E non abbiam bisogno di parole

Le cronache di questi giorni sono un bombardamento continuo. O si parla di alluvioni, o si parla di razzismo.

Se le prime sono un dato di fatto, sul secondo si nota una superficialità sconcertante.

Si assimila tutto. E tutto viene fatto confluire in un calderone. Eppure esistono delle differenze.

In Italia ci sono posti dove è più facile integrarsi, ed altri meno. E non è neppur vero che a Nord sia più difficile che a Sud. E magari la piantassimo con le scene strappacore e gli stereotipi iamme iamme paisà, faremmo un favore a tutti, anche e soprattutto a chi deve essere accolto.

Un approccio più equilibrato inoltre leverebbe parecchio fiato a populismi e demagogie, dalla Lega ai 5 Stelle.

Siamo onesti. L’unico posto dove il forestiero è visto con effettiva ostilità diffusa, è il Nord Est. So che non tutti sono così, e so che alcuni frequentatori sono del Nord est e NON sono così, ma tant’è. Bazzico quelle zone da tanti anni, per ragioni professionali e private, e l’ostilità verso il foresto la palpi. Che sia extracomunitario, o che sia semplicemente nato fuori dai confini delle Venezie.

Stessa cosa può essere applicata a parte della Lombardia. Varese, Sondrio, Bergamo, Brescia non ti aprono cordialmente le braccia.

Sarà un caso, ma la Lega a Nord Ovest non ha mai sfondato, a parte il cuneese, ma a quelli della ‘provincia granda’ stiamo sui coglioni tutti, nessuno escluso, pure noi che pure, tecnicamente, staremmo più a nord. E, per inciso, quelli della provincia granda, così a pelle, stanno sulle palle a tutti, nessuno escluso. Per par condicio, e, come sempre, con le dovute eccezioni.

E la presidenza della Regione a Cota, avvenne, oltre che in ragione di conteggi come minimo discutibili, anche perchè la sua concorrente era indigeribile come un pandoro raffermo e, soprattutto, in ragione dei voti di Forza Italia, figlia di una DC fortissima un tempo soprattutto nel novarese.

Mettere insieme Tor Sapienza e certo becero leghismo è un errore politico, oltre che storico.

E certe spasmodiche difese dell’immigrato sarebbero senz’altro più convincenti (e pregevoli) se fatte da chi con l’immigrato ci convive ogni giorno gomito a gomito, e non da certi supponenti che poi la sera si ritirano nelle loro enclave ai Parioli, a Prati, a Porta Vittoria, o in corso Galileo Ferraris, perchè, abbiate pazienza, ma è un po’ troppo facile.

A Milano, una quindicina di anni fa (e la situazione era assai più tranquilla di ora) sono stata frequentatrice e residente di quella zona che va dall’ultima propaggine di via Ripamonti sino a corso Lodi, con inclusione di quell’angolo di cielo a nome piazza Vetra.

Una scuola di sopravvivenza pure in pieno giorno. Un posto in cui, a piedi e da sola (ma anche da solo) circolare la sera era un attentato oltre che alla propria sicurezza anche al buon senso basico. Gli schiamazzi notturni erano all’ordine del giorno. Dormire la notte, un esercizio di stile.

Posso dire che solo un aspirante suicida sarebbe salito di notte su un mezzo pubblico diretto a Rozzano o a Quarto Oggiaro (e comunque anche di giorno era un atto di fede)? E che la situazione in quindici anni, da quel che mi dice chi è rimasto, è essere solo peggiorata.

Ecco, lo ammetto, io, quando vedo il valligiano rompere i coglioni per quattro immigrati di cui manco s’accorge, lo prenderei a calci in culo. Ma quando vedo questi di Tor Sapienza, non riesco a giudicarli.

Perchè mi chiedo se riuscirei a far mostra di tutte le mie convinzioni anche se fossi intrappolata in un quartiere dormitorio, con delle buche in strada che manco a Baghdad, con dei servizi pubblici inesistenti, con un centro di accoglienza da un lato e un campo Rom dall’altra.

Perchè comunque un centro di accoglienza e un campo Rom portano con sé un potenziale esplosivo mica da niente, e penso che chiunque possa ammettere che, come in ogni comunità, ci sarà il buono, il meno buono ed il cattivo tout court.

E se ho già una valanga di problemi per i cazzi miei, non è che se me ne calano degli altri dall’altro posso provare tutta questa empatia.

