Lunedì Film – Tutto su mia madre – Pedro Almodovar

Se Almodovar dovesse da domani dedicarsi a confezionare pessimi film hollywoodiani (cosa non infrequente nell’ambiente), non gli saremo, per questo, meno grati.

Partendo da Tacchi a spillo, passando per Tutto su mia madre, proseguendo con Parla con lei e chiudendo il cerchio con Volver, Almodovar, con questa quadrilogia sulle donne, l’amore, la vita, la morte, la sessualità e la maternità si proietta nell’Olimpo di quei pochi che non solo avevano qualcosa da dire ma l’hanno detto sapendo come dirlo.

Dopo un inizio fatto di pantomime sgangherate, per quanto esilaranti esilaranti (“Pepi, Lucy, Bum e le altre ragazze del mucchio”) e passando attraverso pellicole sempre oscillanti tra trash e pathos (“Donne sull’orlo di una crisi di nervi” ma anche “Carne Tremula” e “Legami”) Almodovar raggiungerà una propria maturità (stilistica, di contenuti, d’approccio) che lo proietterà di diritto tra i classici del cinema contemporaneo.

Paradossale, forse, diventare un classico per chi aveva fatto della rottura degli schemi classici il proprio machio di fabbrica. Ma in realtà, quella vitalità scaciata propria della prima produzione del regista resterà comunque sottotraccia, sempre pronta a far capolino, e pure, al tempo stesso, meravigliosamente integrata con i nuovi, e più alti, registri.

Se le prime avvisaglie si erano avute in ‘Tacchi a spillo’, ‘Tutto su mia madre’ è la pellicola che segna la definitiva svolta.

E’ un film traboccante di riferimenti cinefili. Sin dal titolo, che riprende ‘All About Eve’ (Eva contro Eva) di Mankiewicz e attraverso le immagini a tutto schermo di Bette Davis doppiata in spagnolo (che poi torna nelle parole di Huma: ‘Ho iniziato a fumare per colpa sua’), ma anche la Blanche di “Un tram che si chiama desiderio” la pièce di Tennessee Williams che inframmezza l’intera pellicola, e che viene recitata su un palcoscenico su cui, prima o poi, si esibiranno quasi tutte le protagoniste, e poi, le ‘tre ragazze sole in un appartamento vuoto’ di ‘Come sposare un milionario’, per giungere alla Fedora dell’omonimo film di Billy Wilder (il transessuale Lola e la sua apparizione al cimitero).

E’ un film al femminile, giacché femminile è la linfa del racconto, un racconto in cui le figure maschili sono fantasmi allo sbando, paradigma di una società in rovina. Ed è questa colorita “sorellanza” ad incarnare la vitalità della razza umana, attraverso tutti i colori del sentimento: dall’allegria, al coraggio, per arrivare alle lacrime. Sempre con quella fisicità prorompente che è parte dello stile di Almodovar, e che trova espressione, con estrema naturalezza, anche nella transessualità al silicone.

Il titolo è ingannevole: “Tutto su mia madre” è infatti il film che il giovane Esteban vorrebbe sceneggiare attorno alla figura materna (Manuela). Non lo scriverà mai. La sera del suo compleanno, a Madrid, dopo aver assistito con la madre alla pièce di “Un tram chiamato desiderio”, Esteban viene falciato da un’auto, mentre insegue l’attrice Huma Rojo a caccia di un autografo.

Lacerata dal dolore, Manuela acconsente al trapianto del cuore del figlio e torna a Barcellona, la città da cui era fuggita 17 anni prima, in un doloroso percorso a ritroso alla ricerca del padre tenuto sempre nascosto al ragazzo: un personaggio egocentrico e distruttivo che ora ha assunto le sembianze del transessuale ‘Lola’.

Ma le motivazioni del viaggio passeranno presto in secondo piano, travolte da una carrellata di personaggi e vicende che rappresentano a tinte vivaci miserie e nobiltà dell’animo umano. Suore e puttane, attrici e transessuali, infermiere e mogli tradite.

Se la protagonista Huma Rojo (una straordinaria Cecilia Roth) è il cuore pulsante della storia, la sua voce narrante non può che essere il trans Agrado, che fa dell’ambiguità sessuale l’unica verità possibile di un mondo popolato da maschere e finzioni, perché, come dirà nel monologo che rappresenta il climax emotivo del film “una è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di se stessa”. Agrado che dice di sé (sempre nel medesimo monologo):

‘Mi chiamano Agrado perché per tutta la vita ho sempre cercato di rendere la vita gradevole agli altri…’

Almodovar riesce nella magia suprema di mantenersi in equilibrio su un filo sottilissimo, scatenando la commozione pur rifuggendo il pietismo ed il patetico.

Dietro questa sorta di moderna tragedia greca,ritroviamo tutti i temi propri del cinema di Almodovar: l’egoismo maschile, i labili confini dell’identità sessuale (memorabile in tal senso Miguel Bosé in ‘Tacchi a spillo’), il rapporto amore/morte (che raggiungerà vette inarrivabili in “Parla con lei”), il disfacimento fisico (l’Aids, ma anche l’Alzheimer), il dramma della finzione (l’attrice Huma Royo, una Marisa Paredes nuovamente strepitosa dopo “Tacchi a spillo”), il mistero della maternità.

Un apologo sulla solitudine e sul lutto, pur sempre guidato dall’ottimismo: “Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti”, giura Agrado. Ed è proprio da una generosità marchiata dal germe dell’autodistruzione che si compie il miracolo della procreazione, altro tema-cardine del film: il bimbo sieropositivo di Rosa (la suora, una Penelope Cruz che con Almodovar si esprime sempre al suo meglio) che viene alla luce e guarisce al prezzo della morte della madre. Una creatura che è anche un nuovo Esteban, un Esteban che rinasce dalle ceneri.

Emblematica, la dedica con cui Almodovar chiude il film:

‘A Bette Davis, Gena Rowlands, Romy Schneider… A tutte le attrici che hanno fatto le attrici, a tutte le donne che recitano, agli uomini che recitano e si trasformano in donne, a tutte le persone che vogliono essere madri. A mia madre’

Merita una citazione l’ottima colonna sonora di Alberto Iglesias, eseguita dalla Filarmonica di Praga, che unisce opera, jazz, folk latino accompagnando in ogni istante i sentimenti di attori e spettatori.

‘Tutto su mia madre’ si aggiudicherà la Palma per la miglior regia a Cannes nel 1999 e l’Oscar un anno dopo come “miglior film straniero”, ma questo, per una volta, è, davvero, un particolare del tutto ininfluente.

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15 pensieri su “Lunedì Film – Tutto su mia madre – Pedro Almodovar

  1. Allora ripeto: aggiungo a questa magistrale recensione che il segreto di Pedro è quello che si chiama “immaginazione melodrammatica”; nella definizione che dà Peter Brooks in un libro omonimo. L’ha sempre avuta, ma da Tutto su mia madre, secondo me, è riuscito a usare il melodramma (e l’immaginazione relativa) per raccontare la storia di questo tempo, agendo e rappresentando i desideri di un’epoca insieme ai suoi costumi.

    (Sul cineforum, è già in programmazione se vi volete unire!).

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