Seduto o non seduto faccio sempre la mia parte

E’ vero il fatto che i figli ti spingono a fare cose che non avresti immaginato mai.

L’antefatto. La nana frequenta un corso di danza. Una danza gioco, quindi non immaginatevi punte e affini. Diciamo una faccenda che s’avvicina alla danza ed insegna a sciogliersi un poco.

Le piace, ci va volentieri. Al momento non si segnalano scene di isteria collettiva con madri di aspiranti prime ballerine del Bolscioi a cagare il cazzo.

Almeno, così pare, visto che in effetti, la nana, per l’intera stagione, deve essere apparsa ai più orfana, dal momento che l’accompagnamento della stessa è stato delegato in toto alla nonna, cioè mia madre.

La quale, circa quindici giorni fa, mi annuncia che fra due domeniche sarebbe avvenuta la vendita dei biglietti per il saggio. In genere queste comunicazioni mi vengono date mentre sto lavorando, e tra una grandinata di casini e l’altra reagisco con la seraficità propria di un’ottuagenaria sotto xanax. Sorrido e dico: ‘vabbé e che ci va? Solo, aspetta che me lo segno.’

A quel punto la genitrice si sente in obbligo di estendermi il punto due della faccenda, che da qui in poi chiameremo corollario (per non chiamarlo in almeno venti altri volgarissimi modi).

Pare infatti che svolgendosi il saggio medesimo nel locale teatro comunale, la prevendita dei biglietti scateni bassi istinti omicidi tra le genitrici delle Pavlova in erba, con gran cacatura di cazzo generale.

E sì, perché, mentre le nanerottole si arrabattano nella loro danza-gioco, giovani virgulte dedite alla qualunque (jazz- hip-hop e altre robe di cui fino a ieri disconoscevo l’esistenza) e spalleggiate da madri con una dose di maniacalità che in confronto il padre di Michael Jackson era la Montessori reincarnata, s’accalcano per sti cazzo di biglietti.

Il locale teatro comunale ci conterrebbe tutti più o meno egregiamente, ma si dà il caso che io debba a) collocare l’intero nonnodromo senza che esso debba assistere alla prémière dopo aver fatto ventisette piani di scale, b) sistemarlo evitando di farlo pencolare nel vuoto, c) tenere conto del meteo, che lì dentro fa caldo già d’inverno figuriamoci in estate, e comunque in questi giorni stiamo sfiorando temperature subsahariane.

Per contro, quando mi è stato detto che c’è gente che s’accampa alle 5.30 della domenica mattina per un biglietto che verrà venduto a partire dalle 14.30, ho fatto una crassa risata e sollevato il dito medio.

Poi. Poi mi sono fatta il film del: nonnodromo incazzato (si vede, non si vede, fa caldo, fa freddo, fa tiepido, minchia le scale, minchia lo strapuntino, minchia lo sgabello, minchia appunto), la nana che si guarda intorno cercando la sua famiglia, senza riuscire a metterla a fuoco, gli occhi pieni di lacrime e un trauma che le costerà anni di psicoterapia peraltro priva di esiti. E sarebbe tutta colpa mia. Rendiamoci conto.

Insomma le pippe medie della media madre italica preda dei sensi di colpi e della propria comprovata coglionaggine.

Per cui, giusto ieri, all’alba delle 8.30 salpo da casa alla volta del sito in cui si sta svolgendo sì pregiato raduno. Direte, non rompere il cazzo che le 8.30 non sono l’alba. A parte che per me le 8.30 della domenica SONO l’alba, la tragedia incombente nasce dal resto.

Intanto, per essere le otto e mezza fa già abbastanza caldo, nonostante un temporale notturno che non è servito ad altro che ad alzare una cappa di umidità che rende bianco il cielo e ad inviperire oltre misura un battaglione acrobatico di zanzare sponsorizzato dalla locale sezione AVIS.

Arrivo, e scopro che la mia levataccia si è meritata il numero 29. Siccome caduno può ramarsi su 6 biglietti, significa che sono già evaporati (e parola mai fu più appropriata) 174 posti a sedere.

Scopro inoltre che c’è gente che staziona DAVVERO lì dalle sei. Vorrei potermi ubriacare. Ma fa troppo caldo. Cerco di fuggire, recando con me il numeretto artigianale che mi hanno appioppato e mi guardano come un’idiota. Comprendo di aver pestato la prima merda di una lunga giornata. Mi spiegano, con la pazienza che si utilizza con i minus habens, che potrebbero essere contraffatti i biglietti, quindi solo la permanenza è simbolo di garanzia.

Vorrei ribattere che a) contraffare i biglietti oltre ad essere una roba da mentecatti è anche inutile (se ti ritrovi con due otto, che cazzo fai, indici una battaglia gladiatoria e vinca il migliore?) b) chi cazzo vuoi che si metta a contraffare un 29, onestamente. Uno col 62, direte. In effetti, può essere.

Ma non ho voglia di questionare, non ho voglia di fare il genio della lampada, arrivo da una settimana di merda, e me ne attende una altrettanto merdosa. Fa caldo, e io odio il caldo sin dall’infanzia. Mi siedo, e cerco di partecipare a conversazioni che non condivido con gente che non comprendo. Un’allegria di naufragi.

Ogni tanto mi chiama l’Uomo, rimasto a casa a badare alla nana. Quando non chiama onestamente è meglio. Che non è che mentre sei lì a romperti le palle, al caldo, senza vie di fuga, sentire uno dall’altra parte che ripete come un mantra, ‘ma va’ che cagata, ma va’ che cazzata, ma siete una massa di deficienti’ sia esattamente terapeutico. O meglio sarebbe anche terapeutico, se tu potessi prenderlo a pedate. Ma è distante. E si meraviglia pure che ti incazzi.

L’Uomo, poi. Lo stesso che poi, se la nana non ci avesse visti, e pianto successive calde lacrime, avrebbe intonato la litania b. ‘Ma poverina, ma povera stella, ma povera gioia’.

Finalmente alle 14.30 s’appalesano con i biglietti. Nonostante la ‘prevendita’ dei numeretti, è bagarre. Iome osserva in disparte che lei non ce la può fare, né tanto né poco. Poi gli animi si calmano, le isterie s’affievoliscono, e restano solo le frecciatine puerili.

Iome ne uscirà due ore più tardi. Dopo otto ore colà trascorse. Praticamente una giornata di lavoro. E con posti a sedere decorosi. Che comunque, qualora non dovessero piacere, a chi avrà da ridire faccio mangiare il programma.

Ne uscirà due ore più tardi, dopo un’attesa che neanche per il concerto del Liga ormai troppi anni fa. Dopo ore di chiacchiere inutili, con una sensazione di incredula perplessità, che lei, iome, si è sentita per una vita superiore a ste cagate e invece eccola lì, disciplinata come una scolaretta.