E infine uno si domanda una cosa. Campi rom, centri d’accoglienza, centri di recupero per tossicodipendenti, case famiglie, e amenità assortite, son sempre e comunque dislocate in periferie, più o meno disagiate. Perchè non allestirne qualcuno in pieno centro, ai Parioli, a Prati, sui Navigli, a Brera? Perchè si deprezzerebbero gli immobili? Eh, ma allora è un’implicita (ma anche esplicita) ammissione della politica a fronte del fatto che queste strutture sono un problema. E allora, vogliamo smetterla di trovare soluzioni che schiacciano i più inermi verso situazioni sempre più marcatamente di disagio?

E invece di parlare di razzismo potremmo invece ragionare sull’incapacità della politica di trovare soluzioni non dico efficienti ed efficaci, ma almeno decorose, anziché straparlare in continuazione di razzismo, capacità di accoglienza e sentimenti che hanno senso solo in un contesto adeguato?

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30 pensieri su “E non abbiam bisogno di parole

  1. Scrivo una cosa forse impopolare, ma quando mi capita di camminare in mezzo al mercato di città grande o in qualche fiera di bancarelle e sento parlare alcuni dialetti e sapendo di certi circoli ristretti a gente di alcune radici geografiche penso che l’integrazione non é solo roba da immigrati. Le mie radici sono del centro-sud e quando andavo in visita dai nonni ero guardata”come quella di su”…
    Per il resto concordo su tutto.

  2. Di origini meridionali nata e sempre vissuta nel nord-est. Confermo quanto dici, il razzismo è diffuso verso gli extra comunitari e tuttora verso i ‘terroni’ (più strisciante, meno plateale ma ancora presente). E la crisi lavorativa non può che peggiorare questa mentalità ignorante.
    E sì, i distinguo bisogna farli anche se di fondo, per come siamo fatti, credo che conti soprattutto il principio
    ‘Non nel mio cortile’. E qui riconosco anche un mio grande limite…

    • Solo meno plateale. Quando si accorgono (o pensano) che terrone non sei fanno commenti agghiaccianti. In un paio di occasioni ho platealmente alzato i tacchi. Oltretutto, non ci sono abituata. Nel Nord Ovest persiste in certe zone (il cuneese, per esempio) ma altrove se esiste ancora viene davvero ristretto alla cerchia familiare. Mai sentiti in 40 anni, certi commenti. Sul non nel mio cortile, in Italia ci si potrebbe scrivere un trattato, in effetti

    • Se si votasse l’intero Nord Est, e le prvince di Sondrio, Varese, Bergamo, Brescia prenderebbero il largo. E non solo per staccarsi dal centro sud, ma anche da un Nord Ovest che non amano particolarmente e che comprendono ancor meno. Un Nord Ovest che si sente, tutto sommato, molto italiano. ed è una cosa che si nota anche nell’uso del dialetto. Che ad ovest è confinato a situazioni specifiche, a scambi di battute, o a persone molto anziane. E che ad est è parte integrante del sentire, parlare ed agire.

  3. Concordo su tutto, iome (e non è una novità !).
    Ad integrazione, alcune cose (per chi non conoscesse il Nord Est). Premetto che ho adottato due extracomunitari, il secondo è = a Balotelli, in scala ridotta (per fortuna), il secondo passa per marocchino/palestinese/montenegrino (la polizia stradale lo ferma sempre perchè pensano abbia rubato la mia auto), per cui penso di amare la diversità (è il sale della vita, a partire da quella tra uomo e donna) più di molti miei corregionari.
    Ma tanto perchè chi è distante capisca :
    1. Venezia è diversa dal Veneto: sempre stata cosmopolita, una capitale, ha una “cultura” diversa dalla “campagna” (tutto il resto: “dove va carosse e cavai, xe campagna”, dicevano i vecchi veneziani).
    2. Il veneto ti giudica fondamentalmente sulla tua capacità di lavorare: “se ti ga voia de far, ti xe dei nostri”. Perciò, paradossalmente, nelle fabbriche e poi nella società accetta molto + facilmente gli africani neri (“i lavora come negri, oto/diese ore de continuo”) piuttosto che i magrebbini (” no i ga voia de ‘avorar”). Sugli asiatici non ho reazioni/esperienze particolari, salvo che “xe ben che i staga tuti insieme, parchè i spussa, e i fa casin a tutte ‘e ore, e cussì no te riposi mai, e te ‘avori mae”.
    Ma, per dire, Marghera è diventata la + grande comunità del Bangladesh d’Italia (credo: abbiamo perfino tre squadre di Cricket): gli uomini lavorano nei cantieri navali, o commerciano al dettaglio nelle verdure. E non mi pare ci siano scontri.
    3. Altro problema ancora son quelli dell’ europa orientale: le donne (russe, romene, moldave) spesso sono le badanti dei nostri vecchi (spesso ottime ed amorevoli), gli uomini sono nell’edilizia o (specie serbi e rumeni) nella mala, e generalmente han fama di violenti. Qui si sono sparati ed accoltellati tra un bar e l’altro in piazza con tanto di morti etc. E non è bello.
    4. Brutto giudizio pure sugli albanesi (fama di ladri/rapinatori: ma ho avuto studentesse albanesi ottime).
    5. Sugli zingari, non ne parliamo: qui abbiamo anche bande (i “Barbanera”) che ti inseguono e ti aggrediscono (specie le donne e gli anziani, ovviamente) con toni violenti fuori dalle chiese e dai cimiteri se non gli dai soldi. E qui c’è poco da parlare di integrazione, perchè i primi a non volersi integrare son loro, spesso: semplicemente, la nostra società non gli va bene, e preferiscono vivere negli interstizi, nella zona grigia. O, almeno, così sembra.

