Oggi il paradiso costa la metá

Siamo circondati. Dall’aggressivitá dei leoni da tastiera, dei bagnanti di ferragosto, della moltitudine di teste di cazzo in libera uscita che ormai odia tutto e tutti, pur di non guardarsi dentro e prendere atto di odiare soprattutto se stessi e i propri fallimenti.

Parimenti siamo circondati dai buonisti da tastiera, dai teorici del piú siamo meglio stiamo, come se invece della piú grande emergenza umanitaria e del maggior flusso migratorio che si ricordi.

Intanto, partiamo da un assunto. Quelli che fuggono dalle guerre sono una minoranza. La maggior parte fugge perché ha fame. E ne ha pieni i coglioni di una vita di stenti.

E hanno perfettamente ragione. Ad averne i coglioni pieni. E a fuggire.

Resta il fatto che accogliamoli tutti é una cazzata immane. Perché se fuggissero in 100 milioni (e il potenziale c’è) come la risolvi? E che prospettive gli offri?

Di diventare manovalanza di qualche mafia? Di tirar su pomodori a 2 euro al giorno?

Perché chi vuol accogliere tutti, si ferma, spesso, purtroppo al qui e ora. E invece c’è pure domani, dopodomani e tra un anno.

Per contro, chi dice fermiamoli in Libia, è un ignavo. Nella migliore delle ipotesi. Perché pagare qualcun altro per ammazzarli è una macchia che ci porteremo dietro tutti. Giú per i secoli. Perché mollarli in Libia quello é. Omicidio. Aggravato dalla crudeltá.

Solo, svolto conto terzi. E poi, nelle nostre candide casette, ci stupiamo che vogliano asfaltarci. Possiamo (dobbiamo) giustamente difenderci.

Ma stupirci, cazzo, no.

L’unica soluzione sarebbe davvero aiutarli a casa loro.

Ma davvero. Non foraggiando qualche satrapo corrotto e crudele perseguendo, una volta ancora, i nostri interessi.

Investire in Africa dopo aver indotto un vero processo di democratizzazione é l’unica strada che puó salvare l’Africa ma, anche, l’Europa.

Sbattersene, ci porterá tutti a fondo. Nessuno escluso.

Mio padre in fondo aveva anche ragione a dir che la pensione è davvero importante

E diciamolo. Cheppalle. Ieri sera all’ora di cena va in onda la consueta botta di ottimismo.

Quei porelli nati dopo il 1980 pare andranno in pensione a 75 anni. Pensare che erano nati sotto i migliori auspici, quelli dei favolosi anni ’80, quelli della Milano da bere, che poi diventò la Milano da sniffare e che, attualmente, pare più che altro la Milano da smerdare.

Ma non divaghiamo, che se no poi non si capisce più nulla.

Insomma pare che i figli degli anni ’80 andranno in pensionea 75 anni. Invece noi, quei gran paraculi nati negli anni ’70, ci collocheremo finalmente a riposo a 70 anni.

Ammesso che freghi a qualcuno, il mio personale fine pena è previsto a 70 anni e 3 mesi, avendo cominciato a lavorare dopo il 1996. Che potrebbe scendere a 66 anni al raggiungimento dei 41 anni e spingi di contribuzione. Ma non è ancora ben chiaro.

Insomma, pare evidente, se Atene piange non è che Sparta si sbellichi dalle risate.

Detto questo, andrebbero fatte alcune considerazioni che non hanno a che vedere con l’economia ma col buon senso.

Se si tiene il punto, dovremo fare i conti, fra una trentina d’anni, con un parco lavoratori composto da una consistente fetta di rincoglioniti. Che, ammettiamolo onestamente, non sta mica scritto che a 75 anni uno sia perfettamente in bolla. Ammesso che fosse valido almeno da giovane. Il che non è detto, peraltro.

Senza contare che, a quell’età, qualche acciacco è garantito anche se la testa funziona. Immagino il gaudio delle aziende alle prese non più con le maternità a rischio ma con le vene varicose, la prostata, e il salcazzo quotidiano. Un’allegria di naufragi. Tra l’altro, per una volta

E questo anche risparmiandoci il solito pippone sul futuro dei giovani (che, se sono furbi, emigrano verso un futuro e un clima migliore).

Però, va fatta anche un’altra valutazione.

Io figlia degli anni ’70, che godo di una situazione vagamente migliore, potrei anche essere disposta a rinunciare a qualcosa per sanare quella che è una sperequazione evidente.

Però vorrei anche che le situazioni venissero vagliate ad personam. Eh già. Perchè di quei figli degli anni 80, ne conosco tanti. E se qualcuno ha avuto un percorso professionale accidentato per eventi a lui non imputabili, molti altri ci hanno messo (parecchio) del loro.

