all’età. Tutte cose trite e ritrite che sarebbero supremamente noiose e invece vengono narrate con un garbo leggero che le rende piacevoli.

L’inatteso, in effetti. Soprattutto se è la prima volta che ti approcci ai libri di Simoni e alle avventure della collaudata coppia Petri-Miceli.

Poi, un evento apparentemente banale come la sostituzione di un ferro da stiro, darà il via ad un’indagine che porterà alla soluzione di ben due casi.

Sorretto da dialoghi ed atmosfere ben centrate con, sullo sfondo, la città di Brescia, a me ignota, che, dalle descrizioni, meriterebbe senz’altro una visita.

Ben definiti e delineati i personaggi che non diventano mai macchietta.

Uno stile piacevole ma asciutto.

Forse la parte più debole dell’intera architettura è proprio quella poliziesca, che dopo un po’ diventa inconsistente e, quel che è peggio dato il genere, piuttosto prevedibile.

Ovviamente, dopo lunga assenza, per il venerdì del libro

On the bookshelf – La briscola in cinque – Marco Malvaldi

Prendete un luogo di fantasia, Pineta.

Quattro vecchietti saccenti e pettegoli, un barista (o barrista, come direbbe lui) nipote di uno dei quattro, seduti ai tavolini del bar, un commissario inadeguato, una ragazza trovata morta in un cassonetto. Aggiungete abbondante vernacolo toscano.

Il libro di Malvaldi (questo, ma anche i successivi) è in fondo tutto lì. La sensazione è che l’autore voglia soprattutto raccontare squarci di realtà, in forma a volte ironica, a volte ridicola. Il risultato qualche volta è esilarante, altre vagamente eccessivo.

Come il vernacolo toscano, il cui uso, a volte, sembra un po’ eccessivo a discapito della scorrevolezza dell’insieme.

L’intreccio giallo è abbastanza inconsistente, con un finale tirato via e una scarsa introspezione psicologica dei personaggi.

L’omicidio sembra quasi un diversivo su cui fare interagire i personaggi.

Un libro che consigliare sarebbe eccessivo, e sconsigliare pure. Son quei libri che stanno nel limbo, quei libri che leggi, che vanno via veloci, e che ti lasciano poco.

Non un buon libro, dunque, ma neppure un pessimo romanza. Accostarlo però a Camilleri, o a Manzini pare fuori luogo.

Sia per qualità della trama che per la scrittura che risulta più faticosa e contorta. E che soffre un po’ di questo bisogno di far ridere a tutti i costi e di buttarla continuamente in caciara.

La briscola in cinque

Tutto questo, naturalmente, per il venerdì del libro

On the bookshelf – Pista nera – Antonio Manzini

Nonostante la passione per il poliziesco, trovo sempre più difficile trovare qualcosa che si scosti da quel canovaccio stantio composto dalla sacra triade: omicidio, indagine, soluzione.

Soprattutto, a venirmi spesso a noia, sono i protagonisti, eroi positivi chiamati lì ad incarnare il bene, come se il bene fosse incarnabile, e gli eroi esistessero ancora.

Per questo, forse, lo sbirro Rocco Schiavone, perché di sbirro si tratta, nell’accezione meno nobile del termine, vicequestore romano (vice-questore non commissario, per carità), in temporaneo esilio ad Aosta, risulta un anti-eroe ben disegnato.

Che intendiamoci, non c’è novità alcuna, negli anti-eroi. Ma riuscire a costruirne uno senza cadere nello stucchevole e nel forzato è meno semplice di quanto possa apparire.

In questo senso il poliziotto Rocco Schiavone, protagonista di Pista Nera, risulta un personaggio ben congegnato.

Intanto perché é l’anti-Montalbano ed incarna la summa di tutti gli elementi negativi che non troviamo nel commissariato di Vigata.

Poi perché Schiavone, che non è commissario ma vice-questore (ché la qualifica di commissario, come ripete con vezzo pedante, è stata abrogata da anni), é un disonesto, cresciuto in un quartiere popolare in cui l’alternativa era diventare o guardia o ladro.

E Schiavone ha scelto di essere guardia, mantenendo inalterato l’istinto a delinquere.

L’unica cosa che lo distingue dai criminali che persegue è la divisa che indossa: tolta quella non resta che un uomo scaltro e privo di scrupoli, che infrange senza rimpianti la legge se in ballo ci sono dei quattrini.