    Pace e bene a tutti,

    Anonimo SQ

    • Ciao Anonimo, le mie perplessità rispetto alla difficoltà di accettazione in veneto, nascono a monte dell’immigrazione extracomunitaria. Diciamo che è un posto dove ci si sente e si viene molto giudicati. E dove l’essere meridionali è una sorta di marchio di Caino. Stranisce perchè ad Ovest son cose che non ho mai visto,e, se accadute, son rimaste confinate agli anni 60/70. ripeto, mi fa strano, ma Piemonte, Liguria, Oltrepo pavese, e certa parte della Lombardia hanno un approccio diverso. Come diverso è l’approccio all’italianità dei valdostani rispetto agli altoatesini. Che non vuol dire rinunciare a ciò che si è, ma ad avere rispetto per la diversità. Qui, immigrazione molta, ovviamente. Senza mai problemi, di alcun tipo. Abbiamo una moschea da tempi immemori. E prima ancora, fu il vescovo a concedere spazi per la preghiera a musulmani ed ortodossi. Come d’altronde non ci sono mai state specifiche discussioni, o eccessi nell’incremento della delinquenza. Poi, ovvio, ci sono etnie che si integrano meglio ed altre meno bene. Per dire, qui si ebbe un fortissimo flusso migratorio albanese che si è ottimamente integrato e che, integrandosi, ha perso anche certe asprezze. Poi, ripeto, non vuol dire. E non vuol nemmeno essere un’assoluzione tout court per chi si deve integrare. Francamente non credo di aver l’obbligo di provare simpatia per la rom che ogni volta che non elargisco l’obolo mi augura morte precoce e dolorosa.

      • Ogni terra ha le sue storie, iome, la sua storia e la sua cultura.
        Qui ai tempi il passaggio fu brusco, dall’amministrazione austroungarica magari dura ma sostanzialmente efficiente e giusta, a quella dello stato unitario, nella quale i funzionari provenienti dal sud non si capiva neppure che cosa dicessero (qui, tuttora, si continua ad usare il dialetto), e l’efficienza di amministrazione e giustizia crollò (“Iustitia Fundamentum Regnii” mi pare sia scritto a Vienna all’entrata del Palazzo Imperiale).
        Ma senza andare così indietro, anche i miei genitori, profughi istriano dalmati, pur “nordici” ebbero i loro problemi di inserimento. Comunque, ripeto, qui sei giudicato pubblicamente per quanto lavori e sei disposto a lavorare: se tiri indietro… ti attaccano l’etichetta di “teron !” anche se sei veneto; se ei terrone ma lavori sodo, ti assimilano.
        Per dire, a Padova mia moglie, Veneziana veniva zittita con la frase “tasi ti che te si veneziana, terona del Veneto” perché i veneziani han fama di molte “ciacole” e poco lavoro (un tempo erano i padroni, e per questo odiati o mal sopportati dai “campagnoli”).
        Siamo gente curiosa, ecco.

