#ioleggoperché – The day after

Nonostante tutto siamo sopravvissuti. Al freddo, all’ansia, al vago imbarazzo che ti prende prima. Poi svanisce. Aiuta il fatto che sei li a smanettare col portatile.

E’ stata un’occasione, di conoscere finalmente de visu vecchie conoscenze come spersa, amme e la noisette. Di conoscere splendide persone come Davide e Patrizia.

Di incontrare mmazzamerije e non riconoscerci. E poi smessaggiarci durante la diretta video. Di salutare wildhorse, così carino da venirci a salutare e restare in piazza a lungo, nonostante qua e là la temperatura fosse natalizia e il vento triestino.

E poi tutti voi che avete commentato. Grazie a tutti. Anche a famigliacomponibile che salutava da sotto il piumone.

E grazie ancora al mio guru, tuttotace, che se no mica twittavo.

Adesso è momento per lasciare decantare quindi altre cose sulla serata da piazza Aulenti, più in là, nella settimana entrante.

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#ioleggoperché – Il giorno più lungo

E infine siamo arrivati al 23 aprile.

In attesa di una serata che ci vedrà tutti orfani del motore immobile di questa manifestazione, una ‘povna che instancabilmente ha lavorato per diffondere, rilanciare, inventare, e con la speranza che possa collegarsi con la piazza almeno via etere data l’impossibilità di farlo materialmente, una ‘povna cui noi che questa sera parteciperemo dobbiamo ben più che un grazie per l’affetto l’incoraggiamento, il sostegno pratico e l’onore riservatoci; dicevo, in attesa della serata in diretta da piazza Aulenti, che abbia inizio questa lunga giornata in onore dei libri.

Quindi ore 12.00, pronti per portare i libri che mi han tenuto compagnia in queste settimane verso le loro nuove casecerta che saranno amati, letti, scambiati, riamati, etc.

2015-04-23 09.18.33

Che è poi quello che dovrebbe succedere ai libri, peraltro.
Primo aggiornamento h. 11.50: iome è su Twitter. Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza l’assistenza via mail di tuttotace, l’eroe del giorno.

Consegnati i libri, recuperate le locandine, si riparte

E quindi siamo qui, in piazza, con un vento che manco a Trieste con la Bora. Piazza Aulenti come la galleria del vento a Maranello, al mio fianco la noisette e muninn. Sulle nostre teste le casse stereo.

Che la diretta abbia inizio!

Ma soprattutto #ioleggoperché. E commentate, non lasciateci soli!!!

Angelo Pisani scherza sulla vigilia di Natale, in realtà non scherza e la temperatura è quella

In diretta dal social wall, Cettina

Parte la musica. Noi siamo sotto le casse. Gli Ottavio Richter sul palco.

Il primo messaggero Laura Curino. Malapolvere. Casale Monferrato. Lei non sa ma io sono qui. Con la mia storia personale. La ‘povna parlerebbe di sceneggiatore. Io di giustizia. Per non dimenticare

I messaggeri continuano a leggere passi, momenti di libri, frammenti di poesia.

E’ il momento del messaggero famoso. Isabella Bossi Fedrigotti.

Ozpetek cita la Ferrante, facendo un gran favore a tutti. E grazie a lui.

Gherardo Colombo, ci parla dei fratelli Karamazov. Il capitolo è il grande inquisitore. Bravissimo per la scelta.

La tua buona stella.

Sul palco Flavio Oreglio.

Michele di Giacomo e Stefania Negri. Se una notte d’inverno un viaggiatore.

Ora sul palco Candida Morvillo. Gentilmente ci salutano. Noi siamo sempre più blu. Come il cielo.

Muninn viene lasciato a piedi dalla connessione, ma non demorde e passa al cellulare.

Sul palco Andrea Cherbacher (e spero si scriva così).

Sul palco parlano di zolfanelli. Li vorremmo anche noi.

la noisette ha lanciato l’hashtag #machefreddofa. Patrizia parla di frozen, e sul palco citano i bomboloni caldi. Tra un libro e l’altro il meteo impazza.