Ne uscirà due ore più tardi, con l’onesta convinzione che se l’anno prossimo la nana dovesse ancora optare per la danza, sarà ancora lì disciplinatissima, ad onorare una manfrina che, al fondo, disprezza (anche se spera, in franchezza, che la nana si dia al rugby).

Ne uscirà due ore più tardi dopo aver capito che puoi andare e tornare, e crederti intelligente, di buon senso ed emancipata. Ma alla fine, la vita ha quel potere atavico, che si riassume nel fatto che i figli so’ piezz’e core. E non c’è niente da dire. E soprattutto non c’è niente da capire

Quello che non ho, è quel che non mi manca

Avrei voluto farci un post irriverente e cazzaro, su questa cosa di mafia capitale. Avrei voluto ridere di loro, come faccio a volte, pensando che in fondo, una risata li seppellirà.

Invece niente. Non esce. C’è solo questo senso di scoramento.

Perché avverto, profondo, il senso della sconfitta.

Perché mi chiedo come possiamo, ancora, ogni giorno, pervicacemente, tentare di fare con decoro la nostra parte, quando così tanto fango, così tanta melma, continua ad affiorare.

Perché mi chiedo con che approccio un genitore, piuttosto che un insegnante, possano porsi davanti alla ‘meglio gioventù’ indicando la via dell’onestà, senza sembrare patetici coglioni.

Perché mi chiedo, se, in fondo abbia ancora un senso farlo. Se abbia ancora un senso dire ‘fa’ la cosa giusta’, indirizzando, lo sapete, lo sappiamo, ad un destino di subalternità, alla derisione costante dei sogni, alla condanna a non poterli realizzare, quei sogni.

Perché li guardo, e mi verrebbe da chiedere: ‘perché?’

Non a Carminati, sia chiaro, che alla fine è pure quello che capisco di più.

Ma questi? Politici, funzionari, gente che dovrebbe rappresentare la cosa pubblica?

Averne davanti uno, ci sono delle cose che vorrei chiedergli. Davvero. Ma senza inutili infingimenti.

Ma come fai? Cioè, davvero, come cazzo fai, amico, a mischiarti con quelli? Perchè quella è brutta gente. Son tagliagole. Inutile che stai lì a bearti di quei cazzo di quindicimila euro al mese che ti passano. Quella è gente che se gli fai girare le palle, rischi di finire a far da concime organico ai prati.

E quelli conoscono il nome di tua moglie, dei tuoi figli, di tua madre, di tua sorella. Ma ti fidi? Ti fidi davvero? Pensi davvero che si fermerebbero, loro che han fatto dell’illegalità e del terrore un mantra?

E tu? Tu, non hai un po’ di paura, amico? Non hai paura di trovarteli davanti, una sera d’inverno, animati a risolvere una discussione o un problema? Non hai paura, per quelli a cui vuoi bene? O non vuoi più bene a nessuno, amico? Non ti frega un cazzo di null’altro che di quell’apparenza un po’ spaccona che ti sei cucito su. Quell’apparenza dove l’unica cosa che conta è avere la macchina più potente, l’amante più zoccola, il rispetto di gente che a uno normale gli farebbe pure un po’ schifo dargli la mano, ma a te no. A te piace essere rispettato da quelli.

Ma davvero, non ti caghi un po’ sotto qualche volta? Quando li vedi e capisci quello che potrebbero fare se quei cazzo di quindicimila euro non dovessero fruttare come pensano loro.

Ma dimmi, amico, ma ne vale veramente la pena? Vale la pena guardarsi le spalle anche mentre sei a cena con gli amici, anche mentre attraversi la strada, anche mentre vai allo stadio, o fai una di quelle mille mila cose che noi facciamo senza pensieri.

Dimmi amico, è valsa davvero la pena di vendersi l’anima per quindicimila euro al mese?

Perchè io me lo sono chiesta, sai, amico se valga ancora la pena dire a un ragazzo ‘fa’ la cosa giusta’, e alla fine ho deciso che sì, ne vale ancora la pena.

Numb3rs

Ci sono considerazioni che funzionano ad incastro, come i puzzle. Ti girano in testa, ti vengono idee, e non riesci a farle diventare qualcosa di concreto. Poi d’incanto, un commento in tuo post, un post altrui, un articolo letto, e le cose d’incanto prendono forma e sostanza.

Da una parte c’è mauro, che si spiazza (parole sue) per la mia liaison con numeri e percentuali. Dall’altra c’è la ‘povna, che parla dei figli del romanticismo e dice cose giuste e vere. In mezzo c’è questo articolo, in cui, riassumendo frettolosamente, Andrea Ichino, professore di Economia a Bologna e, en passant, uno che all’esame di microeconomia, vent’anni fa, mi fece un mazzo quadro, fa a pezzi il liceo classico nel ruolo di pubblico ministero, versus un Umberto Eco che invece lo difende, nell’impianto e nella sostanza.

Tre considerazioni all’apparenza distanti, che trovano un punto di congiunzione nei concetti espressi dalla ‘povna, seppur, qui, declinati in diversa maniera.

L’Italia è un paese profondamente romantico, in cui il soggettivismo, l’individualismo esaltano al meglio (qualche volta) e al peggio (più spesso) le italiche qualità.

Non è un caso che l’operazione riesca meglio quando ci si spoglia delle sovrastrutture di certo cattolicesimo che non si può dire illuminato.

In Italia, i numeri son guardati con sospetto, con fastidio, con supponenza.

Vi dirò, ero anch’io così. Cinque anni di felicissima e piacevolissima permanenza in un liceo classico mi avevano confermata nella convinzione che la matematica e la fisica, e le scienze in generale, fossero un’accessoria seccatura sulla via della felicità.

Pur tuttavia, c’era un problema serissimo. Nel mio sconfinato amore per l’umanesimo, io non volevo fare quello. Nella vita di tutti i giorni, intendo. Non c’ero tagliata, proprio. Mi sarei sentita in gabbia, io che l’equilibrio perfetto lo trovo solo sugli aerei, tra il rimpianto di ciò che è stato e l’entusiasmo di ciò che sarà.

Pertanto, mi armo di santa pazienza (e una robusta dose di incoscienza) e con una matematica dal programma risicato e totale assenza di nozioni economiche e legali (mai visto un mastrino, un codice civile, un bilancio) parto all’avventura.

Troverò cose che ho amato moltissimo. Altre che ho cordialmente detestato. Altre ancora che ho studiato solo perchè ci dovevo riempire il libretto. In una facoltà di economia solo i pazzi possono appassionarsi a tutto. E da costoro, state alla larga.

Però in ciò che dice Ichino, c’è del vero. Questo paese ha un grado di ignoranza matematica imbarazzante. Avevo dei compagni di corso fusovietici. In matematica asfaltavano non tanto me (non ne avevano bisogno, per me era già sufficiente un mediocre studente di liceo scientifico) quanto persone che invece lo scientifico lo avevano fatto ed erano gente seria e preparata.