        Anonimo SQ

    • No, pellona: qui, ripeto, uno si giudica (!) per quanto lavora, e dalla buona volontà e disponibilità che ci mette, perchè si sa che la vita pratica su questo si basa. Non siamo intellettuali della magna grecia, per dire. Chi lavora ha il rispetto di tutti, lavoratore in proprio o dipendente che sia.
      Che la prosperità etc vengono dal lavoro, ben condotto, e non dalle “ciacole” è nel DNA di ogni nordestino, che sia veneto, trentino o friulano. Per dire, paradossalmente nel cattolicissimo veneto, il prete è sempre stato guardato, in fondo, con sospetto, proprio perchè non lavora per guadagnarsi il pane, come tutti gli altri uomini, e considerato perciò un po’ nella categoria dei “furbi”.
      Dici che a Milano i padroni si preoccupano meno di quanto gli rendono i dipendenti e generosamente regalano le paghe?

      Anonimo SQ

      • Comunque per averli visti da vicino, Pellona, i veneti, sul concetto di lavoro, applicano lo stesso metro a chiunque, veneto e non veneto. resto, comunque, un po’ meno convinta, sulle mie esperienze, del fatto che se un meridionale lavora xe dei nostri. Al massimo viene nobilitato dal xe un teròn, al xe un teròn che ‘avora. Prego notare che il dialetto (de Treviso) l’ho appreso in ragione dei parenti dei consorti che, suoceri a parte (che son ottime persone e vivono qua da secoli), non si son mai posti il problema che io non capissi un beato cazzo (per dire).

    • Sì ho letto il post di edp, ma il punto, credo, sia il diritto di chi vive a Tor Sapienza ma pure in certe periferie milanesi a veder risolti i proprio problemi strutturali, prima di pretendere che si aprano all’altro. Quanto a piazza vetra, preferisco non sapere…

    • @iome

      Brava cea, te ghe ‘mparà ben !

      Comunque, l’Italia è una terra che, a 80 Km di distanza, se parliamo in dialetto stretto, a volte non ci si capisce. Figurarsi se di mezzo ci sono fiumi, montagne etc…
      Ma, ripeto, la diversità è bellezza, se si riesce a connettere ciò che è uguale e unisce sotto la scorza che appare diversa. Anche fra culture religioni etc lontane !

      Anonimo SQ

  4. Condivido tutto. Sia qui, sia del post di EDP. Parlano delle due facce di una stessa medaglia, alla fine, perché penso che tutti, prima di parlare, bisognerebbe imparare a tacere. Sempre. Figuriamoci poi se in certe scarpe non ci hai mai camminato.
    (OT per Anonimo SQ: anche i miei nonni sono profughi istriani!)

  5. E’ da stamattina che giro intorno a questo tuo pezzo Iome, con un senso di fastido (per la vicenda non per il tuo pezzo) e una difficoltà nello scrivere che raramente incontro. E so che se lascio l’ormeggio mi parte un pippone seza precedenti. Io sono d’accordo con te. Su tutto. Proprio su tutto. E francametne il problema di Tor Sapienza andrebbe visto slegato da un discorso razzista. Ci sono quartieri in molte città che prima di questa ondata immigratoria massiccia vivevano problemi non dissimili con concittadini. E’ un problema di vivibilità come dici giustamente tu. Io ho lasciato la mia città perchè, tra le altre mille personali ragioni, con il mio ex marito, avevamo pensato che non fosse un bel posto dove far crescere 3 ragazzi. Ragazzi che sono stati cresciuti nella totale accettazione di ciò che da noi è diverso. Che poi, anche detto così non mi piace. Diciamo che ho cercato di crescerli in modo tale che non lo percepissero proprio come diverso. Ma qui si parla di vivibilità, di sicurezza, di igiene, di buon senso.

    • Precisamente ciò che intendo. La scelta della provincia consente (a me, almeno) un ritorno alla vivibilità che ti permette di distinguere tra uno stronzo razzista e un poveretto giunto al limite superiore di sopportazione. se uno qui sproloquia contro l’immigrato, posso mandarlo a stendere in serenità. Perchè E’ razzista. Se uno sproloquia contro l’immigrato che gli ha appena espropriato casa al lorenteggio, mi trovo in difficoltà. perchè so che in fondo questo poveraccio, tutti i torti non li ha. Credo che prima di discutere se a tor Sapienza sono o non sono razzisti dovremmo provare a viverci a Tor Sapienza. E poi parlarne. Con cognizione di causa

  6. Sarò impopolarissima. Per il mio osservatorio personale, da cui vedo gente di ogni etnia, ebbene… io dico che facciamo fatica in Italia ad accettare persone che vengono non solo da parti dle mondo diverse ma anche da parti di Italia diverse, ma spesso queste persone non fanno nulla per essere accettate. Noi predichiamo accoglienza, aiuto e spesso vedo invece arroganza e pretesa. Ammiro molto chiunque, italiano o di altra origine che, con dignità e rispetto, cerchi di avere casa, aiuti e lavoro e una vita dignitosa. Non posso accettare chi si procura qualcosa a scapito di altri. Ecco l’avevo detto che non parlavo più e invece eccomi qua. Scusate. E’ un parere personale.

