La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso

La prima volta é stato mentre abbozzavo Tutti gli uomini della Presidenza.

Il problema non erano quasi mai le cronache spicciole, ma non il non perdemi tra le mille storie collaterali che sorgevano qua e là nella narrazione e, che da sole, avrebbero avuto la forza per essere argomento.

Si potrebbe pensare in quei post, come in quelli che verranno, si parli di storia. Ma non è propriamente così. Si parla di passato. La storia è, certamente, anche passato. Ma il passato non è necessariamente storia. Sulla storia si è consolidato un modo di pensare, anche un giudizio, se vogliamo, sul passato, il giudizio resta sospeso ed è figlio, anche, delle convinzioni politiche, etiche, sociali, di ciascuno.

Le storie dei Presidenti erano racconti dell’altro ieri. I racconti dell’altro ieri, a noi figli degli anni settanta, li facevano genitori, nonni, zii. Quel microcosmo adulto che ci girava intorno e che ci raccontava il passato, appunto. Affinché fossimo in grado di comprendere il presente.

Microcosmo adulto, si diceva. Oggi, i nostri figli molto spesso non hanno più un microcosmo adulto con cui rapportarsi. Quando dico figli, non intendo i quattrenni, cinquenni, seienni che ci albergano nel letto la notte. Quelli sono ‘figli a noi’, certo. Ma i nostri figli, biologicamente parlando, potrebbero essere tutti quei ragazzini da venti in giù, con i pantaloni abbassati sul culo (e tenuti su col velcro, sospetto) con mutanda in bellavista, o la gonna troppo corta a far vedere la già mutanda (sempre lei, quella che le nostre nonne tenevano pudicamente nascosta e i nostri figli esibiscono come uno status).

Quel microcosmo adulto, si è imbarbarito. Ignorante per conto proprio, privo di interessi, non racconta più nulla. Non ne avrebbe nemmeno i mezzi, si sospetta. Non è classismo, non c’entra la povertà, l’emarginazione, la scarsa cultura. C’era più consapevolezza davanti ai cancelli di Mirafiori negli anni ’70, dove il titolo di studio medio era una quinta elementare, che in molti laureati del 2015.

Non aiuta neppure la scuola. I programmi sempre lì s’arrestano. Alla fine della seconda guerra mondiale. E’ quasi trascorso un secolo. Per il MIUR, direi invano. Il muro di Berlino è stato eretto ed abbattuto, la Yugoslavia è esplosa, il mondo arabo ne ha viste di ogni, ma per noi il mondo finisce a Norimberga. Si esce dalle scuole superiori ignorando l’esistenza di Pol Pot, del Vietnam, di Stephen Biko, di Menghistu e Bourghiba.

Eppure il passato prossimo dell’Italia è imprescindibile per poter provare a leggere il presente. Poi ciascuno farà le proprie scelte. Anche discutibili. Ma la consapevolezza è essenziale. Ecco, qui comincia un percorso sulla consapevolezza. Da dove veniamo, dove andiamo. Forse, cammin facendo, ci faremo un’idea di chi ha spento la luce. O forse no.

Sono cronache di fatti avvenuti. Non storia. Al massimo passato. Senza una cronologia ben definita. Sugli istinti del momento. Una cronaca che vuole essere sociale, prima ancora che politica.

Intanto, per questa settimana, dedichiamo al nuovo filone il film del lunedì, La meglio gioventù che di questa nuova avventura sarà, un po’, il filo conduttore

Vado, questa volta ho deciso che vado

Negli ultimi giorni sto maturando la convinzione che i Greci andrebbero cacciati dall’Euro. A pedate. Ed indipendentemente dal fatto che paghino o meno i loro debiti.

La Comunità Europea è una comunità. Con le sue regole. Regole condivise da tutti, per quanto possano essere regole del cazzo. Ma se una regola è una cazzata, lo si dice prima, non dopo.

I Greci nella fattispecie sembrano quei vicini di casa rumorosi e cagacazzo che non pagano le spese condominiali e, quando gli si fa presente che, ecco, caso mai, magari, si incazzano e minacciano di far saltare per aria il condominio.

Lo stato greco ha dichiarato sei volte il fallimento nel corso degli ultimi centocinquant’anni.

Non è un caso, è un’abitudine. Radicata

Fino al 2012 un greco su quattro lavorava per la pubblica amministrazione. Che poi non sarebbe nemmeno un problema se ci fosse a sostenere il Paese un tessuto industriale. Ma non è così.