Se Tizio ci ha impiegato quindici anni a finire un percorso universitario che avrebbe dovuto durarne cinque sulla carta, delle due l’una: o a ha sbagliato miseramente facoltà o era un fancazzista di prima.

In ambo i casi, non vedo sinceramente perchè, di tale evidente pirlitudine, o mancanza del minimo sindacale di buona volontà, debba farsi carico la società che avrebbe già i cazzi suoi a cui pensare. Se tu cazzeggiavi beato negli anni in cui io mi tiravo il mazzo, non è che poi in vecchiaia io debba tirarmi ulteriormente il mazzo per dare una mano a te.

Egualmente, se Caio ha immolato anni alla ricerca del lavoro dei suoi sogni per poi scendere a patti con la realtà con colpevole ritardo, la colpa è sua, non mia. Uno ha diritto ai suoi sogni, ma anche il dovere di pagarsi le bollette.

Non è qualunquismo, e neppure insensibilità (che poi, la sensibilità è sentimento assai sopravvalutato). Ne ho conosciuti parecchi sia della prima che della seconda categoria. Gente che ha trovato la maniera di fare un cazzo per anni, sostenuto (e sostentato) da famiglie tossiche formate da genitori comprensivi e adoranti che hanno fomentato sogni irrealizzabili e trangugiato balle miserevoli senza fare un plissé.

E se è vero che ciascuno a casa propria fa come gli pare, non vedo perché delle conseguenze debba poi farsi carico la collettività.

Dimostrami che hai provato a percorrere la tua strada ma ti sei trovato di fronte gente disonesta, furbetti di ogni risma, approfittatori di varia specie (che là fuori è pieno di gentaglia) e allora avrai non solo la mia solidarietà ma anche la mia disponibilità a mollare un pezzetto (piccolo, eh) del mio affinché anche tu abbia un po’ del tuo.

Ma in caso contrario, per quel che mi riguarda erano, sono e saranno tutti cazzi tuoi.

Perché anche questa volta la sensazione è che stiano per fregarci tutti per una manciata di voti, e direi che sarebbe il caso di dire anche basta.

E’ una piccola storia ignobile che vi voglio raccontare

I genitori di Giulio Regeni con ogni probabilità non avranno giustizia, e neppure verità.

Se mostreranno le foto del figlio torturato ed ucciso, smuoveranno coscienze già smosse, mentre le altre resteranno immote, sempre e quando esistano ancora in qualche spazio-tempo dove sono state smarrite dai legittimi proprietari.

I genitori di Giulio Regeni non avranno verità come non l’hanno avuta i congiunti di coloro che sono morti a Piazza Fontana e Piazza della Loggia.

I genitori di Giulio Regeni non avranno giustizia come non l’hanno avuta i genitori di Plaza de Mayo e quelli di molti altri figli spezzati da dittature diverse, ma non dissimili, da quella di Al-Sisi in Egitto.

Non sto dicendo che verrà mantenuta la versione che circola attualmente e che si distingue per essere di un’assurdità al limite del patetico (noi in queste cose, quando ci tocca, siamo assai più scafati).

Ma la verità processuale, quella che consentirà di salvare le relazioni diplomatiche, qualche miliardo di Euro di investimenti (cinque, pare) e gli interessi di molti tour operator troverà un capro espiatorio decoroso, che sarà indennizzato per pagare colpe non sue con buona pace di tutti.

Che quello di Al-Sisi (e Al-Sisi stesso) sia un regime violento, corrotto, profondamente illiberale non è esattamente una novità. Ma è tollerato (e senza troppi patemi foraggiato) dalla maggioranza dei Paesi europei e dagli Stati Uniti perchè svolge uno sporco lavoro (uno di quelli che bisogna pur fare, ma se li fa un altro, è meglio). Tenere alla larga i fratelli musulmani e reprimere qualsiasi accenno di fondamentalismo.

Cotanta preoccupazione non nasce (solo) da investimenti e turismo. Egitto significa anche e soprattutto Canale di Suez, quel comodo taglietto che consente alle navi cargo di non fare circumnavigare il capo di Buona Speranza per arrivare in Europa e che, a conti fatti, riduce i tempi di trasporto di una decina di giorni (minimo). Per cui è vitale che sia controllato da un regime amico.

Per tutte queste ragioni la morte di Giulio Regeni (non diversamente da quella di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin) troverà una verità di comodo.

Quel che ci resta è la certezza che quanto accaduto a un cittadino straniero in Egitto, non accadrà mai più.