Spedito per motivi disciplinari nel gelo, tra le nevi di Aosta, lui, animale trasteverino, si ostina ad affrontare
la vita con loden e Clarks ai piedi. Per schiarirsi le idee, ogni mattina si fa un cannone di marijuana sequestrata.

Il vice questore Rocco Schiavone bisogna prenderlo per quello che è. Scorretto, manesco, irascibile e pieno di debolezze.

E’ un violento che non esita a ricorrere all’aggressività. Non ha nessun rispetto per i colleghi, che umilia e svilisce continuamente.

Non ha rispetto per la divisa che rappresenta, che è disposto ad immolare sulla’ltare del denaro.

Ama la bella vita. Odia il suo lavoro, e non ne fa mistero, per lui un omicidio è solo ‘una rottura di coglioni di decimo grado’.

Insomma, Rocco Schiavone è assolutamente credibile. Perché è un perfetto rappresentante dell’Italia peggiore, quella corrotta, quella senza etica né morale. ed è il senso di triste e dolorosa attualità del personaggio a dare anche all’umorismo una nota amara.

Quando maltratta D’Intino e Deruta, non c’è nulla della leggerezza di Montalbano con Agatino Catarella. Schiavone è solo stronzo. Con diverse sfumature. Che variano dall’un po’ al moltissimo.

Pure, non riesci a trovarlo antipatico, grazie alla sua coatta romanità, che strappa parecchi sorrisi.

E, proseguendo nella narrazione, anche Schiavone svelerà un lato più umano e una sua etica molto personale, che non lo riscattano, ma aiutano a definirlo.

Come romanzo, Pista nera è e resta un discreto giallo, ben congegnato, e senza particolari lacune nell’intreccio. Che sembra una banalità a dirsi, ma ultimamente non è sempre così.

All’inizio sembra un incidente: un corpo abbandonato su una pista da sci, smembrato e dilaniato dal passaggio di un gatto delle nevi. Anche riconoscerlo è un problema, figurarsi capire che non si tratta di incidente ma di delitto. E così, nonostante si tratti di una rottura di coglioni di decimo grado, Schiavone si rassegna a fare quello per cui lo Stato gli passa ogni mese uno stipendio: indagare sull’omicidio al gelo.

Lo fa, e lo fa bene, perchè Schiavone è uno sbirro di quelli bravi, e soprattutto uno che non ama gli vengano servite verità preconfezionate.

La scrittura di Manzini somiglia a Schiavone (e non potrebbe essere altrimenti): asciutta ed ironica.

Protagonisti e comprimari vengono letti e raccontati con gli occhi scazzati del vice-questore dipingendo una realtà di chiaroscuri, poco rassicurante ma con i tratti della sincerità.

L’ambientazione aostana rappresenta un punto di forza. E Manzini rende bene le dinamiche sociali di un microcosmo in cui tutti si conoscono e nel quale una certa freddezza di fondo si stempera nel pettegolezzo selvaggio dietro le tendine.

Tutto questo, naturalmente, dopo una lunghissima pausa per il venerdì del libro

Pista nera

On the bookshelf – I Buddenbrook – Thomas Mann

A quadrare definitivamente il cerchio di una lunga settimana (d’altronde, lanciato il sasso, inopportuno sarebbe nascondere la mano) e in attesa della proclamazione di domani, anche il tradizionale appuntamento del venerdì, col Venerdì del libro, viene declinato in ossequio al tema settimanale.

Su queste pagine, l’etica e la morale passano anche (soprattutto?) attraverso la decadenza finanziaria e morale di una famiglia di Lubecca e della loro attività commerciale, con un lungo filo che lega quattro generazioni. Una saga appassionante e drammatica, che richiama molti dei temi di cui ci siamo occupati.

Tra fastose dimore, descrizioni che evocano saloni damascati ed abiti raffinati, si narra la storia della famiglia Buddenbrook, della loro ascesa nell’olimpo dell’alta borghesia e della loro, da un certo momento in poi prevedibile, decadenza.

Vite agiate, vite vissute nell’orgoglio dell’appartenenza ad una classe sociale, l’alta borghesia, che incarna valori di  rispettabilità ed onore tributati più al nome che ai comportamenti.