La Grecia ha un debito monstre e, per restare in Europa, ha truccato i conti.

Anche Tremonti, direte. Anche Tremonti. Che però, nel confronto, impallidisce. Sia nei numeri, sia nella fraudolenza.

Aggiungiamo pure che la vituperata trojka ha imposto alla Grecia condizioni capestro. Per dire, non è che con noi sian stati tanto teneri.

Con una differenza, sostanziale. A loro hanno concesso una, importante, linea di credito. Noi non abbiamo chiesto, e quindi avuto, nulla. Anzi abbiamo seguitato a contribuire ai fondi di solidarietà e quant’altro.

S’aggiunga che, quando c’è da dare una mano, non è che ad Atene e zone limitrofe si attivino troppo. Chiedete a un albanese come mai sfidasse in passato il mare per raggiungere l’Italia. Il clima? Il mare? La culinaria? No. È che alla frontiera di terra con la Grecia gli sparavano serenamente addosso. E non è che il trend sia cambiato.

Infine, Tsipras. È giovane. È figo. Pare intelligente. Però qualcuno gli spieghi che a fare il bullo del quartiere, il rischio, concreto che qualcuno gliele suoni, esiste.

E soprattutto, non è che perché Frau Merkel e i suoi son antipatici, a lui sia concesso tutto. Perché avanzare richieste è legittimo. Avanzare pretese, è altro. E lui non siede, propriamente, dalla parte della ragione.

Nel buio della storia

I terroristi dell’IS, hanno commesso il loro primo, vero, madornale errore.

Posto che l’obiettivo di un terrorista è il terrore, giustappunto, fin qui la loro strategia è stata efficacissima. Hanno saputo creare orrore, tensione, ansia. Terrore, appieno.

Inoltre si sono applicati all’uso del mondo 2.0 come dei raffinati comunicatori. Dimostrandosi arcaici e primordiali nella loro bestialità, e modernissimi nel comunicarla.

Ardendo vivo il pilota giordano, uno di loro, non uno di noi, hanno aperto le ostilità sul fronte interno.

Non diversamente da quel che fecero le Brigate Rosse o i NAR (per parlare di ciò che conosciamo bene, ma vale per tutte le organizzazioni terroristiche di cui abbiamo memoria).

E le BR, piuttosto che i NAR, non furono sconfitte dallo Stato, o meglio, non solo, ma anche, e soprattutto, dalla società civile, che ad un certo punto li vide come schegge impazzite e fuori controllo, e ne ebbe, comprensibilmente, paura.

Le brigate partigiane furono risolutive proprio perchè la gente comune era in linea di massima al loro fianco. E li protesse, nelle loro attività.

Tutte le organizzazioni terroristiche sorte ex post, non godettero di queste protezioni proprio per quella paura di cui si diceva prima.

L’apertura di questo fronte interno da una parte gli aliena le simpatie di una parte di mondo arabo che li vede come liberatori, dall’altra rafforza la convinzione di molti stati arabi strutturati (Iran, Arabia Saudita, Emirati, Marocco) che questi vadano fermati prima che mettano in pericolo il loro potere.

Non sto dicendo che spariranno domani, ma che perderanno progressivamente forza e appoggi, fino a diventare semplicemente una delle molte spine piantate nel culo del mondo. Ma una tra le altre. Non LA spina.

Perchè a volte, è sufficiente un pilota giordano, o un sindacalista genovese, o un professore universitario, o un giornalista.

Un circa signor nessuno che ci conferma che il prossimo potresti essere tu.

Il futuro è un’ipotesi

Questo post, avrebbe potuto essere scritto, e pubblicato anche prima dell’insediamento e del discorso presidenziale.

Ma, anche se non sembra, tengo alla forma più di quanto possa apparire. Lo stesso principio che mi indusse a rinunciare a scrivere il cammeo di Napolitano (non si giudica ciò che non è ancora storia), è quello che mi ha spinto ad attendere l’insediamento del nuovo Presidente per fare alcune considerazioni a margine.

E’ stata eletta una figura d’alto profilo. Non interessa a questo punto se sia il migliore. O se sia colui che avremmo scelto noi. L’elezione del Capo dello Stato è qualcosa che non fa parte delle cose che possono scegliere i cittadini. E, trovo che sia bene così.