Niente da dire. Erano i programmi, e la preparazione alla base, a differire.

Ma il problema non risiede nel liceo classico. E qui c’è l’errore di Ichino. Il problema risiede nella forma mentis tipica di questo paese, che reagisce di fronte alla matematica come Goebbels quando sentiva parlare di cultura: mettendo mano alla pistola.

Come se chi ama le lettere non potesse amare anche i numeri.

C’è un sostanziale errore di fondo. Le lettere rappresentano il pensiero, dandogli forma, sostanza, coerenza. Ma i numeri non sono solo quell’accessorio utile a non farci fregare sul resto. Oppure quell’astrusa faccenda che consente di esplicitare calcoli capaci di farci salire sulla luna.

I numeri possono rappresentare la realtà, non diversamente dalle lettere dell’alfabeto. Solo con una simbologia diversa. E una chiave di lettura propria.

Ma eliminarli dal quotidiano è un rischio che non possiamo concederci. Perchè i numeri ci permettono di analizzare la realtà. E di discernere. Freddamente? Sì, freddamente.

Non c’è nulla di sbagliato, o di insensato, nella freddezza. Poi la freddezza dei numeri si può stemperare con le altre mille risorse romantiche di cui comunque disponiamo.

La psicologia, perchè a volte, la faccia di una persona significa più del giudizio che ne potremmo dare.

L’intuito, perchè a volte la logica ci spinge in una direzione, ma la pancia in un’altra, e pure la pancia, certe mattine, ha una sua dignità. Purchè la pancia non sia l’unica discriminante. Se no, son guai.

Me ne accorgo in situazioni che non son quelle delle blog (e in cui, peraltro, i numeri dovrebbero avere ben altra dignità). Quando snoccioli dati, percentuali e proiezioni, soprattutto se le ultime non sono granché, avverti sempre un senso di fastidio. E comprendi che avrebbero preferito mille parole, svuotate di contenuto. O generico incoraggiamento. O falso buonismo. Quel falso buonismo che fa sì che dietro le mille parole ci sia uno che va a casa con la pancia piena (l’oratore) e una pletora di povericristi che vanno a casa con la pancia vuota e la testa piena. Ma con la testa piena non si mangia, non si paga il mutuo, non si mandano i figli a scuola.

ecco, qui non si innalza un peana alla statistica, o alla matematica. O alle scienze. E per andare all’articolo di Ichino, non credo neppure che il classico abbia fatto il suo tempo. Men che meno che sia passato il suo tempo per la scarsa attenzione posta alla matematica. Questo è un Paese che la matematica, la disprezza. Proprio. Ma nel profondo. E stupisce che nessuno abbia mai collegato l’assenza di preparazione scientifica con lo stato miserando della nostra politica.

Se in Italia l’uso del pensiero analitico fosse cosa non dico comune ma almeno diffusa, pensate che panzane (perchè panzane erano) quali il milione di posti di lavoro, il reddito di cittadinanza, il Nord che è il solo a pagare le tasse, troverebbero seguito e dignità?

Non dico che tutto debba passare per i numeri. Ho preso, consapevolmente decisioni che andavano contro i numeri, per etica, per passione, per convinzione. Ma mai per inconsapevolezza.

Diranno non ti agitare che non serve a niente

E’ una riflessione che viene da lontano, e ogni tanto torna su, come la bagna cauda.

Però il senso ultimo di ciò che vorrei dire me l’han dato il post di ammennicoli sui vaccini, il post di ieri e i commenti collegati.

Non è che si parli di nuovo strettamente di vaccini (eccheppalle, sennò).

Argomento del giorno è quanto massicciamente il Sistema Sanitario Nazionale e tutto quel mondo più o meno ufficiale che gli vortica intorno caghi il cazzo al genitore moderno nei primi anni di vita della creatura.

Si comincia all’ora zero. Dove ho partorito io, almeno. Sei lì, ancora mezzo rincoglionita da una faccenda che sarà anche naturale, ma, insomma, discretamente impegnativa.

E da una nottata trascorsa con le contrazioni (per carità di Dio, c’è di peggio), dove non è che hai dormito tutto sto che.

Ti sei appena fatta una doccia e cambiata e ed esci un po’ sfatta dalla sala parto spingendo una specie di carrozzina con dentro l’infante, rosea, paffuta, pulita e profumata nella sua tutina in cui è stata inserita dopo aver cagato su suo padre (assertiva fin da subito, lei). Una sollecita ostetrica ti comunica che:

1. Noi pratichiamo il rooming-in 24/24

2. Quando piange la attacchi al seno. Lei si consola e favorisce pure la montata lattea

3. Buona giornata

Tu, rincoglionita dal parto, dalla notte insonne e per giunta pure primipara annuisci inconscia.

L’Uomo, primiparo pure lui, annuisce festante guardando il robino (in realtà un bel quattro chili poc’anzi fuoriuscito)

In camera ti attende la tua compagna di stanza. Che alle 11 della sera prima ha prodotto un bel maschietto dotato di ottime capacità polmonari e vocali (che mica son rimasta insonne solo per le contrazioni, eh). Il maschietto da questo momento prenderà il nome de il gemello.

Perchè se il rooming in ha in effetti una sua logica, occorrerebbe considerare anche le condizioni ambientali in cui viene praticato.

L’idea di fondo è stabilire da subito un contatto madre/figlio. Cosa lodevole. E far presente ai neo-genitori che in effetti quella paffuta creatura non è un cicciobello pulito, lindo, profumato, ma un esserino che piange, piscia, caga e ha fame (tutta roba che comunque la maggior parte della gente apprende con una certa rapidità pure a casa propria)

Le condizioni ambientali sono impervie. Quando un gemello tace piange l’altro. Io e l’altra puerpera siamo sull’orlo del crollo nervoso. La nana vive attaccata al capezzolo, non a scopo nutritivo ma al fin di farla tacere. Ah, già, perchè, dimenticavo, il ciuccio è verboten. Assolutamente. Senza se e senza ma. Manca solo che perquisiscano le nonne all’ingresso.

La nana perde vistosamente peso, e io avanzo il sospetto che forse sta cazzo di montata lattea non sia arrivata e mai arriverà. L’ostetrica mi gratifica del sereno sguardo madredemmerda di cui le sono ancor oggi grata. Fuck. Mia madre, che non fa l’ostetrica, ma è dotata di discreto spirito pratico, taglia corta. Non verrà (la montata). Non l’ha avuta tua nonna, non l’ho avuta io, non verrà a te (a dispetto di una quinta abbondante, ma si sa l’apparenza inganna). Si scoprirà che, sia esso culo o competenza aveva assolutamente ragione.

Nel frattempo, vivaddio, ci dimettono. Esattamente 36 ore dopo il parto. E con mio enorme sollievo. Perdiamo di vista il gemello. E i pianti si dimezzano. Almeno si lagna per conto proprio e non per empatia. Alle dimissioni, il calo ponderale è vistoso, ma il latte formulato è verboten assolutamente. Non sia mai.