Una storia nel segno di matrimoni nei quali l’amore è l’ultima delle variabili, di unioni studiate a tavolino per essere prima d’ogni altra cosa convenienti, giacché il prestigio, nella scala di valori rappresentata, viene prima di qualsiasi cosa.

Ma dopo l’apice, improvviso (anche se ampiamente presentibile) giunge lo sgretolamento, e da lì l’inarrestabile discesa agli inferi, tra disgrazie, malattie e morti che bussano implacabilmente alla porta.

E ogni morte rappresenta un ulteriore scalino di quella discesa agli inferi.

Morti che assurgono, per certi versi, a filo conduttore, per primo se ne va il nonno, il console Johann, il capostipite, il fondatore, che, privo di dubbi esistenziali, ha reso gloriosa la ditta, con giovialità e pragmaticità; per ultimo, stroncato dal tifo, l’adolescente Johann (e si noti che, simbolicamente, tutto inizia e finisce nel nome di Johann), detto Hanno, più artista che uomo d’azione, ma soprattutto prototipo dei molti inetti che popoleranno la letteratura del ‘900. Inetto, Hanno, non già per le sue del tutto legittime pulsioni artistiche, ma per la mancanza di carica vitale e per l’assenza di una forza di volontà in grado di accompagnarlo nell’affermazione della propria scala di valori.

Pure, i tratti di Hanno si vedono già, seppur più sfumati, in suo padre Tom, che rinuncia in gioventù ad un vero amore in nome della ditta e del prestigio, e che dovrà scendere più volte a compromessi con la sua natura e con la sua coscienza.

Ed è così che Tom si crea una maschera di decoro e rispettabilità, che però lo erode dall’interno deprivandolo di ogni residua energia. Energie per lo più investite nel mostrarsi al mondo come l’uomo forte che in realtà non é.

Il buon nome borghese è l’imperativo morale in nome del quale i Buddembrook, uomini e donne, rinunciano ai sentimenti.

Rinuncia che segna profondamente i personaggi maschili del romanzo mentre in apparenza scivola addosso alla protagonista femminile, la frivola e immatura Tony, che dopo aver buttato la giovinezza in matrimoni sbagliati e sventati, con scelte guidate dalla sola l’illusione di perpetuare benessere ed agi, trascorrerà gli anni del declino in un continuo ricordo del passato, rimasto la sola ancora di salvezza.

La decadenza dei Buddenbrook, però, non è la decadenza dei Malavoglia.

Non c’è alcun naufragio della Provvidenza, non c’è alcun ‘dies a quo’ a prefigurare l’inizio della fine. Nei Buddenbrook aleggia sempre una sorta di irrimediabilità del destino che fa apparire la liquidazione della ditta come un fenomeno naturale.

La crisi dei valori, la perdita del senso degli stessi, il depauperamento morale accompagna l’intero libro in un incombente senso di tragedia. E la tragedia, vera, non è la perdita di quei valori, che sarebbero anche discutibili. Ma l’incapacità di sostituire quei valori perduti con valori nuovi ed autorevoli.

Infine a chiudere il percorso della settimana, e a ricongiungersi idealmente col filo conduttore di questi mesi, #ioleggoperché, una citazione che mi pare ancor più potente se ripensiamo alla storia di Ambrosoli, e alla testimonianza in tribunale di Cuccia

On the bookshelf – Lezioni Americane – Italo Calvino

Ci sono libri che ti cambiano la vita. In senso stretto. Scritti affinché te la cambino. E se una delle due cose, per quanto complessa, può essere usuale, la coincidenza di entrambe ha dello straordinario.

Opera incompiuta di Calvino (la sesta lezione rimase inconclusa per la sopraggiunta improvvisa morte dello scrittore), non avrebbe dovuto neppure chiamarsi così.

Basato su  una serie di lezioni preparate da Calvino nel 1985 in ragione di un ciclo di sei lezioni da tenere ad Harvard, il titolo scelto, in inglese come in inglese nacquero  le lezioni, avrebbe dovuto essere Six Memos for the next Millennium. Il titolo, che poi rimarrà negli annali, discende dal modo con cui abitualmente Pietro Citati definiva queste lezioni quando ne parlava con Calvino medesimo.

Il titolo definitivo sarà Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio.