Il discorso di oggi non toglie e non aggiunge nulla a quello che si poteva pensare di Mattarella.

Inappuntabile nella forma, concreto nella sostanza, non banale, ed è, quest’ultimo, notevole pregio.

Nulla concede a secessioni e autonomie, quando sottolinea che la Carta repubblicana indica la strada maestra di un Paese unito; si spende come arbitro imparziale; ribadisce che il Paese è figlio della Resistenza e che non tutto e non tutti sono sullo stesso piano (con buona pace di Ciampi, verrebbe da aggiungere).

Poi ci sono riferimenti più prevedibili, vista la storia dell’uomo quali la posizione antimafia (e fa benissimo a citare Falcone e Borsellino, ma non il fratello, mostrando un altissimo senso del contesto) e quella antiterrorismo (ed anche qui sceglie con intelligenza il simbolo, eleggendo, tra le molte vittime, un bimbo di due anni, emblema dell’innocenza).

Un discorso inappuntabile, si diceva. Un discorso fatto per includere. Un discorso che, ci dice la logica, non poteva essere differente. Ma pure, ed era più difficile, un discorso credibile, perchè esteso da un personaggio che ha il senso del ruolo, e mai risuonante falso.

Ma tornando a monte, il discorso non era condicio sine qua non per parlare del nuovo Presidente.

Certo c’era curiosità per i temi, ma è cosa nota che poi i settennati vanno come devono andare, e tocca pure adeguarsi all’andazzo generale, anche ai Presidenti. Cossiga, il suo, se l’era forse immaginato diverso. E invece, ti crolla l’URSS ti scoppia tra le mani Tangentopoli, e tu, fai come puoi. Meglio che puoi.

Va detto che da che è stato eletto, Mattarella non ne ha sbagliata una (anzi, no, forse, una, sì, ma ne diremo dopo).

L’omaggio silenzioso alle Fosse Ardeatine. La Panda grigia. L’understatement complessivo.

Sempre con questo pregio di non sembrare finti, perchè tutti gesti in linea col personaggio.

La sicilitudine, intesa in senso sciasciano, si esprime con una refrattarietà alla politica spettacolo, alla dichiarazione reboante, che in questo momento gli conferisce per se stessa credibilità. In un mondo fatto di berciare continuo, il saper tacere è un’arma potentissima.

Personaggio proposto (e forse scelto) come grigio, figlio dell’establishment, emanazione della prima Repubblica, si sta creando un’immagine forte, e questo è un bene per lui, senz’altro, ma anche per il Paese.

Riuscisse nel compito che sembra essersi prefisso, il recupero della credibilità istituzionale, avrebbe già fatto una meritoria opera.

L’essere figlio della prima Repubblica può essere un limite per grillini e leghisti. Ma, a dirla tutta, non è che la seconda abbia prodotto tutte queste perle.

Aggiungiamo un particolare di natura caratteriale. Sarà pure un mite. Sembrerà pure scialbo (che poi, é scialbo lui, o siamo noi ad essere abituati ai Renzi e ai Berlusconi, ai Bossi e ai Salvini, che sembrano tutti appena usciti dal Bagaglino).

Ce lo hanno ampiamente rammentato i giornali, quest’uomo all’Epifania del 1980 ha tirato fuori da una macchina suo fratello agonizzante, dopo che gli avevano sparato 8 colpi di pistola.

Vedere morire qualcuno che ti è caro è una cosa che ti segna dentro. Indelebilmente. Anche se la morte è naturale. Se questa morte è anche violenta, dopo, non puoi più essere lo stesso.

Tutto si ridimensiona ed assume una prospettiva diversa, dubito perciò che a Mattarella possa mettere paura qualcosa o qualcuno, francamente.

Poi c’è una considerazione di natura prettamente visiva. Pur non giovanissimo (parliamo comunque di un ultrasettantenne) quei 15 anni meno di Napolitano (e di Ciampi) si notano. Nel passo come nella parola. Più saldi entrambi. Qui non è che si faccia un elogio di giovinezza a tutti i costi. Ma credo che terminare il settennato intorno agli 80 anni possa essere accettabile, iniziarlo, francamente meno. La vecchiaia non è un limite in sé ma dei limiti li pone e sono limiti che sulla carica gravano, comunque.