Non perché ci sia da attendersi una conversione del regime di Al-Sisi alla democrazia e al rispetto dei diritti umani, ma semplicemente perché l’ingenuità di far ritrovare il corpo non verrà mai più commessa.

Giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male.

Avevo pensato di lasciar cadere la notizia. Non per mancanza di interesse, ma di tempo.

Pure, l’ottimo post di WishAkaMax per i discutibili, mi obbliga ad alcune constatazioni.

Potremmo rispolverare molte delle considerazioni fatte a suo tempo con la ‘povna sul fatto che questo è un Paese fondato sul Romanticismo. In tutti i campi, giustizia inclusa.

I fatti. Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro sono stati condannati in tutti i gradi di giudizio per l’omicidio di Marta Russo. Colpevoli o innocenti che fossero, la giustizia ha emesso un verdetto. Che loro hanno scontato, nei tempi e nei modi previsti dal dispositivo di sentenza e dalla legislazione vigente.

E questo è un fatto.

In nessuno di quei dispositivi di sentenza, ripeto, in nessuno, è stato scritto che agli imputati, poi giudicati colpevoli, fosse precluso l’insegnamento indipendentemente dalla materia e dall’ordine e grado di scuola in cui la stessa venga impartita.

E pure questo è un fatto.

Se Giovanni Scattone dispone dell’abilitazione all’insegnamento, e se gli è stata assegnata una cattedra, si suppone che adempia ai requisiti fissati dal ministero competente.

Ulteriore fatto.

E’ comprensibile il dolore dei familiari della vittima, ma è pur vero che la collettività non può permettere che questo dolore leda il fondamento giuridico, anch’esso incontrovertibile, che la pena serva a redimere. Altrimenti tanto vale buttare via la chiave o passare direttamente alla pena di morte. E se la pena serve a redimere, e il colpevole ha scontato la sua pena, ecco, allora in quel caso, non esiste ragione alcuna per cui si debba montare un caso intorno alla sua vita di poi, dove per vita di poi si intende la vita post-pena.

Discutere sul fatto che i due imputati siano stati condannati con pena risibile rispetto alla gravità del delitto compiuto, ha poca attinenza con la problematica sollevata. Qui non si sta discutendo se sia stata giusta la pena, ma se uno dei condannati abbia il diritto di fare quel che gli pare (all’interno della legalità) della sua vita di poi. Ed è differenza non sottile.

S’aggiunga che quel processo mostrò tante e tali lacune investigative da rendere quella pena necessariamente lieve, in ragione dei moltissimi dubbi sulle prove circa la colpevolezza (e non si sta qui dicendo che fossero innocenti, ma che la Procura non fu in grado di apportare prove incontrovetribili sulla colpevolezza, che è diverso).

Che i familiari della vittima possano dolersi, e si dolgano, anche solo del fatto stesso che chi li ha condannati ad un dolore eterno possa continuare la propria vita, è fatto profondissimamente umano. Ed ampiamente comprensibile. Che solo un Paese legato alle sottane del Vaticano come questo può pensare di chiedere alla vittima se perdona il carnefice (lo chiedessero a me risponderei pianamente: ‘proprio per un cazzo, anzi gli auguro di crepare tra atroci sofferenze il più possibile protratte’). Però il dolore dei familiari della vittima non può e non deve diventare argomento da telegiornale e ledere i diritti (al silenzio, alla privacy) di chi comunque il proprio debito con la giustizia l’ha pagato. E ha diritto, se lo ritiene, all’oblio.

E con questo non dico che se Scattone fosse il docente di mia figlia farei salti carpiati per la gioia. Anzi, probabilmente avrei un iniziale moto di fastidio. Ma credo e spero che avrei anche la serenità di ricordare che la giustizia esiste, viene applicata, non è un criterio di scelta mia e pertanto non posso far altro che conformarmici. In nome di quella cosa che si chiama società e civile convivenza.

Economics for dummies/4

Se la Grecia uscirà o meno dall’Euro, con tutto quel che ne consegue, lo scopriremo alla fine di questa settimana.

Detto ciò, ed indipendentemente da quel che accadrà quando scorreranno i titoli di cosa, alcune considerazioni sono d’obbligo.

Anzitutto, la Grecia dall’indipendenza (1830) ad oggi è andata in default 7 volte. Troppe, per essere un caso. In realtà è il risultato di comportamenti reiterati nel tempo e mai modificato, oltre che di debolezze strutturali del sistema Paese.

