Lunedì Film – Amici miei – Mario Monicelli

Quattro amici di mezza età non hanno mai perso lo spirito allegro, e di quello armati affrontano la vita ed una quotidianità che in fondo, di poetico, ha ben poco.

Con un’irrestibile pulsione alla celia, allo scherzo, anche greve, approfittano di ogni occasione per dare spazio alla loro goliardia: sia essa condensata in una battuta, una frecciata o una burla geniale.

Lampi che partono all’improvviso, o scherzi apparecchiati con cura da mettere in scena durante una gita fuori porta (la famosa “zingarata”, termine che entrerà nell’uso comune dopo l’uscita del film).

Nel mezzo, galeotta una storia d’amore, l quartetto si aggiunge un quinto elemento, che si integrerà alla perfezione col resto del gruppo.

Nulla può essere preso sul serio. E ogni cosa è meritevole di essere messa in burla. Anche la morte di uno di loro. Chiunque può essere oggetto dello scherzo, ogni scenario è lecito.

Nella colonna sonora spesso ricorre il notissimo tema del Rigoletto (Bella figlia dell’amor, schiavo sono, schiavo son dei vezzi tuoi)

Di scene memorabili è costellato il film, ma su tutte restano nell’immaginario collettivo la supercazzola e lo schiaffeggiamento alla stazione.

Amici miei” è la celebrazione dell’amicizia sincera e spensierata, l’amicizia fondata sul comune sentire in barba ad amori classi, classi sociali, ambienti familiari.

Il Perozzi, voce narrante, è redattore presso un giornale. Ha un figlio ed è separato dalla moglie.
Il Melandri è un architetto. Perennemente innamorato, passionale, a tratti isterico.
Il Mascetti è un conte decaduto. Povero e purtuttavia orgoglioso, vive di espedienti con cui mantiene a stento moglie e figlia, dopo aver dilapidato gli averi suoi e della consorte. Follemente innamorato di una contorsionista, che verrà ad un certo punto fatta entrare in valigia e spedita dagli amici senza tanti complimenti.
Il Necchi, brillante e sereno, proprietario di un bar e all’apparenza felicemente sposato.
Il Sassaroli, medico stimato e benestante, abbandona la moglie, viziata e instabile, e il resto della famiglia (cane compreso), una truppa di inesorabili rompicoglioni in mano al Melandri, che della di lui moglie s’era innamorato. Poi l’amore tra la bella e il Melandri, finirà. L’amicizia col Sassaroli, no.
Più diversi tra loro non potrebbero essere. Eppure, quel gruppo ad un certo punto, è un valore talmente forte da sostituire quello della famiglia.

Nulla deve essere preso sul serio, si diceva. Si pensi al Perozzi. Che vive solo. Come se avesse preferito perdere moglie e figlio, piuttosto che la sua leggerezza e la capacità di sorridere alla vita. Durante la memorabile scena degli schiaffi alla stazione, uno dei ceffonati è il figlio del Perozzi. Lo scandalizzato figlio del Perozzi. Il rimprovero del rampollo è per il giornalista occasione di una riflessione che è in fondo il manifesto poetico del film:
Io restai lì a chiedermi se l’imbecille ero io, che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se invece era lui, che la pigliava come una condanna ai lavori forzati, o se lo eravamo tutti e due. Lui è un leopardiano. E io no. Leopardi, seduto dietro la siepe, in cima alla collina, pensando all’infinito si metteva a piangere a dirotto. Io invece dopo un po’ mi metterei a ridere. E trovo questa mia posizione altrettanto rispettabile e degna di considerazione.

Non è superficialità. Non è neppure fuga dalla realtà. Qui si ride per non morire dentro. Per alleviare il pensiero della vecchiaia e della morte, per ridimensionare il quotidiano a quel che è. Quotidiano, appunto.
E a volte è più facile piangersi addosso che ridere di tutto. Mantenendo gli occhi aperti sulla realtà

Il cast è stellare: i cinque amici sono interpretati da Philippe Noiret (Perozzi), Ugo Tognazzi (Mascetti), Adolfo Celi (Sassaroli), Gastone Moschin (Melandri) e Duilio Del Prete (Necchi, che poi nel capitolo secondo e terzo della saga, sarà reso da Renzo Montagnani).
L’idea originale è di un grandissimo, Pietro Germi, che, a causa della malattia, cederà il progetto all’amico Monicelli.
Mario Monicelli, si è già detto altrove, è un gigante del cinema (e non solo di quello italiano) ed imprime alla storia un fondo di crudeltà che la rende irripetibile. Firmerà anche il secondo atto della saga. Ma non il terzo, che finirà in mano a Nanni Loy, e che sarà ben più debole dei primi due. Perchè una certa vena di crudeltà non si improvvisa. E’ come il coraggio di Don Abbondio. Se non ce l’hai non te lo puoi dare.
Un film come Amici miei, nelle mani sbagliate avrebbe potuto essere un film stupido, demenziale, o semplicemente volgare.
Invece tratteggia i tratti peculiari dell’italianità. Monicelli trattegia l’italiano non come la solita macchietta da strapaese ma come il figlio inquieto di un Paese difficile, uno che riesce ad essere mammone, pavido e farfallone, ma che di fronte alle prove della vita riesce a dimostrarsi anche risoluto e generoso.L’intero film è pervaso di un’ironia mai fine a se stessa, mai demenziale, sempre vagamente percorsa da una vena drammatica. Ma di quella drammaticità che non è mai patetica, che non cerca mai la lacrima facile.

In poche parole. Un capolavoro.

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8 pensieri su “Lunedì Film – Amici miei – Mario Monicelli

  1. La supercazzola è la pietra fondante del mio attuale lavoro,ridere per non morire dentro è l’unica vera risorsa alla quale posso attingere,e concludo, sai di essere diventata una mia intima quando dimentico il tuo nome e ti comincio a chiamare cippalippa.

  2. È talmente capolavoro che piace persino a me, che col genere, è noto, faccio a pugni. Bentornata, intanto, a scrivere – anche se il caldo non aiuta ad avere idee, devo dire.

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