Altra osservazione ‘estetica’ è che si muove con un forte senso del ruolo. Bene. Non rinunci pertanto a certi orpelli. Ignori leghisti e grillini. Il senso delle istituzioni si mantiene anche attraverso la forma. Ed in questo momento abbiamo bisogno anche di forma per riabituarci alla sostanza. Non si sta ovviamente inneggiando allo spreco, ma neanche allo sbracamento istituzionale.

Infine una constatazione. Alcune polemichette, strumentali, sul fatto che con un Presidente ultracattolico i provvedimenti pro diritti civili ‘no pasaran’ sono fuori luogo. Per rinviare le leggi alle Camere, e non firmarle, occorrono salde motivazioni costituzionali, non è che uno quando è lì fa proprio quel che gli pare. E mi pare, tra l’altro personaggio ben ferrato sul diritto costituzionale. Certo si apprezzerebbe, nel caso, ci venissero graziati non richiesti fervorini made in Vaticano.

Poi due notazioni, che non leggerà certo Mattarella e nemmeno i suoi consiglieri, ma che sarebbe augurabile venissero in mente a qualcuno del suo staff.

Anzitutto un consiglio ai congiunti, soprattutto quelli più giovani. In questo Paese colpire per interposta persona è sport nazionale. La parola d’ordine sia misura. C’è il rischio di trovarsi stritolati. E non è facile, soprattutto in questo periodo dove ogni comportamento viene osservato alla lente di ingrandimento e diventa scopo per meschine campagne che tendono ad altro.

A seguire, un sommesso consiglio a chi ne cura l’immagine. Che Mattarella abbia una famiglia ingombrante, è un dato di fatto. Che sia stata già messa in moto (e per ora tenuta in stand by) una macchina del fango su un terzo, misconosciuto fratello che qualche pasticcio pare averlo combinato, anche se ne è uscito con le ossa abbastanza sane.

Ora, congiunti imbarazzanti ne abbiamo tutti a bizzeffe. I nostri, ragionevolmente, più in scala ridotta, ma tant’é. A questo punto, io, oggi, l’avrei esibito (sì, esibito in senso stretto) in tribuna col resto dei familiari. A mandare chiaro il messaggio che, piaccia o no, questo è, questo sono, e questa è la mia vita. E che la macchina del fango non fa paura, e che il congiunto scomodo l’abbiamo tutti, ma un ottuagenario ormai fuori dai giochi non è un pericolo per nessuno, men che meno per la Presidenza della Repubblica.

A questo paese, oggi, occorre più che mai un Presidente della Repubblica forte, in grado di essere sì arbitro tra le parti, ma giocatore in campo quando si tratta di difendere la Costituzione. E forza è anche ammettere che nella vita esistono scheletri, e che se ci sono li esibiamo, perchè noi non siamo i nostri scheletri.

Su quest’ultimo aspetto, aggiungo ancora un particolare. Il nuovo Presidente della Repubblica come si diceva ha una famiglia ingombrante. Se vogliamo, dei Kennedy in versione isolana. E si portano dietro molte chiacchiere, qua e là tacitate nei tribunali. Su Piersanti Mattarella, vale questo post che ha messo su ieri ammennicolidipensiero. Io non so, sull’argomento non ho un’opinone, nel 1980 avevo sei anni, fate vobis. Ma Pippo Fava era una persona perbene. E del di lui giudizio mi fido, e credo possiamo fidarci. E tanto basta, per me, che non si può far dietrologia sempre. Questo per dire, che i figli non sono i padri. E siccome, anche altrove in questi giorni, si parlava di calvinismo, e di responsabilità, e di padronanza del proprio destino, se questa faccenda dovesse uscir fuori troppo spesso, un’eccezione al riserbo e un’uscita tranciante potrebbero essere la giusta via per stabilire che riserbo non implica necessariamente il lasciarsi scivolare addosso le cose.

Il mondo è fatto a scale, c’è chi scende e c’è chi sale

È’ FATTA. MATTARELLA ELETTO. ne parliamo più in là. Adesso un po’ di sipario

strong>Aggiornamento al 31.01/BIS

Questa cosa che scrivono il nome di Mattarella in almeno cinque modi diversi per comprovare la fedeltà è di una bruttezza che non si può vedere.

Aggiornamento al 31.01

La diretta RAI, ammettiamolo, è di rara pallositá. Risollevano lo spirito il live blog di Mattia Feltri su La Stampa e gli SMS di Cazzullo, sul Corriere.

Tra i lati positivi della mattinata, la faccia di Gasparri. Una roba che neanche con un enterocolite della durata di dieci giorni. A dimostrazione che qua ci si accontenta di poco.