Il pubblico in piazza scatta foto. Noi siamo fronte flash. Prossimo hashtag #avevounacornea

Ma noi abbiamo la nostra colonna sonora, anche https://musicaememorie.wordpress.com/2015/04/23/ioleggoperche-mi-piacciono-le-canzoni/

Grazie anche a mauro

E a farlo apposta, musica per musica sul palco Enrico Ruggeri.

Sul palco Diego Parasole. Si ride un po’. Sul palco qualche calembour.

Tra un tweet e una canzone. Tra un messaggero e un calembour. Mentre la piazza ha gli occhi puntati. E se l’hashtag fosse #emozione?

E come disse la Noisette (via twitter), e se facessimo ironia (facile) sull’educazione siberiana

Nel frattempo sul palco una che un tempo era una di noi. Selvaggia Lucarelli. E cita Tony Pagoda. Iome la ringrazia. Che Tony Pagoda è un suo faro, per dire, eh

Patrizia dice che potremmo far finta che sia natale. in fondo mancano solo 8 mesi. Potremmo. Magari ci danno una grolla.

Famigliacomponibile, a casa di ammennicoli, ci fa presente che lei è li con lo scaldasonno acceso. Vatti a fidare degli amici

Stiamo facendo su è giù, ho imparato a twittare. Oh, sono orgogliona di questa cosa, che credete.

C’è un profumo d’erba… appena tagliata che proviene dalla platea…

Lettura di citazioni dal palco. Quasi tutte hanno fatto parte di #citaillibro.

Due davanti a me sono abbracciati. Sarà amore o sarà freddo.

Ci hanno intervistato  la serata volge al termine grazie a noisette, patrizia, davide e ammennicoli. E’ stato un piacere

#ioleggoperché

https://i1.wp.com/www.ioleggoperche.it/gallery/77/ioleggoperche-copertina-facebook.jpg

Io leggo, perché ho sempre visto qualcuno leggere, intorno a me.

Io leggo, perché non saprei fare a meno di quelle poche righe prima di spegnere la luce

Io leggo, perché in aereo, in treno, alla fermata del tram, in metropolitana aiuta ad avere la sensazione di non star sprecando il proprio tempo.

Io leggo, perché la maggior parte delle cose che so, non le ho imparate a scuola, ma per caso, leggendo libri che mi facevano stare bene

Io leggo, perché ho sempre avuto il sospetto che, a non leggere, si finisca così

Io leggo, perché in un ristorante sconosciuto, di una città lontana, seduta ad un tavolo da sola, aiuta a scacciare la tristezza

Io leggo, perché è stato leggendo che ho imparato a parlare e a scrivere

Io leggo, perché non me ne importa nulla di essere un buon esempio. Lo faccio per me. E tanto mi basta.

Io leggo, perché domani consegnerò parte del mio kit in un bar del centro, durante la pausa pranzo

Io leggo, perché domani in mattinata consegnerò l’altra parte del kit ai miei entusiasti e un po’ fanciulli adepti della casa di riposo.

E domani sera saremo lì, in piazza Aulenti, e se la sorte (e le connessioni) ci sosterranno tenteremo un liveblogging dalle nostre postazioni.

Su queste pagine, dalle 21, minuto più, minuto meno. In tv, su Raitre, alla stessa ora, con Angelo Pisani (in piazza) e Pierfrancesco Favino, in studio

Ci sarà la tenutaria, ma pure lei, lei, lui e lui. E sarà un’occasione per conoscerci e magari incontrare anche qualcuno di voi che pensa di passare di lì. Nel caso, mandate una mail in privato, per aggiornarci.

E se non potete venire, fateci compagnia nei commenti, e sul social wall.

Ma soprattutto, #ioleggoperché

#ioleggoperché, la geografia dei libri

I libri per me non sono solo storia (nel senso di trama la loro, o di altra trama, la nostra personale). Sono anche geografia.