Dopo due giorni, il calo ponderale incrementa. La nana, per dire, smette di cagare. Piscia ma non caga, perchè, povera, trattiene tutto quel poco che ingolla.

Andiamo al controllo. L’ostetrica nazi, pensando che io sia una rincoglionita totale, mi sequestra nell’antro oscuro e mi fa allattare davanti a lei, controllando che la allatti correttamente (no, perchè, sapevatelo, son cogliona). Mentre svolgo l’operazione, con suo grande fastidio correttamente, la informo che se non allattassi correttamente a quest’ora avrei ragadi più grandi del capezzolo, visto che ho passato gli ultimi cinque giorni con le tette in mano. Ci dimettono intimandomi di darle latte formulato ma non più di 30 gr. e il resto tetta, in attesa di una montata che ormai è evidentemente (ma non per lei) smontata.

Lo sguardo, manco a dirlo è sempre quello madredemmerda che non vuoi allattare per andarti a fare l’ape con le amiche. Io, nel frattempo, mi son ripresa dalle fatiche del parto, e ricambio lo sguardo madremmerda con il mio miglior sguardo mavaffanculo, e il giorno dopo mi reco dalla pediatra di base sempresialodata con cui mettiamo in piedi un allattamento misto che non mandi in neuro me e non faccia morir di fame la nana, che funzionerà egregiamente sino allo svezzamento.

A quel punto, prendo atto che, in effetti, il mantra della sanità pubblica è farci sentire madridemmerda. Se questo poi abbia una qualche influenza nell’incrementare le depressioni post-partum (in chi è predisposto, ovvio) non lo so, ma è lecito sospettarlo.

Passan due mesi, di relativa calma, e arriviamo alle vaccinazioni. Esavalente, meningococco, e quel che c’era. Concordo con la pediatra e ci aggiungono una robina che si chiama rotavirus ed è in realtà consigliato solo per chi va al nido, per gli altri facoltativo. La pediatra sostiene che una gastroenterite sotto l’anno da rotavirus implica una ospedalizzazione certa, e siccome ho parecchi amici che hanno dato in tal senso. Aderisco senza discutere.

Chiedo però al serivizio vaccinazioni di separare alcune somministrazioni, che mi pare un bombardamento eccessivo per un poppante.

Nuovo sguardo madredemmerda. Ma ormai sono avvezza e me ne fotto. Insisto. ‘Guardi che sono cose vitali’ ‘Sì che pospongo di 15 giorni’ ‘Le dico che son cose vitali’ Sì, lo so. Infatti non gliele faccio fare quando andrà all’università ma a distanza di quindici giorni l’una dall’altra, cazzo. Altro sguardo madredemmerda. Non mi smuovo e ottengo quanto desiderato. Credo di aver apposto più firme io di Michael Jackson sugli autografi, comunque.

Arriviamo all’anno e alla MPR. Morbillo, parotite, rosolia. Io ho fatto le prime due, la terza, con la sfiga che mi distingue, nisba. Le prime due le ho fatte senza troppi intoppi, cioè stando discretamente male, ma senza complicanze. La terza è sempre stata considerata una malattia minore (lo so, Economa, che non sei d’accordo). In più ai cagacazzo della medicina ufficiale s’aggiungono le cassandre della medicina non ufficiale che assillano con l’autismo. Che uno gli vien da dire minchia che ansia.

In generale, tentenno. Le abbiamo fatte tutti ste cazzo di malattie, e insomma siamo ancora qua. Però è anche vero che le complicanze soprattutto del morbillo non son poca cosa. Insomma son lì che m’arrovello e intanto si fa strada dentro di me una certezza: ovunque mi giri qualcuno ha lo sguardo madredemmerda.

Alla fine decido di pancia, e, sebbene non convinta e un po’ ansiosa, si vaccina. Tranne la varicella, che financo la pediatra ammette non essere il caso.

E qui, il paradosso. Mentre vaccino la nana, chiedo se posso vaccinarmi anch’io per la rosolia. Convinta d’averla fatta, ho scoperto in gravidanza che no, probabilmente s’abbagliarono con una quarta, quinta, sesta malattia.

Penso che, insomma, alla roulette della vita m’ha già detto bene una volta, ci fosse mai una seconda potrebbe anche non andare così.

Mi informo e mi dicono: ‘eh, ma no, non possiamo, è in età fertile’ Questa volta lo sguardo madredemmerda viene sostituito dallo sguardo vachetestadiminchia. Lì, deraglio. Lo so pure io che sono in età fertile, grandissima testa di cazzo. Altrimenti perchè cazzo mi vaccinerei contro la rosolia. Per proteggere la mia menopausa? E’ ovvio che prenderò le dovute precauzioni. La tizia si ammorbidisce. ‘Allora le faccio anche a lei l’MPR. Pagando s’intende’ ‘Ma io la M e la P me le sarei già fatte di mio, non è che c’ha solo la R?’ ‘No le faccio tutto’. Prendo tempo e mi consulto con medicodibase che a questo punto s’è rotto i coglioni pure lui. Acquisto la sola R in Svizzera. Me la faccio mandare (pagandola meno che in Italy, ça va sans dire) e lui me la inocula. Faccio i test anticorpali, sono immunizzata. Nei confronti della malattia e della marea di teste di cazzo che ci circondano.

Inclusi, non ultimi i plurimi pediatri omeopati, naturalisti, minchionisti, quelli che curano tutto con le erbe, l’alimentazione e madre natura. Quelli che l’antibiotico sia mai.

Quelli che son bravissimi anche loro a farti sentire madredemmerda.

Quelli che, riassumo di seguito:

– Han fatto diventare P. sordo dall’orecchio destro, che curare un’otite con l’antibiotico, sia mai. E poi si perfora il timpano, ma, signora mia, si sarebbe perforato uguale era predisposto. Ah, beh, allora.

– Quelli che han fatto finire B. intubata a quattro mesi, che i vaccini sono il male assoluto. E il DTP (difterite, tetano, pertosse) non si deve fare. Peccato che lei la pertosse l’ha presa sul serio, e quella è una malattia di merda anche da grandi (lo dico per esperienza diretta) ma da poppanti è una cianosi ed un’asfissia continua.

E l’elenco potrebbe continuare.

Comunque, come direbbe l’Uomo (che sta storia l’ho raccontata in io, perchè in noi non mi veniva, ma s’è smazzato lui pure ogni singola faccenda), l’importante è che tu ti alzi e ogni mattina ti ripeti come un mantra ‘madredemmerda’ ‘padredemmerda’. Così non la sbagli

Non potrò mai far carriera nel giornale della sera

Sono io. E’ colpa mia. E ne prendo pure atto. Però non lo sopporto più questo brusìo di fondo. Questa approssimazione costante. Questa mancanza di rigore nel dare le notizie.