La Grecia è uno dei Paesi più corrotti d’Europa, per certo il più corrotto di quello che era un tempo il ‘blocco occidentale’, e mi riferisco solo ed esclusivamente della pubblica amministrazione. Anche nel privato la corruzione è regola. E non per sentito dire. Chiunque si occupi di export, piuttosto che occuparsi del mercato greco si farebbe volentieri investire da un TIR tale è il fetore (e nonostante il nostro essere italiani, peraltro).

Il 60% della popolazione attiva è impiegata nella pubblica amministrazione, che, di fatto, è l’unica entità produttiva dello Stato. Non occorre essere fini economisti per comprendere quanto questo incida sulla competitività del Paese.

Il comparto produttivo propriamente detto è insignificante, e si riduce sostanzialmente ai notissimi armatori che lo Stato ellenico da sempre coccola senza che questo porti alcun beneficio. Le tasse, quelle poche che pagano, le pagano all’estero, dove, con l’aiuto di valentissimi consulenti esportano i loro ingenti capitali. Del tutto legalmente, ça va sans dire.

Non che l’Europa sia stata inappuntabile nella vicenda. Perchè resta da capire con che criterio sia stato permesso alla Grecia di allargare la propria base debitoria sino ai livelli attuali. Fermo restando che quello è un Paese che avrebbe dovuto uscire dall’Euro molto prima e, peraltro, neppure entrarci.

Se il farlo entrare faceva parte di una valutazione politico/economica che valicava i (ristretti) margini di manovra dei trattati, ha poco senso lamentarsene ora. Anche se si può affermare con sufficiente convinzione che senza la devastante crisi economica (globale) di questi ultimi otto anni, il problema Grecia sarebbe rimasto ben occultato sotto il tappeto ancora per molto tempo.

Ma l’Europa, è, poi, così iniqua?

Tsipras propone

– una tassa del 12% per quelle imprese che realizzano utili superiori ai 500.000 euro l’anno. Cioè gli armatori di cui sopra che pagano (pur legalmente) le tasse all’estero. Possiamo ridere, ridiamo.

– di aumentare la corporate tax dal 26 al 29% per quelle imprese che realizzano utili in Grecia. A parte che vale per pagare tasse sugli utili occorre produrli (gli utili) vale la pena menzionare che in Italia la pressione fiscale sugli utili di impresa è al 65,8% (con la Francia al 64,7 e la Spagna al 58,6). e comunque ribadisco, in un sistema produttivo come quello greco è una misura inutile indipentemente dall’aliquota.

– di mantenere gli sconti sull’IVA nelle Isole (sull’aliquota del 23% uno sconto del 30%). Peccato che la maggior parte degli scambi ivati li generi il turismo, fenomeno prettamente isolano.

– Si rende disponibile a rivedere l’età pensionabile, elevandolo a 67 anni a partire dal 2022 (inzialmente dal 2025) e a 62 per chi ha 40 anni di contributi. In Italia uomini e donne andranno in pensione (nel privato) a 66 anni e 7 mesi già dal 2018, e potranno chiedere l’anticipo laddove abbiano maturato 42 anni di contribuzione. Questo tipo di impostazione è peraltro condivisa dalla maggior parte dei Paesi europei. Non è un abuso nei confronti del popolo greco, ma un mero dato di fatto che accomuna i greci agli italiani, agli spagnoli, ai tedeschi ed agli olandesi (per dirne alcuni). I danesi, peraltro, se la passano peggio e gli tocca lavorare un anno di più.

Soprattutto rifiuta:

– i tagli alla difesa (ne accetta per 200 mln e non per i prescritti 40 milioni)

– ma soprattutto (sembra una fesseria, ma è altamente significativo)  accetta di di riformare le regole per le licenze per gli investitori, ma non di farlo sotto la supervisione della Banca Mondiale. E qui torniamo, se volete, alla piaga della corruzione. Chi controlla il controllore? Nessuno. E perchè tanta acrimonia nei confronti del controllore? Ah, saperlo.

Confondere la situazione greca con quella italiana è un errore. La posizione italiana nasce più sfumata, e si origina, soprattutto, dalla cronica incapacità di riformarsi che ci affligge da sempre che non dalla sua incapacità di onorare le scadenze. Paradossalmente, pur nelle molte difficoltà, siamo stati gli unici, tra i Paesi a rischio, a non attingere a fondi di emergenza, e a continuare a pagare le nostre quote come da accordi. E pure a rimborsare le quote di interessi sul debito pubblico. certo non ce l’avremmo fatta senza la BCE, potrebbe sostenere qualcuno. Ma d’altronde la BCE, quando giocò pesante col nostro spread per levarsi Silvio B. dai coglioni, si riprese tutto e pure con gli interessi.