    • Anzitutto, qui puoi, parlare, eccome. Non so, sinceramente. Io ho a che fare quotidianamente con gente di ogni etnia che fa la propria vita. Certo, possibile che cerchino di trarre il massimo profitto dallo Stato. Ma quello direi che lo fanno pure i locali e spesse volte per il solo desiderio di avere qualcosa che manco gli spetta. Va detto che ci sono approcci più aggressivi ed altri meno. Ti scrivo, come ho già detto altrove da un contesto ad elevata integrazione. In cui, tra l’altro, i peggio scazzi avvengono non con i locali ma proprio tra etnie.

  7. Pensavo.
    Io credo che il problema di fondo sia che manca il lavoro (la speranza di lavoro, anche), per tutti.
    Voglio dire: a Milano, negli anni ’50, arrivavano 50.000 meridionali l’anno (roba da far impallidire la Lega e Salvini), tanto che nel decennio 1951-1961 Milano raddoppiò il numero degli abitanti. Vero, erano i tempi in cui c’erano i cartelli “non si affitta ai meridionali” e “vietato l’ingresso ai cani e ai meridionali”, ma di rivolte di quartiere non mi pare ce ne fossero, anche se la prima preoccupazione di mia nonna, brianzola dai tempi dei longobardi, quando mia madre le parlò di mio padre, fu “uì, tì, el sarà minga un terunscell?”. Insomma, si lavorava tutti, chi più, chi meno, e non si entrava in competizione per il necessario anche quelli che avevano di meno.

    Sull’integrazione nel Nord-Ovest, dopo aver vissuto tre anni a Torino, io ho una percezione un poì diversa dalla tua: i torinesi della Torino “bene” asserragliati in centro e in pochi quartieri limitrofi, i figli dell’immigrazione dal Sud (che ancora oggi parlano dialetto, cosa che mi sconvolse, perché qui dalle mie parti non esiste proprio più) nei quartieri-dormitorio creati apposta per loro (tipo Mirafiori o Le Vallette), gli altri quartieri popolari divisi tra immigrazione dall’est e vecchi torinesi delle classi popolari.

    P.S.: Piazza della Vetra e le Colonne, oggi, sono una meraviglia.

    • Il primo punto, centra in pieno un problema sostanziale. Anche perchè se ci fosse più lavoro, ci sarebbe più ricchezza pro-capite e non ci sarebbe una tal penuria di servizi.
      Sul nord Ovest, ti scrivo dalla provincia, non dal capoluogo. e neppure dalla provincia di Torino. Qui meridionali (ma anche veneti) ne arrivarono a palate. Dopo un inizio difficile, l’integrazione arrivò presto. Come presto si sono integrati gli immigrati, dagli anni 90 in poi. Che non sono pochi, che non sono discriminati (a meno di essere degli oggettivi rompicoglioni, ma quella non è discriminazione, è vita quotidiana). Il che non significa che non vi sia, come sempre in provincia un certo classismo, un certo senso dell’essere della stessa genia (vale a dire chic, choc, e con lo chèque). Ma questo non versus l’immigrato. Versus chiunque non corrisponda a certi canoni (me, peraltro, inclusa) Ma non ho mai visto scene che esulino dalla buona educazione. E sotto certi aspetti mi pare pure sufficiente. Non pretendo l’amore. Il rispetto, che spesse volte manca, potrebbe ampiamente bastare.

      • Anch’io provinciale – la provincia quella ricca di Silvio, per intenderci – vivo una situazione simile alla tua. con l’unica differenza che da noi l’immigrazione dall’estero è cominciata negli anni ’80, soprattutto dall’Africa subsahariana (in II elementare avevo un compagno di classe ivoriano, per dirti, a.d. 1985). e mi ritrovo nelle considerazioni “antropologiche” di SQ, nel senso che al baretto qui vicino trovi tranquillamente il “negher” con accento locale che discetta col padrone del bar (che di cognome può fare Annoni o Colombo o Brioschi) sul fatto che “i terùn” non hanno voglia di lavorare.
        misteri della fede.