Il fatto è che una volta ci ridevo sopra. Adesso mi ci incazzo proprio. Ma di brutto, davvero. Finirà che diventerò una di quelle vecchie scassamaroni e mi ritroverò su una panchina a sproloquiare mentre scaccio i piccioni col bastone e cago il cazzo alla badante. Che bella immagine, eh, in un uggioso pomeriggio di novembre?

Il weekend è trascorso facendoci frantumare i coglioni dai vaccini antinfluenzali.

Di vaccini s’è parlato qualche giorno fa, ovviamente ottimamente e con ben altro spessore, a casa di ammennicoli, e si dicevano cose sagge e serie. Si parlava di rischi, benefici, rapporto tra i primi e i secondi, e, addirittura, nei commenti, di senso civico.

Questo sui blog. Sulla stampa nazionale, negli ultimi giorni, i titoli più sobri si sono contraddistinti in ragione di ‘Allerta vaccini’ (La Stampa e il Corriere), ‘Vaccino Killer’ e ‘Incubo vaccini’ (Il Tempo) ‘Negli ambulatori la psicosi dei pazienti’ (La Repubblica).

Viva la sobrietà.

Le segnalazioni son 13. In Toscana, che è dove ci son più dati confrontabili, si parla di due decessi. Due. E di 65.000 vaccinazioni. Parliamo dello 0.0031%.

I due decessi si ricollegano a due ultraottantenni che qualche pregresso problema di salute ce l’avevano pure. Quasi tutti in politerapia per plurime affezioni croniche.

13 decessi, sull’intero territorio nazionale, per lo più di ultraottantenni e novantenni non è cosa che dovrebbe essere data in pasto ai mezzi di informazione. Bisognerebbe fissare un discrimine, percentuale, che fa sì che quando si lancia l’allarme, lo stesso sia fondato.

Così è solo un gran casino.

Mi diceva amico medicodellamutua, davanti al caffè mattutino al bar, che, ovviamente, i suoi adepti ormai rifiutano senza meno la vaccinazione. E, aggiungeva, se l’influenza 2014/2015 picchierà duro come quella dello scorso anno, sarà una strage fra gli over 80 con patologie pregresse.

Come dargli torto. Lo scorso anno, l’Uomo, colpito in fronte da nemica palla, s’è dovuto arrendere all’influenza. Tre giorni a 39.5 fisso. E dopo, una tosse che, per eradicarla, c’è voluta una settimana di antibiotici. Roba che non ricordava da una quindicina d’anni almeno.

La differenza, diceva medicodellamutua, è che quelle verranno derubricate come morti naturali, e arrivederci.

Che, poi, qui, non è nemmeno che si faccia uno spot alla vaccinazione, anzi personalmente, sulle vaccinazioni in età pediatrica ho più di qualche perplessità, e ritengo vi sia una carenza di informazione abbastanza in malafede sugli effettivi rischi, così come una discreta tendenza al terrorismo psicologico da parte degli addetti che trovo del tutto fuori luogo.

Ma sulla vaccinazione dell’anziano con patologie spesso importanti, credo sia sensato ritenere che i vantaggi siano, e di molto, superiori ai rischi.

Che stabilire un nesso di causalità tra 13 (tredici) decessi e oltre un milione di vaccinati sia impossibile oltre che vagamente delirante.

Che stabilire quale sia la causa di morte di un ultraottantenne che ha assunto un vaccino tra le altre cose ma che è portatore di una pletora di affezioni croniche, è operazione parecchio controversa.

Il vaccino può avere esacerbato una di quelle patologie? Può essere, ma difficilmente lo si potrà determinare in maniera univoca.

Per contro, ciascuna di quelle patologie era in grado di uccidere il paziente? Altamente probabile, soprattutto a partire da una certa età.

Quel che mi piacerebbe, ma che di certo non avverrà, è che a marzo/aprile quando l’epidemia influenzale terminerà, venisse comunicato quanti anziani non vaccinati saranno morti per cause strettamente riconducibili all’influenza. E che a questa informazione venisse dato lo stesso spazio che si dà, oggi, ai vaccini killer.

Perchè è facile, molto, troppo, far sensazionalismo con una notizia che fa breccia a livello popolare.

Ma non è questo il modo di riempire i buchi dei tg della sera, cazzo.

It’s a jungle out there

Dev’essere la pioggia che li ispira, come per Vivaldi la primavera, se no, non si spiega.

Ho la patente da 21 anni, mica un giorno, e mi smazzo circa 30.000 km/anno. Per dire, ne ho viste. Ma una cotal quantità di teste di cazzo riversate su strada, mai come negli ultimi anni.

Gente che vive con la mano sul clacson, pronta a trombare chiunque, tranne, suppongo, i legittimi interessati.

Gente che parcheggia come se non ci fosse non solo un domani, ma neppure un oggi. Il cui unico mantra è ‘più tra i coglioni è, meglio è’.

Gente che in autostrada ti fa i fari alle spalle, e tu abbassi lo sguardo sul tachimetro (perchè il senso di colpa è sempre in agguato) e t’accorgi che sei ai 160. E quindi lampeggiasse sua sorella e non scassasse le palle, l’energumeno (poi, l’io razionale ha il sopravvento e ti cavi dai maroni prima che il cefalopode ti speroni).

Insomma, bella gente.

oggi, però, ce l’ho con una categoria in particolare. Pedoni & ciclisti. Che pure loro,nel rompere le palle, si dilettano e parecchio.

Ultima in ordine di tempo la tizia che mezz’ora fa, sotto una pioggia torrenziale, ha ispirato questo post.

Pioveva su piccola città, ‘anvedi la novità. Su una strada cittadina, ma periferica, anzi, stradario alla mano, su una strada extra urbana essendo già statale, una signora, non così giovine da esser creatura, ma neppur così vecchia da poter invocare il rincoglionimento dell’età, mi attraversa di colpo la strada, garrula.

Il limite, in quel punto, è dei 70. Le ha detto bene che ero ai 30 perchè arrivavo da una rotonda, e perché quando sono in città o nelle zone circostanti, mi modero di mio.

E ha detto bene anche a me. Che, se avevo qualcuno dietro, a quest’ora anziché scrivere un post compilavo un CID. Con ragione, per carità, ma pur sempre un’accessoria rottura di palle (per me) e un oggettivo danno per un tizio (il tamponante) che non avrebbe avuto colpa alcuna, giacchè senza la tizia, non m’avrebbe tamponato mai.

Tre o quattro anni fa, analogo episodio, ad analoga velocità, su strada cittadina, finì meno bene assai.

Ore 8.30, una tizia evidentemente in ritardo al lavoro attraversa correndo la strada. Sono si e no in seconda, inchiodo (a un millimetro dalle sue gambe), ma quella dietro di me (riflessi forse un filo meno pronti) non ce la fa. Mi cozza dentro. Morale: carro attrezzi, carrozziere, rotture di maroni assortite, per me. Danni economici per l’altra. Mi domando: ma il pedone colpa, mai?