Il lavoro sporco della trojka in Italia lo fece Monti con l’avallo di Napolitano. Una trojka travestita, perchè l’Italia ha troppo peso per poterla commissariare come una Grecia.

Il nostro vero limite, in ogni caso, è l’esserci dotati (ed è colpa nostra, non solo loro) di una classe politica tanto imbecille quanto corrotta.

In questo, però, i Greci sono stati assai ben più fessi di noi, e dopo essersi affidati per anni alla famiglia Papandreu (gente che ai nostri corrotti faceva una pippa, per dire) si è fatta prendere per il culo dalle idee, dalla bella presenza, dallo stile giovane e dai proclami di Tsipras e Varoufakis. Che non si capisce se sono imbecilli, criminali o ambo le cose.

Hanno condotto la trattativa che peggio non si poteva.

Durante la trattativa non hanno mai dato la sensazione di lavorare per un accordo, animati dalla (falsa) convinzione che l’Europa fosse terrorizzata dal Grexit. E qui hanno dimostrato la loro pochezza. L’Europa era terrorizzata dall’uscita della Grecia dall’Euro nel 2012. Mentre la crisi picchiava duro. Mentre Italia e Spagna traballavano pesantemente. Soprattutto mentre non esistevano ancora strategie di uscita.

Ma ora? Ora la BCE ha preso le sue contromisure. Il crollo dell’Euro ha dato nuova spinta all’export. L’economia in Spagna ed in Italia si è riavviata (per quanto stentatamente), ma soprattutto sono stati iniettati nelle banche quattrini sufficienti ad evitare il rischio contagio.

Li ricordate tutti quei fondi che venivano iniettati nelle banche per far ripartire il credito alle imprese? E che invece alle imprese non sono mai arrivati? Ecco, il sosetto che quei fondi servissero a depurare le banche dai titoli tossici del debito greco e a preparare l’uscita dei Greci dall’euro è fortissimo.

E ora, l’ineffabile duo, Tsipras e Varoufakis, che ha giocato la propria partita sulla pelle dei Greci ha spostato la responsabilità della scelta sui greci stessi, in nome di un’idea di democrazia che non condivido e così riassumibile. ‘Tu mi hai delegato a trattare. Io non sono riuscito a portare a termine la trattativa. Ora decidi tu, popolo’ Che sarebbe anche un formato interessante di partecipazione diretta se:

a. tu non mi facessi decidere in un termine brevissimo, mentre i bancomat mi erogano 60 Euro al giorno, e il Paese si muove in uno spazio sospeso tra limbo e panico.

b. la coerenza sia una bella cosa, ma non necessariamente un valore. Quando guidi un Paese anche la capacità di correggere in corsa il tiro ha una valenza. Soprattutto se sei in grado di argomentare a chi ti ha votato la ragione

c. un governo lo si elegge per assumersi delle responsabilità, fare il referendum era un’idea lodevole, ma tre mesi fa. Che a febbraio, si era già capito l’andazzo.

Si aggiunga che, in questi mesi, mai hanno dato l’idea di cercare un rilancio della Grecia, ma solo di ambire a nuovi fondi per tirare a campare. Peraltro con un piglio da bulletti poco adatto alle circostanze.

Come finirà lo diranno le cronache e lo racconteranno un giorno i libri di storia. A noi non resta, in questi giorni d’estate che assistere sconfortati alla sconfitta dell’ideale europeo in senso più ampio. Un’ideale europeo, però, che è stato tradito da tutti, dall’Eurogruppo e dalla BCE, ossessionati dai bilanci e dimentichi delle persone. E dalla Grecia, che mai come in questi giorni è parsa interessata solo a prendere e mai a dare.

Aggiungo solo che le richieste finali dell’eurogruppo, quelle commentate sopra non sono né crudeli né inique ma sono applicate dalla maggior parte dei Paesi europei inclusi quelli dell’ex-blocco dell’est. Smettiamola quindi con la litania dei tedeschi cattivi. Che loro, le loro riforme, se le sono fatte da soli ed obtorto collo dieci anni fa per pagare i costi della riunificazione. E qualche risultato, quelle riforme, lo hanno apportato.

Let me play among the stars

E’ tornata sulla Terra Samantha Cristoforetti, che per duecento giorni il mondo da un oblò l’ha osservato davvero, e chissà se qualche volta si è (e sarebbe umano) annoiata un po’.

Spero denunci quelli che l’hanno chiamata AstroSamantha, un soprannome che pare la brutta copia di Astroganga, e svilisce la sua professionalità. Che Vittori, ad esempio, col cazzo l’avrebbero chiamato AstroRoberto.