Dire che le Lezioni Americane parlano di letteratura è, anzitutto, riduttivo. Le Lezioni Americane sono una lunga, continua fascinazione verso un nuovo modo di scrivere. E volendo estendere, pure di vivere.

Che si parla sì di letteratura, ma anche (soprattutto?) di quei valori che regolano l’esistenza.

Leggerezza. Leggerezza che non è frivolezza. Ma precisione. Coincidenza perfetta tra contenuti e parole. E soprattutto, mai un aggettivo in più. Meglio, piuttosto, uno in meno. Sottrarre, anziché aggiungere.

Rapidità. E il motto in questo caso, che domina la lezione è ‘Festina lente’ (affrettati lentamente). Ma anche mobilità, capacità di passare da un argomento all’altro. Disinvoltura, nel farlo. Senza mai smarrire il filo conduttore. O, smarrendolo, saperlo riafferrare, ogni volta.

Esattezza. Icasticità. Saper creare una rappresentazione con le parole. Con il lessico a comporre l’immagine. E a renderla vivida attraverso le sfumature. Il dominio della parola.

Visibilità. Mettere a fuoco, pensare per immagini. Trasferire queste immagini in concetti. L’espressione verbale fluisce sino a rendere visibile sulla pagina l’immaginazione visuale.

Molteplicità. Darsi alti obiettivi. E perseguirli. La letteratura, di nuovo, come la vita. La vita dentro quello che scrivi. E quello che scrivi, volendo forzare un po’, dentro la vita.

Consistency. L’incompiuta. La coerenza. Essere coerenti tra parole e contenuti.

Le Lezioni americane. Leggere per imparare a scrivere.

Ovviamente, per il venerdì del libro

On the bookshelf – La casa degli spiriti – Isabel Allende

Ci sono molti tipi di libri. Alcuni sono francamente brutti, altri si lasciano leggere (ma non ci sogneremmo mai di rileggerli), altri ancora ti portano via con loro, in un’altra dimensione di tempo e di spazio.

La casa degli spiriti appartiene a quest’ultima categoria.

È una storia, qualunque cosa questo significhi. Una storia che attraversa generazioni. Una storia che parla di amore, di morte, di differenze sociali.

Una storia di violenza. Come violento sa essere certo mondo sudamericano. Una storia di amore e passione. Che violenza, amore, morte e passione sono parte fondante di quel mondo. E si intersecano, in un continuum che affascina, ipnoticamente.

È una storia di donne. Donne appassionate. E coraggiose. Spesso sopraffatte dalla violenza e dalla prevaricazione maschile, ma pur tuttavia mai dome.

È una storia di personaggi stravaganti, al limite dell’esoterico, e pure assolutamente reali.

È una storia di politica, di ideali, di coraggio nel perseguirli.

È una storia di cui non intendo narrare la trama. Per chi volesse conoscerla, non sarà difficile rintracciarla in rete, per chi non avesse letto il libro, il consiglio è di limitarsi alla quarta di copertina, che la trama, questa volta, è parte integrante e fondante del libro.

Con l’augurio, a tutte, di essere eteree, ma salde, come Clara, sensuali e ribelli, come Blanca, appassionate, come Alba.

Con D’amore e ombra senz’altro il miglior romanzo della Allende che, in altre prove mi ha convinto meno assai.

Il post partecipa come sempre al venerdì del libro

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On the bookshelf – Le cene eleganti – Piero Colaprico

E con questo libro chiudiamo idealmente la lunga marcia che ci ha portato all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Piero Colaprico, buon giornalista di Repubblica e discreto romanziere (soprattutto in coppia con Pietro Valpreda) non confeziona un libro indimenticabile.

Ma confeziona, questo sì, un libro necessario, e quindi, di per sé, meritevole di lettura.

Un libro didascalico. Dove il gossip fine a se stesso non trova spazio, e vi è molta aderenza a quella che è la verità processuale che emerge dalle carte,

Lo spaccato umano e morale che ne emerge, è di raro squallore

E’ un libro che ci pone di fronte al fatto che queste ragazze, giovani donne, talora giovanissime, sono certamente sì, scaltre, determinate, ambiziose, ma anche, emotivamente, esattamente ciò che sono: delle ragazzine.