In ambo i casi non c’erano strisce pedonali (e quindi obbligo di precedenza). In ambo i casi è stata disattesa la norma di guardare prima di attraversare.

Certo, il difensore di pedoni a oltranza mi dirà: ‘e la distanza di sicurezza?’ La distanza di sicurezza ai 50 km/h, codice alla mano, dovrebbe essere di 25 metri. Se a piccola città la cosa occasionerebbe code da un capo all’altro della città, a Milano ci sarebbero scene da invasione aliena.

Il concorso di colpa del pedone (o del ciclista) esiste. Ma in genere si limita al fatto che non ha diritto al risarcimento. Però se occasiona danni, la faccenda muore lì.

Io, per poter circolare, debbo pagare oltre al bollo una simpatica cosa che si chiama RC Auto e che tutela persone e cose da miei errati comportamenti al volante.

La simpatica gabella mi costa in un anno circa 900 euro (perchè ci metto anche furto e incendio e perchè usando molto l’auto ho fatto alzare i massimali in caso di danni a persone e cose, che sono un donnino prudente).

Ora, a me, i 900 euro non li offre nessuno. Li caccio fuori di mia saccoccia. D’altronde è mia scelta possedere un auto.

Se un pedone o un ciclista occasionano un incidente con comportamenti contrari al codice della strada, però, eventuali danni che ne derivino sono a carico mio, o della mia assicurazione.

Perchè se mi tamponano, o se tampono io qualcuno, perchè un minus habens decide di attraversare come la vispa Teresa cantando l’ho presa (in quel posto), delle due l’una, se mi tamponano paga l’assicurazione dell’altro (che l’ha presa in quel posto), se tampono io la mia assicurazione paga i danni dell’altro, ma i miei me li pago di tasca mia.

E se per scartare il pedone decido (scientemente) di andare fuori strada. Carro attrezzi e danni eventuali, son sempre a carico mio. Poi, chiaro, che tutte queste opzioni son da preferirsi al fare del male all’imbecille, ma questo è ingiusto socialmente e, secondo me, pure giuridicamente.

Perchè pedoni e ciclisti non debbano assicurarsi, resta per me un mistero. Qualcuno ha idea di quante candide nonnine, qui in provincia, circolino serenamente contromano?

In un posto come piccola città, in cui il centro è un dedalo medievale, rischi di vedertene sbucare una dietro alla curva come se fosse niente. e sì che in effetti stai andando ai 20 all’ra, ma se la carichi sul cofano, la nonnina, magari non l’ammazzi ma il femore le parte. E puoi sperare che ci sia un testimone che abbia visto i fatti, altrimenti son tutti cazzi tuoi, e si sa che gli automobilisti son tutti brutti sporchi e cattivi. E pure stronzi.

E lo sono, spesse volte. Ma se pedoni e ciclisti si assicurassero tutti a una cifra simbolica di 10 Euro per anno (che incrementano, però, in caso di occasionare incidenti, come per una bonus malus qualsiasi), credo che sarebbero anche maggiormente responsabilizzati.

Hai fatto caso che le magre sono tristi

E poi parliamo di sinapsi. RS, in una risposta ad un mio commento (peraltro neppure pertinentissimo col suo post), m’ha fatto tornare in mente una storia dell’altra vita.

Della vita prima del blog, intendo.

Correva il mese di febbraio 2012, e atterravo a Madrid. Ad attendermi, a Barajas, un bel -6°C e un compagno di strada, lavoro e avventure che oggi sento purtroppo meno, ma che mi sarà sempre caro. L’SMS era inquivocabile ‘estanco al lado’ (la tabaccheria a fianco) la risposta pure ‘el de siempre’. Che lui mi ha sempre raccattata lì da quella volta in cui, per attendermi dentro l’aeroporto, ci perdemmo (in realtà, si perse) la macchina nel parcheggio e impiegammo due ore per ritrovarla.

Riconobbi la sua macchina prima di lui. E aveva la macchina nuova, per dire. E’ che, nei mesi (pochi) in cui non ci eravamo visti, aveva perso qualcosa come quindici chili.

Salita in macchina, e dopo che ebbi ricomposto la mascella nel frattempo caduta, gli chiesi lumi.

Intendiamoci, non c’è nulla di stratosferico nel perdere peso, ma l’amico ispanico era (é) uomo di robusti appetiti. Per dire, quando era lui a venire in Italia, il suo pranzo medio consisteva in un piatto di pasta E una pizza. Roba che, se l’avessi fatto io, m’avrebbero dovuto fare una lavanda gastrica con l’idraulico liquido.

Mi rispose che mangiava come un orco. ‘E cosa, insalata scondita?’ ‘No anzi, l’insalata è l’unica cosa che non posso mangiare’. Minchia. La cosa cominciava a parere interessante. Insomma a farla breve era diventato un adepto della dieta Dukan. Una botta di proteine che, in buona sostanza, ti induceva una chetosi e ti faceva dimagrire.

Potevi mangiare quanto ti pareva. Purché proteine pure, non cucinate con condimenti, se non quelli permessi.

Una roba vagamente delirante, però cazzo, ti faceva perdere peso in un niente e superata la fase di attacco, quella di crociera e quella di mantenimento, l’unica rottura di coglioni era mangiare Dukan una volta alla settimana e far quel cazzo che ti pareva gli altri 6 giorni.

Troppo per me. Tornai a casa festante e comunicai a un Uomo basito che la settimana seguente (il tempo di organizzarmi, che era abbastanza complicato) la famiglia felice (nana ovviamente esclusa) avrebbe iniziato il regime Dukan che ci avrebbe resi più sani e più belli.

La Donna, che è magra di suo, e mangia come un frate trappista, si limitò ad osservare che, più belli, forse. Più sani, manco per il cazzo. ‘Con tutte quelle proteine avrete nelle vene più colesterolo che sangue’. Le dissi di non preoccuparsi, essendo lei l’unica vegana mondiale ad avere il colesterolo a tre stelle.

Iniziammo la Dukan, iome con l’energia talebana che solo i neofiti hanno, l’Uomo con lo sguardo depresso di quello che l’ha appena preso in quel posto, e non sa come tirarlo fuori.

Ci sfondammo di proteine. Non sapendo a che santo votarmi, scelsi un menu in rete, e mi lanciai alla volta della fase d’attacco.

Il lunedì a colazione (che era il momento più devastante della giornata) fiocchi di latte magri e petto di pollo alla griglia. E un té caldo senza zucchero.

In sostanza, colazione pranzo, cena e merenda (c’era pure quella, sapevatelo) erano una roba indistinguibile. Ma iome, la purista, non demordeva.