Ci sono libri che puoi leggere solo lì, in quel momento, altrove non avrebbero un senso. Ed altri che a quel momento lo hanno dato un senso, e quel luogo è rimasto indissolubilmente legato a quel libro. E in quel luogo non potresti pensare di leggere null’altro mai.

Fine anni settanta. Una bambina guarda intensamente un fumetto sul gradino di una drogheria. Sua madre sta facendo acquisti. Il proprietario parla in una lingua strana. Lei non lo sa ancora, ma O Brasil é feito por nos.

Inizi anni ’80. Quella stessa bambina è tornata a casa. E’ una calda estate padana e lei é salita sull’albero di pesco, a casa del nonno. La casa dell’infanzia. E’ seduta là, dove i rami si incrociano a formare una seduta. Un fumetto tra le mani. Una borsa di plastica con altri albi consunti passati di cugino in cugino.

Ancora inizi anni ’80. La bambina è seduta sulla poltrona di vimini, quella della cucina di casanumerouno, dove è solita accucciarsi a leggere. Le dondola un dentino. Una minuscola gocciolina di sangue finisce su

Prima metà degli anni ’80. Stesa sul letto di casanumerodue, la stessa bambina consuma gli ultimi scampoli di infanzia rileggendo per l’ennesima volta

L’adolescenza è alle porte.

Metà anni ’80. La sua meravigliosa professoressa delle medie le fa capire che c’è altro molto altro, e passerà tre anni meravigliosi leggendo in classe (rileggendo più e più volte a casa propria)

Seconda metà anni ’80. La bambina, ormai al liceo, scopre che i libri non devono essere necessariamente quelli che ti indicano a scuola. Anzi quei, libri, talvolta, diventano un male necessario. E così, in un pomeriggio d’estate, sdraiata sul letto di casanumerotre, scopre all’improvviso che:

e sempre sdraiata su quel letto divora l’intera saga dei Rougon-Macquart nello spazio di un’estate.

Inizi anni ’90. Nell’estate dopo la maturità, seduta per terra, sfinita dalla calura, scende agli inferi con Raskolnikov e Sonja

e comincia a chiarirsi in lei il concetto di perversione.

Prima metà degli anni ’90. Seduta sulle panche dell’università si astrae da un’orribile lezione di Intermediazione Finanziaria (cui corre obbligo di presenziare)

anni dopo, quella ragazza, fattasi donna, dopo averne viste più di quante ne avrebbe volute vedere, può serenamente asserire che più Buddenbrook e meno derivati, in quelle aule, avrebbero reso il mondo un posto migliore.

Fine anni ’90. Stesa sul suo letto milanese, nella repubblica delle donne e della sorellanza, mentre le stelle appiccicate sul soffitto disegnano costellazioni, la ragazza rafforza convinzioni e convincimenti che nei mari in tempesta la aiuteranno ad aver sempre presente la stella polare.

Chiude il libro e capisce che , anche se fa l’adulta da anni, ormai l’età degli sconti è finita. A partire da quel momento pagherà sempre il prezzo pieno per il biglietto.

Inizi anni 2000. Due adulti in fondo ancora un po’ ragazzi sono seduti sul pavimento di casa loro, circondati da scatoloni. La maggior parte di quegli scatoloni contengono libri. La maggior parte di quei libri sono doppioni. Il senso comune suggerirebbe di eliminarli. Ma a loro piange il cuore, davanti ai ricordi. E i libri sono ancora lì, in attesa di far bella mostra di sé in qualche trasmissione per accumulatori seriali.

E il primo acquisto comune é

E da lì inizia un’altra storia. E pure un’altra geografia

#ioleggoperché, ma io perché leggo?

And now, the end is near and so I face the final curtain, cantava Frank, tanti anni fa, prima che nascessi.

Tutte le cose belle finiscono, prima o poi. Anche quelle brutte, in realtà. La differenza sostanziale è che le prime si rimpiangono, mentre le seconde, laddove possibile, si tenta di rimuoverle.