Andare fra le stelle è il compimento del sogno di tutti quelli che da bambini dichiaravano ‘vorrei fare l’astronauta’, ma questa donna è andata oltre dimostrando che quel sogno lo potevano fare anche le bambine.

Figlia, come molte di noi, degli anni ’70, dimostra come questo Paese si sia evoluto molto meglio e molto più di quanto raccontino le statistiche.

Molta strada è rimasta da percorrere, ma le nostre figlie avranno la possibilità di muoversi in un mondo in cui molti soffitti di vetro sono stati abbattuti. Alcuni dalle nostre madri, altri da noi. E, non neghiamolo, certe capocciate hanno lasciato i segni.

Ché, le nostre madri hanno combattuto per emanciparsi, ed essere soggetti anziché oggetti. Noi, invece, abbiamo lottato per avere delle aspirazioni da sempre prevalentemente maschili, chiudendo l’annosa discussione su se fossero legittime o meno, e poi abbiamo lottato, di nuovo, per conciliarle con la maternità, bisogno, con l’impegno civile, con la partecipazione. Che sembra, a dirlo, che sia stato tutto facile. E invece, onestamente, proprio per un cazzo, a guardarsi indietro.

Le nostre figlie potranno permettersi di sognare qualunque futuro senza che nessuno possa osare dire: ‘questo no, perchè sei donna.’

Conquista che in alcuni Paesi è ancora lontanissima, ma che per noi, non scordiamolo, è conquista recente.

E poi? E poi ti guardi intorno e ti accorgi che in tante, troppe ragazzine viene ancora instillato il senso del ‘tu sei femmina’ e che a molte altre viene insegnato che quell’essere femmina lo puoi pure usare a tuo favore. E non sto parlando solo dell’uso della sessualità per ottenere qualcosa, ma di mille altri squallidi mezzucci. Il gattamortismo, gli occhioni da Bambi, il giocare alla donzella in difficoltà. Tutta roba che degrada. Chi la fa e chi la subisce, a voler essere precisi.

E t’accorgi che di strada, da fare, ce n’è ancora tanta. E battaglie da combattere, pure. Ma non hai paura. Perché sai da dove vieni. Sai dove vuoi andare. E quanta strada hai percorso. E il resto è solo un ordinario rumore di fondo.

Io invece sono stato in piedi tutta notte per trovare ad una ad una le mie risposte esatte

Esco dalla caverna per un breve aggiornamento, ma certe uscite sono troppo per tacere.

La Bonino ci offre una buona notizia, comunicando, con la trasparenza che le è propria, che il cancro che la affligge è in remissione completa.

E quella mente sublime che va sotto il nome di Roberto Formigoni, lo stesso figuro che indossa camicie discutibili e che si è prodotto in una scena madre tra l’imbarazzante e il bisimevole in un gate a Fiumicino ier l’altro, se ne esce con il seguente tweet:

Roberto Formigoni ‏@r_formigoni  

Emma #Bonino è guarita ‘sparita ogni traccia di cancro’. Che ne dite, voi che vi proclamate atei, è stata la preghiera di Papa Francesco?

E’ stata la medicina, la ricerca, la chemioterapia, le cure, se vogliamo pure una discreta dose di culo (che le auguriamo continui ad accompagnarla) che nella vita è essenziale.

Resta il fatto che il tweet di Formigoni sconcerta chi non crede (per la sua immane imbecillità), ma dovrebbe offendere ed indignare soprattutto chi crede.

Perchè, detta così, fa pensare che il Padreterno e il suo rappresentante terreno se ne sbattano miseramente delle sofferenze di milioni di cattolici (ammettendo che siano entrambi così meschini da non pregare per la salute di tutti, indipendentemente da sesso, razza e religione, cosa che peraltro qualora non fatta contravverrebbe pure agli insegnamenti evangelici).

Non mi basta la forza degli occhi per voltarmi e non guardare

Leggo questo (bel) post di gaberricci, e una sinapsi parte all’improvviso.

Lo sdegno per De Gennaro alla presidenza di Finmeccanica è condivisibile, ovviamente. L’accostamento al principio di Peter (promuovere qualcuno fino al suo massimo grado di incompetenza), meno.

A De Gennaro andrebbe, forse, più propriamente attribuito il ben più antico principio promoveatur ut amoveatur (promuovi al fine di rimuovere).

Il principio di Peter è da associarsi a mere dinamiche organizzative. In sostanza riflette il limite delle promozioni meritocratiche all’interno delle organizzazioni. Hai fatto bene nell’incarico a? Ti promuovo all’incarico b. E via dicendo ma prima o poi, nell’alfabeto degli incarichi, ci si arena per oggettica incompetenza.