E raccomandava all’Uomo di bere molto. Al decimo memento di bere molto, l’Uomo la sfanculò con assai poca buona grazia (‘minchia, e come posso dimenticarmene, ho la lingua spessa sei dita, un bisogno mostruoso di carboidrati e ucciderei per una mela’). D’altronde, si sa, che talora è un gran malmostoso.

Si giunse così sino al venerdì, con iome che aveva perso tipo sei etti (probabilmente la chetosi era solo all’inizio) e l’Uomo che si ammutinò. Maleducato, arrendersi proprio davanti alla merenda preparatagli con amorevoli manine da iome. Che merenda? Surimi. A rondelle. Come se piovesse. E dopo aver mangiato a pranzo polpette di tacchino al forno. E già sapendo che per cena lo attendeva manzo al pepe.

Rifiutò capite. Rifiutò di proseguire in cotanta genial impresa. E comunicò a iome che se non la piantava anche lei, subito, le avrebbe fatto fare un TSO. La faccenda del TSO, in realtà, emerse quando iome, nel tentativo di convincerlo a insistere gli disse che a breve avrebbero raggiunto la fase di crociera che qualche cazzo di verdura la reintroduceva. L’Uomo che ormai si era sgamato, cazzo, domandò ‘E condita come?’ Lì iome commise il fatale errore di spiegargli che potevano sì usare l’olio. Solo, quello di vaselina. E lì, minacciò di interdirla, il tanghero.

Iome se ne sarebbe pur anche sbattuta, come in altre occasione. Purtuttavia, la situazione si stava facendo disagevole.

Anzitutto, era la dieta più costosa d’Europa, se volevi mantenere un po’ di varietà, varietà che ella aveva tentato di limitare inserendo quantitativi abnormi di pollo alla piastra tali per cui, ormai, al solo pensiero di un pollo le saliva una vaga nausea.

Poi, l’idea di cucinare un pasto per lei, un pasto per l’Uomo e uno per la nana, all’epoca neanche treenne, le avrebbe occasionato un surplus di lavoro che levati.

In ultimo, in effetti, la chetosi sarà stata pure all’inizio, ma nonostante ingerisse liquidi che manco Claudia Schiffer prima delle sfilate, cominciava ad avere le urine concentrate ed un mal di testa permanente.

Insomma mi ruppi le palle anch’io, e tornai ad una ben più banale dieta dissociata mediterranean style, che effettivamente, pure io che non ne son cultrice, cominciavo a sentire una certa necessita di frutta e verdura. Per non parlare dei diletti carboidrati.

L’amico spagnolo, tenne duro ancora qualche settimana, poi anche lui si ruppe i coglioni (‘Per far sta cazzo di dieta dobbiamo accendere un mutuo’ fu la chiosa. condivisibile) e recuperò i quindici chili persi più alcuni altri incontrati sulla via.

E non abbiam bisogno di parole

Le cronache di questi giorni sono un bombardamento continuo. O si parla di alluvioni, o si parla di razzismo.

Se le prime sono un dato di fatto, sul secondo si nota una superficialità sconcertante.

Si assimila tutto. E tutto viene fatto confluire in un calderone. Eppure esistono delle differenze.

In Italia ci sono posti dove è più facile integrarsi, ed altri meno. E non è neppur vero che a Nord sia più difficile che a Sud. E magari la piantassimo con le scene strappacore e gli stereotipi iamme iamme paisà, faremmo un favore a tutti, anche e soprattutto a chi deve essere accolto.

Un approccio più equilibrato inoltre leverebbe parecchio fiato a populismi e demagogie, dalla Lega ai 5 Stelle.

Siamo onesti. L’unico posto dove il forestiero è visto con effettiva ostilità diffusa, è il Nord Est. So che non tutti sono così, e so che alcuni frequentatori sono del Nord est e NON sono così, ma tant’è. Bazzico quelle zone da tanti anni, per ragioni professionali e private, e l’ostilità verso il foresto la palpi. Che sia extracomunitario, o che sia semplicemente nato fuori dai confini delle Venezie.

Stessa cosa può essere applicata a parte della Lombardia. Varese, Sondrio, Bergamo, Brescia non ti aprono cordialmente le braccia.

Sarà un caso, ma la Lega a Nord Ovest non ha mai sfondato, a parte il cuneese, ma a quelli della ‘provincia granda’ stiamo sui coglioni tutti, nessuno escluso, pure noi che pure, tecnicamente, staremmo più a nord. E, per inciso, quelli della provincia granda, così a pelle, stanno sulle palle a tutti, nessuno escluso. Per par condicio, e, come sempre, con le dovute eccezioni.

E la presidenza della Regione a Cota, avvenne, oltre che in ragione di conteggi come minimo discutibili, anche perchè la sua concorrente era indigeribile come un pandoro raffermo e, soprattutto, in ragione dei voti di Forza Italia, figlia di una DC fortissima un tempo soprattutto nel novarese.

Mettere insieme Tor Sapienza e certo becero leghismo è un errore politico, oltre che storico.

E certe spasmodiche difese dell’immigrato sarebbero senz’altro più convincenti (e pregevoli) se fatte da chi con l’immigrato ci convive ogni giorno gomito a gomito, e non da certi supponenti che poi la sera si ritirano nelle loro enclave ai Parioli, a Prati, a Porta Vittoria, o in corso Galileo Ferraris, perchè, abbiate pazienza, ma è un po’ troppo facile.

A Milano, una quindicina di anni fa (e la situazione era assai più tranquilla di ora) sono stata frequentatrice e residente di quella zona che va dall’ultima propaggine di via Ripamonti sino a corso Lodi, con inclusione di quell’angolo di cielo a nome piazza Vetra.

Una scuola di sopravvivenza pure in pieno giorno. Un posto in cui, a piedi e da sola (ma anche da solo) circolare la sera era un attentato oltre che alla propria sicurezza anche al buon senso basico. Gli schiamazzi notturni erano all’ordine del giorno. Dormire la notte, un esercizio di stile.

Posso dire che solo un aspirante suicida sarebbe salito di notte su un mezzo pubblico diretto a Rozzano o a Quarto Oggiaro (e comunque anche di giorno era un atto di fede)? E che la situazione in quindici anni, da quel che mi dice chi è rimasto, è essere solo peggiorata.

Ecco, lo ammetto, io, quando vedo il valligiano rompere i coglioni per quattro immigrati di cui manco s’accorge, lo prenderei a calci in culo. Ma quando vedo questi di Tor Sapienza, non riesco a giudicarli.

Perchè mi chiedo se riuscirei a far mostra di tutte le mie convinzioni anche se fossi intrappolata in un quartiere dormitorio, con delle buche in strada che manco a Baghdad, con dei servizi pubblici inesistenti, con un centro di accoglienza da un lato e un campo Rom dall’altra.

Perchè comunque un centro di accoglienza e un campo Rom portano con sé un potenziale esplosivo mica da niente, e penso che chiunque possa ammettere che, come in ogni comunità, ci sarà il buono, il meno buono ed il cattivo tout court.