Se le cose andranno come devono, oggi pomeriggio avremo il Presidente, e sarà Sergio Mattarella. Anche se, con questi, non si sa mai.

Dei candidati possibili, forse, uno dei meno peggio. Almeno è un politico. L’unico tecnico al Quirinale, Ciampi, è stato un Presidente mediocre, ad essere generosi.

Adesso, la cosa più interessante sarà vedere le ripercussioni politiche delle mosse di Renzi che sta rischiando mica poco.

Ed attendiamoci, anche, l’avvio della macchina del fango da parte dei giornali di B. Si preannunciano settimane interessanti.

Aggiornamento al 30.01/QUATER

Quel che resta del giorno è assai poco. Molte parole, e come previsto pochi fatti.

Se vera, la battuta del giorno resta quella di Tabacci: ‘Berlusconi dice di non votare Mattarella per la storia della legge Mammì. È come se io non parlassi con gli austriaci perché mio nonno è stato offeso sul Carso’

Ormai è evidente che a meno che il PD non faccia harakiri, o non succeda qualche altro disastro, Mattarella è presidente al 4° scrutinio, e la ‘povna ci ha visto lungo, lunghissimo fin da subito.

Si nasconde dietro un habitus da grigio burocrate, ma a legger bene la sua biografia, è un personaggio che promette d’essere interessante.

Aggiornamento al 30.01/TER

Che, poi, qui non si è politologi e si raguona sul niente, ma vabbé, era e resta un gioco, sorridiamo ancora un po’, finché ci lasciano.

Dunque: Domani al 4° scrutinio Renzi potrebbe farcela anche da solo con Ncd. Scommette su 20 voti di scarto. Silvio ha già deciso. Usciranno dall’aula. Mossa astuta. In questo modo è certo che nessuno tradisca. E Renzi, Renzi è davvero sicuro? Io non mi fiderei, al posto suo né della minoranza PD (non per Mattarella in sé, ma per il gusto di fargli girar le palle) e men che meno di Ncd (sicuri che non ci sia qualcuno in vendita?). O lo votano in massa anche i pentastellati, o potrebbe anche saltare. E se non lo eleggono alla votazione n. 4 son cazzi. Amarissimi. Perchè potrebbe anche non farcela più.

Pero Silvio è deciso. Se questo lo eleggono, non con i suoi voti. Perchè sa che Mattarella, piuttosto che firmargli la grazia si fa tagliare tutte e due le mani. E probabilmente glielo avrà anche già fatto sapere. Poi perchè quando si dimise, in polemica con la legge mammì usò, esattamente queste parole: “Riteniamo che porre la fiducia per violare una direttiva comunitaria sia, in linea di principio, inammissibile.” Io non so se sia inamovibile nei principi. Però, almeno, i principi pare averli chiari. E questi, nel mondo di Silvio, son clienti scomodi.

Aggiornamento al 30.01/BIS

Breaking news. La macchina del fango s’è messa in moto per curvare un po’ la ‘schiena dritta’ di Sergio Mattarella.

Allusioni più o meno pesanti su di lui, o sulla sua famiglia, direttamente da Libero Quotidiano

Attendiamo i fuochi d’artificio. Preparate i pop-corn.

Aggiornamento al 30.01

Mentre i nostri prodi (senza alcun sotteso, eh) diligentemente assolvono al secondo scrutinio, già consci del nulla di fatto, si approfitta per ricordare che anche se questa settimana il venerdì del libro salta nella recensione mia propria, la ‘povna, swempre lei, recensisce da par suo L’oca al passo, di Tabucchi.

Uno degli intellettuali più lucidi, intelligenti ed informati che l’italia abbia avuto e di cui si sente la mancanza in questi tempi disonesti anche, e soprattutto, intellettualmente.

Il libro non l’ho letto, ma è, da subito, schizzato in cima alla lista. Perchè al di là dei contenuti, quella casella garante, è il fulcro della Presidenza della Repubblica.

Che il Presidente, garante nostro deve essere. E noi siamo la Costituzione. E se Mattarella è l’uomo giusto per difenderla (e potrebbe anche esserlo, al di là dell’aspetto da grigio burocrate), Mattarella sia.

O se no chiunque altro, purché quello, la difesa della Carta, sia il suo unico fine e mezzo.