Il mio primo libro vero l’ho letto ad otto anni. Orgoglio e pregiudizio. Jane Austen. Come mi sia capitato in mano, non è dato di sapere.

Lo amai moltissimo. Forse il libro che ho amato di più. Magari perchè il primo amore non si scorda mai,  o più probabilmente perchè è semplicemente un gran libro.

Dopo quell’exploit, mi ricondussero a frequentazioni all’epoca considerate più consone per una bambina, la Alcott, ma anche Kipling, la Hodgson Burnett, ma pure Malot.

Resta che ha ragione Stefano Benni, in A rebours (da Ballate)

La mia vita la potrei raccontare attraverso i libri.

Anni ’80. Un’adolescente introversa ed insicura trascorre le sue serate leggendo con la radio accesa. E si perde nella campagna inglese, in compagnia della zia Agatha

Anni ’90. Quell’adolescente è cresciuta. Sembra ancora introversa, ma, per quanto gli altri non lo sappiano ancora ha smesso di essere insicura. Nel frattempo, si è letta una quantità di classici e, pur non amando particolarmente Eco, è d’accordo con lui quando dice:

A metà degli anni ’90 quell’adolescente è ormai una donna. Sa cosa vuole, anche se forse non benissimo come prenderselo. Ma ci sta lavorando. Legge ‘La fine del lavoro’ di Jeremy Rifkin

e ci crede pure. Vent’anni dopo ripensa a cotanta ingenuità e ne è, pur tuttavia, orgogliosa. Perchè se non hai sognato da giovane, da vecchio, che ti resta?

Col nuovo millennio arriva l’età adulta (per quanto non è che prima sia stata propriamenti infanzia, eh). Il lavoro, le responsabilità. La vita a due, prima. La maternità, poi. Il partire, per poi sempre tornare. Le amicizie variegate. L’insicurezza di fondo che lascia lo spazio ad una consapevolezza sempre nuova. L’imparare a chiudere certe emozioni in un comparto a parte, perchè, banalmente, quelle emozioni sono un lusso che, là fuori, non puoi permetterti.

E smetti di limitarti a leggere per cominciare a rileggere. Con la consapevolezza dell’esperienza, che, inevitabilmente ti cambia.

E quando Aureliano Secondo dice:

Ti muove dentro delle cose che, vent’anni prima, non c’erano proprio. Non esistevano neppure.

Apparteniamo ad una generazione che si è vista sconvolgere ogni certezza. Siamo cresciuti nel mito del posto fisso e abbiamo imparato a vivere nell’incertezza. Abbiamo scritto con la penna stilografica e ci siamo trovati ad armeggiare con tablet e pc. Abbiamo infilato gettoni d’ottone in una cabina telefonica e sospirato parole d’amore nelle cornette di vecchi duplex, cercando di rubare istanti di privacy in tinelli condivisi, e ci siamo ritorvati a compulsare frenetici gli smartphone, e a vedere crescere i figli degli amici sulle pagine di facebook.

Abbiamo persino imparato a leggere i libri sui reader, che son comodi, leggeri, non tengono posto e ti consentono di portarti appresso una biblioteca.

Ma nessun tablet riuscirà mai a rendermi la magia di quella notte d’estate in cui vidi sorgere l’alba perchè semplicemente non potevo concepire di dormire senza aver terminato

On the bookshelf – I Buddenbrook – Thomas Mann

A quadrare definitivamente il cerchio di una lunga settimana (d’altronde, lanciato il sasso, inopportuno sarebbe nascondere la mano) e in attesa della proclamazione di domani, anche il tradizionale appuntamento del venerdì, col Venerdì del libro, viene declinato in ossequio al tema settimanale.

Su queste pagine, l’etica e la morale passano anche (soprattutto?) attraverso la decadenza finanziaria e morale di una famiglia di Lubecca e della loro attività commerciale, con un lungo filo che lega quattro generazioni. Una saga appassionante e drammatica, che richiama molti dei temi di cui ci siamo occupati.