Promuovere per rimuovere reca in sé ben altri scopi. Diciamo che organizzativamente la possiamo considerare una forma per rimuovere e liberare un posto. Oppure per liberarsi di un incapace promuovendolo ad altro incarico possibilmente privo di significato.

E potrebbe essere già più il nostro caso.

Che Renzi ci dica che ‘De Gennaro come presidente di Finmeccanica ha tutti i titoli e le qualità per governare’ faccia il favore, ce le elenchi.

Laureato in Giurisprudenza, lunga carriera in Polizia, De Gennaro è stato dal 2000 al 2007, incarico per cui era, oggettivamente, competente (però poi ne parliamo, eh). Nel 2008 fa prima il commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania (e potremmo starci, forse). Poi sempre nel 2008 diventa Direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (e andiamo già meglio, rispetto alle competenze). Questo fino al 2012 quando, nel governo Monti (altra bella porcata, eh, il governo Monti, en passant) diventa Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Quando cade il governo diventa presidente di Finmeccanica.

Che titoli abbia per guidare Finmeccanica, che è un gruppo industriale, resta pertanto ignoto. Però se lo son cavato dalle palle con un incarico prestigioso (e ben remunerato). Non che abbia importanza. A quel livello il Presidente conta il due di briscola e firma quel che gli fanno firmare selezionatissimi manager.

Purtuttavia, torniamo indietro, nei suoi sette anni alla guida della Polizia, incappa in due vicende non proprio di poco conto. Il caso Diaz e la negata scorta a Marco Biagi. Avete detto sticazzi? Ecco, bravi, pure io. Anche perché né il suo predecessore (Fernando Masone) né il suo successore (Antonio Manganelli) incapparono in incidenti di tal portata. Si tratta altresì di due vicende che si dipanarono nel corso di un paio d’anni tra il 2001 e il 2002.

In ambo i casi ministro dell’Interno era quella personcina ammodo di Claudio Scajola, ricordiamo pure questo.

Aggiungiamo poi, e qui ha tutte le ragioni gaberricci, che con la Diaz si son condannati solo i poliziotti. Al secolo, gli esecutori. E quelli che ce li hanno mandati, alla Diaz, quei poliziotti? Non sapevano? Cazzo, ma si rendono conto di quel che dicono? Non sapevano? E’ ancora più grave che esserne al corrente. Sei il capo di un corpo dello Stato e non hai la più pallida idea di ciò che fanno i tuoi sottoposti? Posso ammetterlo in un’operazione ad un posto di blocco in Val Chiavenna. Al G8 di Genova, evidentemente no.

E già che ci siamo, sarebbero stati da condannare anche il ministro dell’Interno (Scajola), visto che il corpo di Polizia da quel ministero dipende, il Presidente del Consiglio (Silvio Berlusconi), perchè in una situazione così grave ha il diritto/dovere di essere informato, e pure il Presidente delle Repubblica (Ciampi) che si mostrò con Berlusconi a rassicurare le masse avallando lo scempio con la sua presenza.

E comunque lo dice Strasburgo (non fossimo bastati noi cittadini) alla Diaz fu tortura. E qualcuno deve pagare. Non solo i poliziotti che parteciparono, ma pure chi ce li mandò.

Peraltro, De Gennaro ha un ruolo cruciale anche nella vicenda di Bruno Contrada. Premetto. A me Contrada piace poco, ma, seriamente, mica si può condannare uno per quello. Son necessarie le prove. Strasburgo ci ha cazziati anche lì. Primo perchè Contrada è stato condannato per un crimine non esistente nel momento in cui lui suppostamente lo commetteva. Ora. Già la retroattività è sgradevole a livello fiscale ed amministrativo, ma è ovvio a chiunque che non ti posso mandare in galera per un reato (anche quando tu lo abbia realmente commesso) che non esisteva mentre lo stavi commettendo. Viene a mancare un requisito fondamentale. La consapevolezza di commettere un reato. Per buon peso, la corte definisce questo reato di difficile definizione. Fumoso se preferite. E onestamente, cos’è il reato di concorso esterno in associazione mafiosa? Un escamotage per perseguire certuni e non certi altri. In zone ad alta densità mafiosa, sospetto che nessuno sia immune dal concorso esterno. E che certi siano addirittura in buona fede.

Resta il fatto che, ovunque c’è una grana di Stato grossa, questo De Gennaro riciccia. E anche Renzi, appassionato di rottamazioni, lo difende a spada tratta, laddove, suvvia, il nostro va per i settanta e sarebbe ben più rottamabile di D’Alema.