Il mondo che si dipana intorno a queste ragazzine è popolato di genitori e fratelli, nel degradato ruolo dei mezzani, che spronano ad esibire pur di avere. Intendiamoci, avere non già un futuro (almeno), ma un presente fatto di ‘regalini’.

Non avvertire disgusto, e disprezzo, verso il satrapo, sì, ma anche verso la variopinta corte dei miracoli che si porta appresso, ci rende corresponsabili, diventa, ad un certo punto, corresponsabilità

E ci indica, una volta ancora, che l’unica strada per uscire dalla pochezza di questi anni, è il recupero di quel sentimento, banale ma mai abbastanza praticato, che va sotto il nome di decenza.

Che qui non si sta facendo della morale. Laddove per morale ci si richiami a certo bigottismo, o a certa pruderie cattolica, che, come noto non appartiene a me, e di converso al blog.

Qui c’è un problema di tutela della dignità e del decoro, e un bisogno di modelli che smettano di considerare ogni cosa come avente sopra un cartellino del prezzo.

Sorridere di Mr. B., darsi di gomito, di fronte a certe boutade, o acerte giovinette esibite tristemente, significa porsi al suo livello, e, alla fin fine, essere come lui.

Sorridere delle cene eleganti, e di quella teoria mortificante di mezzani da poco, significa aver completamente perso di vista il confine tra lecito ed illecito, tra bene e male, tra giusto e sbagliato.

Questo post, partecipa, come d’abitudine, al venerdì del libro.

 

On the bookshelf – 22/11/63 – Stephen King

La prima volta che lo lessi, tre anni fa, lo considerai un buon libro. Non uno dei migliori di King, ma purtuttavia un buon libro. Di certo, a mio personalissimo gusto, il migliore che abbia scritto dopo il noto incidente automobilistico che quasi lo uccise e che segna, comunque la si voglia vedere, una sorta di spartiacque nella sua produzione letteraria.

Si ritorna a Derry, ma questa volta non c’è da sconfiggere il male mimetizzato sotto le spoglie di un malefico pagliaccio, o delle nostre paure, ma nientemeno che il tempo e la Storia. Quella con la S maiuscola.

Che chiedersi cosa sarebbe stato del mondo se JFK non fosse morto a Dallas il 22/11/63.

King mescola sapientemente storia (più correttamente, in realtà ucronìa, cioè fantastoria), amore, dramma. E’ un libro che coinvolge, a tratti profondamente.

Eppure per chi, come me, ha molto amato il King del passato lascia un senso di vaga estraneità. Non rispetto al plot, e nemmeno rispetto al mescolarsi continuo di realtà e fantasy, che sono marchi distintivi dell’autore.

Il senso di estraneità è proprio nel modo di narrare. Finchè non ho compreso che l’estraneità non veniva da King, ma dalla traduzione.

Intendiamoci, questa non è, e non intende essere nemmeno per sottesi, una critica al gruppo Wu Ming e a Wu Ming I (al secolo Roberto bui) che, in concreto, ne è il traduttore.

Per dirla in modo chiaro, sapessi io tradurre come traduce Wu Ming I mi bacerei i gomiti e ogni sera direi graziesignoregrazie.

Fatta questa premessa, necessaria, per me (e suppongo per molti) la traduzione italiana di King coincide con lo stile di Tullio Dobner. Stile che, ovvio, non è obbligatorio che piaccia, ma che ha marchiato quell’autore indelebilmente. Aggiungiamoci che Wu Ming I è una penna (ottima) di suo, il che significa che ha uno stile, proprio, che qua e là si sente.

La domanda in realtà andrebbe diretta all’editore. Affidare uno stesso autore a più traduttori è scelta comprensibile, logica, per certi versi condivisibile. A patto che ciò avvenga con regolarità. Ma se trenta libri dello stesso autore son tradotti dallo stesso traduttore, allora quest’ultimo diventa, giocoforza, la sua ‘penna’ italiana. E se io sono un lettore abituale di quello scrittore, me ne accorgo, da cui il senso di estraneità che avverto per l’interezza del libro.

Per cui, in chiusura, 22/11/63 è un libro bello, a tratti molto bello, certamente ben scritto, altrettanto certamente ben tradotto, ma pure un libro che sai di essere King ma non sembra totalmente di King, da cui il giudizio, forse, un po’ a metà.

Questo post, come d’uso, partecipa al venerdì del libro.

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