      • Calcola che l’amatissima babysitter ucraina di mia figlia diceva delle robe sui rumeni (e sulle rumene) che le avesse dette un italiano l’avrebbero lapidato a colpi di badile.

  8. Tanto per cominciare la disinformazione complica sempre le cose perché non è vero che agli immigrati danno € 40 al giorno:questa cifra serve per coprire le spese complessive di un giorno,a loro vengono dati circa €3 per le piccole esigenze.Chiaramente se uno pensa che quell hanno €40 a disposizione al giorno un film se lo fa.. Detto questo concordo sul fatto che questi centri situati in zone già a rischio sono un pugno in piena faccia per gli abitanti e penso che anch’io mi arrabbierei se non altro perché passa il messaggio che quelli sono messi talmente male che gli immigrati passano inosservati.Io sono siciliana e qualche esperienza di razzismo sulla mia pelle l’ho fatta ma non mi ha colpito più di tanto perché ritengo che gli italiani che manifestano sentimenti di intolleranza verso i loro connazionali siano semplicemente degli ignoranti.Non ho dati per parlare di razzismo in Sicilia ma mi pare che episodi gravi non ne siano accaduti.E ti assicuro che siamo messi bene quanto a rom e immigrati a ogni semaforo ne incontri uno…

    • Verissimo quel che scrivi sulla disinformazione, anche se certe polveriere nascono da un disagio profondissimo dato da assenze di lavoro e assenza di servizi (e su tutto la latitanza dello stato)
      Che tu abbia qualche esperienza di razzismo (fatta sulla tua pelle) non mi stupisce. D’altronde la cosa, a volte, è bilaterale. Molto dipende dai contesti. In realtà urbane non degradate la convivenza è meno burrascosa, e l’ntegrazione più facile. ed è poi il senso del post. i centri d’accoglienza, facciamoli una volta ai Parioli, magari

  9. Molto da condividere, molto da dibattere per allargare il fuoco, come sempre i tuoi post che sono puntualissimi e incisivi (ed è questo che ne fa la differenza con altri solo apparentemente simili, per inciso, le piccole minuzie di intelligenza di chi ha sempre lo sguardo acceso).
    Aggiungo anche, per avere vissuto in entrambi i luoghi, che la periferia di Roma è ancora molto, ma molto più pasoliniana di quella di Milano, per una serie di ragioni che passano dal lavoro, e anche dalla viabilità.
    A Milano i mezzi per la periferia esistono, sono abbastanza e sono stati potenziati (pur a singhiozzo), a Roma non esistono nemmeno quelli per i Parioli ed è grande il quadruplo di Milano, in ogni senso.
    Thelma vive a Milano sud, nel quadrante immediatamente a ovest di quello che evochi (quello che va a Rozzano), e ti posso assicurare che è un quartiere di grande immigrazione e nel quale si torna a piedi e in bus a qualsiasi ora del giorno e della notte: non succede nulla. Perché è un quartiere vivo, perché è un quartiere abitato, perché è un quartiere con tram e metro e perché è un quartiere nel quale, last but not least, a 18 minuti a piedi con passo coi tacchi arrivi all’Auditorium. Sono tutte differenze enormi col tessuto socio-economico urbanistico di Roma. Quando ho vissuto a Roma stavo a Roma nord (tra Monte Sacro e Talenti), zona fighetta, eppure, ti assicuro, che comunque la distanza dal centro la rendeva molto ma molto più faticosa, in ogni senso, della zona popolare di Thelma milanese.

    • confermo ciò che dice ‘povna. A Milano ho sempre preso la metro anche la sera tardi, senza nessun problema. Ovvio che le zone di criticità esistono (i capolinea delle metropolitane, ad esempio, sopratutto quelli di grosso interscambio con ferrovie o tangenziali, come Sesto o Gobba).

      PS: anche le badanti polacche dei miei nonni sparavano a salve sui rumeni…

  10. In Veneto, almeno, nel “mio” Veneto, il lavoro è quello manuale. Se sei del Sud, la laurea te la sei comperata. Nel pubblico impiego sono tutti terroni, se ti multano perché hai evaso le tasse hanno commesso un torto e gli uomini hanno tutto il diritto di passare il fine settimana a bar.
    Ovvio, non sono tutti a pensarla così, ma nei piccoli paesi sono la maggioranza, e i piccoli paesi si stanno impoverendo e svuotando. Contrariamente, la cittadina dove vivo è molto più aperta delle sue pari in regione (mistero).

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