E se ho già una valanga di problemi per i cazzi miei, non è che se me ne calano degli altri dall’altro posso provare tutta questa empatia.

E infine uno si domanda una cosa. Campi rom, centri d’accoglienza, centri di recupero per tossicodipendenti, case famiglie, e amenità assortite, son sempre e comunque dislocate in periferie, più o meno disagiate. Perchè non allestirne qualcuno in pieno centro, ai Parioli, a Prati, sui Navigli, a Brera? Perchè si deprezzerebbero gli immobili? Eh, ma allora è un’implicita (ma anche esplicita) ammissione della politica a fronte del fatto che queste strutture sono un problema. E allora, vogliamo smetterla di trovare soluzioni che schiacciano i più inermi verso situazioni sempre più marcatamente di disagio?

E invece di parlare di razzismo potremmo invece ragionare sull’incapacità della politica di trovare soluzioni non dico efficienti ed efficaci, ma almeno decorose, anziché straparlare in continuazione di razzismo, capacità di accoglienza e sentimenti che hanno senso solo in un contesto adeguato?

Non mi basta nemmeno il cuore per giustificare, capire, sentire, immaginare

Sarà capitato anche a voi. C’è un momento nella giornata, quello in cui si legge qualcosa prima di piombare nel sonno senza sogni della stanchezza, durante il quale, a volte, in un meandro del cervello s’accende una sinapsi. Ma la luce è troppo fioca, la stanchezza troppa, e quella sinapsi si perde prima ancora d’averti dischiuso un’idea.

Poi questa mattina, un commento di TADS, nel post qui sotto, ha fatto riattivare quella sinapsi. E anche altre.

Ma torniamo a ieri sera. Sto vagolando su Dagospia per un ultimo momento di cazzeggio, quando m’imbatto in questo articolo.

http://www.dagospia.com/rubrica-5/cafonal/sono-molti-professionisti-sesso-escort-marchettari-trans-che-88540.htm

A me Dagospia piace bazzicarlo. Non son sicura che mi piaccia Dagospia (concettualmente, intendo), e men che meno son sicura che mi piaccia D’Agostino medesimo. Ma è un sito spessissimo ben informato. Soprattutto quando si parla di economia. Suppongo abbia ottime fonti.

Ma torniamo all’articolo, che, di gossipparo, alla fine, ha poco. Molto poco. Offre in compenso uno spaccato sul mondo imprenditoriale, politico, bancario che va al di là dello squallore del racconto.

E si raccorda con il commento di TADS.

Non ne faccio una questione di moralismo. Il moralismo, di per sé, è qualcosa che mi fa sorridere, e mi richiama alla memoria la vecchia di De André, quella che mai stata moglie, senza mai figli e senza più voglie elargisce consigli giusti. Però è pur vero che esiste un confine, nemmeno troppo labile e sottile, tra moralismo e degrado.

E d’un tratto le sinapsi s’accendono e tu hai, fortissima, la sensazione di sentirti come quello che guarda il dito anziché la luna. E che in fondo, piumini e borsette, made in Italy e made in China non siano la chiave del problema. E abbiano smesso di esserlo da tempo.

Quoto una parte del commento di TADS perchè lo trovo profondamente indicativo

Questa generazione di nuovi ricchi avvezzi ad impalcare lauti redditi sul superfluo fatto bibbia dalla imperitura lobotomizzazione di massa, punta al classismo di ritorno, alla libidine morbosa del negriero, la schiavizzazione reale, il delirio di onnipotenza, la gestione economica e non di pezzi di mondo. Una perversione pericolosissima, chi guadagna 8 miliardi di Euro non trova stimoli nell’arrivare a 9 bensì nell’esercitare un potere assimilabile a quello dei feudatari.

E mi dico, cazzo, è vero. Mi son messa a guardare il dito, perchè la luna faceva talmente schifo che preferivo far finta che fosse oscurata dalle nubi.

E rileggo Yuri Gaucho. Uno che non giudico. Vende qualcosa di suo, e il resto è inutile morale. E realizzo una cosa.

Che quanto dice TADS è senz’altro vero, ma anche che queste persone hanno ancora bisogno di accendersi per un’emozione. E’ solo che le emozioni correnti e comuni hanno smesso di avere un significato per loro. E allora arrivano gli Yuri, le cene eleganti, le narici infarinate, le ammucchiate.

Non stiamo a tirare in ballo i Buddenbrook e la decadenza. Per carità. Qui siamo su un piano ben più basso. Ben più infimo. Più spudorato, anche.

Eviterei anche i soliti rimandi all’etica e al senso comune, e al sentirsi comunità. Parliamo di un mondo che vive ormai totalmente scollegato da ogni realtà. Assolutamente autoreferenziale e concentrato sul proprio ombelico. Ogni cosa ha un prezzo e c’è un prezzo per ogni cosa. E siccome il marketing insegna che una volta che una cosa ha un prezzo, perde, automaticamente, di valore, ecco affacciarsi sulla scena gli Yuri piuttosto che la libidine morbosa del negriero o il delirio di onnipotenza.

Ma purtuttavia, anche nel loro delirio di onnipotenza non sono disposti a perdere quell’aura di rispettabilità che li circonda e che gli consente di vivere vizi ed emozioni private tra gli osanna del mondo.

Ed è questo, in fondo, mica i piumini, mica la mancanza di regole e la delocalizzazione delle produzioni che ci ha affossati, ci sta affossando e ci affosserà.

Perchè quello che nessuno dice è quanto questi potenti, una volta passati per il letto dello Yuri di turno con narici sapientemente imbiancate, diventino ricattabili. E quindi mercé di altri potenti. E tutto diventa scambio, lobby, sottobanco. E alla fine diventa primario non solo il tuo interesse, già abbastanza laido di per sé, ma pure quello dell’amico e dell’altro amico, e dell’amico dell’amico.

E non per un senso di casta o appartenenza. Ma per un timore derivante dalla ricattabilità. E questo è peggio. Assolutamente peggio. Perchè se i legami della casta si possono spezzare, pur con fatica, il potere del ricatto è formidabile.

E la loro pubblica virtù vale più di qualsiasi altro interesse, pubblico o privato che esso sia.

Ed è questo che ci condanna, noi come la maggior parte dei Paesi Europei ed industrializzati. La combinazione tra il delirio di onnipotenza di alcuni, che non avendo più nulla da aggiungere alle loro conquiste vogliono solo dimostrare di essere dei supremi burattinai, e i vizi privati di altri, che avrebbero modo e maniera per spezzare questa catena, ma che vi si asserviscono affinchè non emergano i loro vizi privati. Vizi che, sia detto per inciso, non nascono da pulsioni intime che sarebbero comprensibili e giustificabili, ma da un senso di noia, di mancanza di stimoli, di assenza di nuovi gingilli da comprare.