E se anziché scomodare principi di Peter e massime latine, ci trovassimo semplicemente davanti ad Hitchcock?

Vado, questa volta ho deciso che vado

Negli ultimi giorni sto maturando la convinzione che i Greci andrebbero cacciati dall’Euro. A pedate. Ed indipendentemente dal fatto che paghino o meno i loro debiti.

La Comunità Europea è una comunità. Con le sue regole. Regole condivise da tutti, per quanto possano essere regole del cazzo. Ma se una regola è una cazzata, lo si dice prima, non dopo.

I Greci nella fattispecie sembrano quei vicini di casa rumorosi e cagacazzo che non pagano le spese condominiali e, quando gli si fa presente che, ecco, caso mai, magari, si incazzano e minacciano di far saltare per aria il condominio.

Lo stato greco ha dichiarato sei volte il fallimento nel corso degli ultimi centocinquant’anni.

Non è un caso, è un’abitudine. Radicata

Fino al 2012 un greco su quattro lavorava per la pubblica amministrazione. Che poi non sarebbe nemmeno un problema se ci fosse a sostenere il Paese un tessuto industriale. Ma non è così.

La Grecia ha un debito monstre e, per restare in Europa, ha truccato i conti.

Anche Tremonti, direte. Anche Tremonti. Che però, nel confronto, impallidisce. Sia nei numeri, sia nella fraudolenza.

Aggiungiamo pure che la vituperata trojka ha imposto alla Grecia condizioni capestro. Per dire, non è che con noi sian stati tanto teneri.

Con una differenza, sostanziale. A loro hanno concesso una, importante, linea di credito. Noi non abbiamo chiesto, e quindi avuto, nulla. Anzi abbiamo seguitato a contribuire ai fondi di solidarietà e quant’altro.

S’aggiunga che, quando c’è da dare una mano, non è che ad Atene e zone limitrofe si attivino troppo. Chiedete a un albanese come mai sfidasse in passato il mare per raggiungere l’Italia. Il clima? Il mare? La culinaria? No. È che alla frontiera di terra con la Grecia gli sparavano serenamente addosso. E non è che il trend sia cambiato.

Infine, Tsipras. È giovane. È figo. Pare intelligente. Però qualcuno gli spieghi che a fare il bullo del quartiere, il rischio, concreto che qualcuno gliele suoni, esiste.

E soprattutto, non è che perché Frau Merkel e i suoi son antipatici, a lui sia concesso tutto. Perché avanzare richieste è legittimo. Avanzare pretese, è altro. E lui non siede, propriamente, dalla parte della ragione.

Nel buio della storia

I terroristi dell’IS, hanno commesso il loro primo, vero, madornale errore.

Posto che l’obiettivo di un terrorista è il terrore, giustappunto, fin qui la loro strategia è stata efficacissima. Hanno saputo creare orrore, tensione, ansia. Terrore, appieno.

Inoltre si sono applicati all’uso del mondo 2.0 come dei raffinati comunicatori. Dimostrandosi arcaici e primordiali nella loro bestialità, e modernissimi nel comunicarla.

Ardendo vivo il pilota giordano, uno di loro, non uno di noi, hanno aperto le ostilità sul fronte interno.

Non diversamente da quel che fecero le Brigate Rosse o i NAR (per parlare di ciò che conosciamo bene, ma vale per tutte le organizzazioni terroristiche di cui abbiamo memoria).

E le BR, piuttosto che i NAR, non furono sconfitte dallo Stato, o meglio, non solo, ma anche, e soprattutto, dalla società civile, che ad un certo punto li vide come schegge impazzite e fuori controllo, e ne ebbe, comprensibilmente, paura.

Le brigate partigiane furono risolutive proprio perchè la gente comune era in linea di massima al loro fianco. E li protesse, nelle loro attività.

Tutte le organizzazioni terroristiche sorte ex post, non godettero di queste protezioni proprio per quella paura di cui si diceva prima.

L’apertura di questo fronte interno da una parte gli aliena le simpatie di una parte di mondo arabo che li vede come liberatori, dall’altra rafforza la convinzione di molti stati arabi strutturati (Iran, Arabia Saudita, Emirati, Marocco) che questi vadano fermati prima che mettano in pericolo il loro potere.

Non sto dicendo che spariranno domani, ma che perderanno progressivamente forza e appoggi, fino a diventare semplicemente una delle molte spine piantate nel culo del mondo. Ma una tra le altre. Non LA spina.

Perchè a volte, è sufficiente un pilota giordano, o un sindacalista genovese, o un professore universitario, o un giornalista.

Un circa signor nessuno che ci conferma che il prossimo potresti essere tu.