Tra fastose dimore, descrizioni che evocano saloni damascati ed abiti raffinati, si narra la storia della famiglia Buddenbrook, della loro ascesa nell’olimpo dell’alta borghesia e della loro, da un certo momento in poi prevedibile, decadenza.

Vite agiate, vite vissute nell’orgoglio dell’appartenenza ad una classe sociale, l’alta borghesia, che incarna valori di  rispettabilità ed onore tributati più al nome che ai comportamenti.

Una storia nel segno di matrimoni nei quali l’amore è l’ultima delle variabili, di unioni studiate a tavolino per essere prima d’ogni altra cosa convenienti, giacché il prestigio, nella scala di valori rappresentata, viene prima di qualsiasi cosa.

Ma dopo l’apice, improvviso (anche se ampiamente presentibile) giunge lo sgretolamento, e da lì l’inarrestabile discesa agli inferi, tra disgrazie, malattie e morti che bussano implacabilmente alla porta.

E ogni morte rappresenta un ulteriore scalino di quella discesa agli inferi.

Morti che assurgono, per certi versi, a filo conduttore, per primo se ne va il nonno, il console Johann, il capostipite, il fondatore, che, privo di dubbi esistenziali, ha reso gloriosa la ditta, con giovialità e pragmaticità; per ultimo, stroncato dal tifo, l’adolescente Johann (e si noti che, simbolicamente, tutto inizia e finisce nel nome di Johann), detto Hanno, più artista che uomo d’azione, ma soprattutto prototipo dei molti inetti che popoleranno la letteratura del ‘900. Inetto, Hanno, non già per le sue del tutto legittime pulsioni artistiche, ma per la mancanza di carica vitale e per l’assenza di una forza di volontà in grado di accompagnarlo nell’affermazione della propria scala di valori.

Pure, i tratti di Hanno si vedono già, seppur più sfumati, in suo padre Tom, che rinuncia in gioventù ad un vero amore in nome della ditta e del prestigio, e che dovrà scendere più volte a compromessi con la sua natura e con la sua coscienza.

Ed è così che Tom si crea una maschera di decoro e rispettabilità, che però lo erode dall’interno deprivandolo di ogni residua energia. Energie per lo più investite nel mostrarsi al mondo come l’uomo forte che in realtà non é.

Il buon nome borghese è l’imperativo morale in nome del quale i Buddembrook, uomini e donne, rinunciano ai sentimenti.

Rinuncia che segna profondamente i personaggi maschili del romanzo mentre in apparenza scivola addosso alla protagonista femminile, la frivola e immatura Tony, che dopo aver buttato la giovinezza in matrimoni sbagliati e sventati, con scelte guidate dalla sola l’illusione di perpetuare benessere ed agi, trascorrerà gli anni del declino in un continuo ricordo del passato, rimasto la sola ancora di salvezza.

La decadenza dei Buddenbrook, però, non è la decadenza dei Malavoglia.

Non c’è alcun naufragio della Provvidenza, non c’è alcun ‘dies a quo’ a prefigurare l’inizio della fine. Nei Buddenbrook aleggia sempre una sorta di irrimediabilità del destino che fa apparire la liquidazione della ditta come un fenomeno naturale.

La crisi dei valori, la perdita del senso degli stessi, il depauperamento morale accompagna l’intero libro in un incombente senso di tragedia. E la tragedia, vera, non è la perdita di quei valori, che sarebbero anche discutibili. Ma l’incapacità di sostituire quei valori perduti con valori nuovi ed autorevoli.

Infine a chiudere il percorso della settimana, e a ricongiungersi idealmente col filo conduttore di questi mesi, #ioleggoperché, una citazione che mi pare ancor più potente se ripensiamo alla storia di Ambrosoli, e alla testimonianza in tribunale di Cuccia

#ioleggoperché – Il giardino dei Finzi-Contini – Giorgio Bassani

 

Classico della letteratura novecentesca, il romanzo narra in prima persona le vicende di un gruppo di giovani che, alla vigilia delle persecuzioni razziali contro gli ebrei, si incontra nel favoloso giardino della villa dei Finzi-Contini a Ferrara. Ignari di quello che il futuro avrebbe loro riservato, fra partite di tennis e discussioni politiche, essi assistono alla nascita di amori delicati ed infelici, sullo sfondo degli orrori della Storia. Dal romanzo è stato tratto il film omonimo, diretto da Vittorio De Sica.

 

Perchè avevo tredici anni. E mi pareva un libro straordinario. Perché non l’ho mai più riletto. E chissà che effetto mi farebbe ora.

CITA UN LIBRO #IOLEGGOPERCHÈ/4

Quarta settimana del giochino virale made in ‘povna. Per chi volesse, le regole aggiornate le potete trovare qua.

il gioco questa settimana si trasferisce da Aliceland, scelta con merito quale vincitrice dal giudice della scorsa settimana, Murasaki.

Non c’è un tema assegnato, in questa tornata, ma è consuetudine della tenutaria sin dall’inizio mettere su una citazione che faccia ‘pendant’ con quella del padrone di casa della settimana, e che abbia, ovviamente, molto a che fare con lei.

La scelta questa volta privilegia un libro dell’anima (suo e dell’Uomo), la storia di un orfano, infelicissimo nel primo tratto della sua vita, ed è in inglese, quale omaggio alla padrona di casa.

Ma la cosa importante, come sempre, è che…#ioleggoperché

#ioleggoperché – I milanesi ammazzano al sabato – Giorgio Scerbanenco

Dalla quarta di copertina:

Donatella è scomparsa. È bellissima, sembra una svedese, con quei lunghi capelli biondi e quel profilo antico. Ma è debole di mente: per la strada guarda gli uomini, sorride a tutti e, qualunque cosa le dicano, risponde di sì. Perciò suo padre, il vecchio Amanzio Berzaghi, un ex camionista, la tiene nascosta in casa, tra bambole e dischi di canzonette. Ma una mattina l’ex camionista non la trova più… Il caso viene affidato a Duca Lamberti, il medico-investigatore protagonista dei più noti e apprezzati gialli di Scerbanenco.
Alla disperata ricerca della ragazza, Lamberti si spinge nei bassifondi di Milano, tra feroci magnaccia e case d’appuntamento.

Perchè Scerbanenco è Scerbanenco. E perché Duca Lamberti è Duca Lamberti. Ma soprattutto perché letti a quindici anni come a quaranta i suoi libri fanno sempre la stessa, magnifica, impressione.

 

#ioleggoperché – Andromeda – Michael Crichton

Dalla quarta di copertina:

Se in una bottiglia può trovar posto un numero di batteri dieci volte maggiore del numero degli abitanti del pianeta, allora è probabile che un eventuale incontro dell’uomo con una forma di vita extraterrestre avvenga su un piano ben diverso da quanto immaginato da certi scrittori affetti da romanticismo. Arizona, fine anni Sessanta. Un satellite, atterrato dopo aver compiuto la sua missione nello spazio, sparge una terribile, misteriosa malattia… La scoperta del ceppo Andromeda provoca un vero terremoto nella comunità scientifica: “quasi tutti gli interessati alternano momenti di brillante intuito a momenti d’inspiegabile stupidità”. In gioco la vita stessa dell’uomo sulla Terra.

 

Un vero e proprio techno-thriller. Datato 1969. E ci sarebbe ogni ragione di credere che sia ormai agé e sorpassato. E invece, è attualissimo. Oltre che godibilissimo. L’aspetto più coinvolgente delle opere di Crichton è che in esse la scienza non è un pretesto per il romanzo, è il romanzo ad essere pretesto per parlare di scienza. Come si può desumere dal fatto che i suoi romanzi sono sempre corredati da un’ampia bibliografia.

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