Aggiornamento al 29.01/BIS

Ed è subito sera. L’inutile rito si è consumato con un prevedibile nulla di fatto. I grillini han deciso e il candidato (fantoccio) è Ferdinando Imposimato. Durerà lo spazio di un paio di elezioni, poi verrà prevedibilmente sostituito, se voglion contare qualcosa. Il rebus, vero, dell’elezione al Quirinale son proprio loro. I pentastellati.

Se tengono duro su Imposimato, il loro suicidio politico è completo. Se voglion rientrare nei giochi, gli tocca buttar dentro o Prodi o Bersani, non ci son cazzi. Di Matteo è un candidato tanto improbabile quanto inutile. Non è che perchè fai, bene, il pm, che puoi essere in grado di fare il Presidente della Repubblica.

Prodi potrebbe anche non accettare. Uno con la sua storia, farsi impallinare due volte nella stessa vita, è troppo.

Renzi è in ambasce. FI Mattarella non lo vuole. Li capisco. Dietro quell’aria da griguio burocrate si nasconde un rompicoglioni. E il rischio di trovarsi a compartire la strada con un altro Scalfaro è immenso. Mattarella, d’altronde, come la pensa, lo disse già ai tempi della legge Mammì. La legalità prima di tutto. Immaginatevi l’entusiasmo di Silvio.

Aggiungiamoci che dalla faccia sembra uno che la massima botta di vita è andare all’opera con la moglie. Possiamo solo presumere il feeling con l’uomo delle cene eleganti.

Per Renzi, Mattarella è il meno peggio. Almeno non si conoscono. Gli altri, invece, conoscono lui, Matteo nostro, pure troppo bene. Che, onestamente, Prodi, Bersani e la Finocchiaro, più di qualche mezza ragione per tirargli una mazzata sulle gengive, l’avrebbero pure, e se ci scappa l’occasione, col cavolo che se la faranno sfuggire.

Ma non può piegarsi troppo a Silvio. E, se si presenta l’occasione, neppure snobbare Prodi o Bersani. Se no gli si sfascia il partito al putto di Firenze. Uno che se fosse stato appena un filo più educato mentre saliva le scale, adesso non avrebbe tante gatte da pelare.

La palla è in mano a Casaleggio, che novello Cyrano si serve di Grillo per comunicare con le masse come fossero Rossana. Se se la gioca bene, avremo un week end divertente.

Aggiornamento al 29.01

Se guardassimo alle frasi ed alle dichiarazioni, allora sarebbe Sergio Mattarella. Gli giocano contro la logica del conclave (si sa che chi entra Papa esce cardinale), il fatto di essere stato lanciato con cotanto anticipo, il fatto che Silvio si ricorda benissimo che fu uno di quelli che si dimise per la legge Mammì. Robetta, se paragonata a quello che accadde poi.

Son spariti, quasi del tutto, i nomi tecnici. In realtà, se tecnico deve essere, deve essere un economista. Perché? Perchè vogliono uno che non si impicci. E un costituzionalista potrebbe essere un cliente scomodo. Ma Draghi (che sarebbe comunque cliente scomodo) non intende scollare dalla BCE. E Padoan sembra finito fuori gioco.

Gli altri nomi, vanno e vengono, e son quelli nel post originario (con integrazione Boldrini by ml e Bonino by Tuttotace).

Chi spariglierà le carte, a mio avviso, saranno i Cinque Stelle. Hanno capito la lezione della volta scorsa, e vogliono entrare in gioco. Solo così si spiegano Bersani e Prodi nella rosa.

Non mi sorprederebbe che alla fine il quirinabile fosse Bersani. Perchè Bersani e non Prodi? Perchè Prodi ha più passato ed è più difficile farlo digerire alla base.

A quel punto, potrebbero lanciarlo dalla seconda votazione. Se si accoda (molto probabile) la sinistra PD e SEL, per Matteo son cazzi. Come non votare Bersani senza perdere la faccia. E se lo vota, tocca votarlo pure a Silvio e ai suoi. Che almeno sembri un Presidente condiviso, se proprio deve accadere l’inevitabile. Se ci pensiamo, Pertini fu eletto proprio così.

Ma se Bersani non passa in questo, direi che a questo punto ha chances nulle. Mentre Prodi, ne conserverebbe qualcuna. Ma è indigeribile per l’elettorato PDL.

Questo al momento. Se succede qualcosa prima delle 15, ci risentiamo, ovviamente.


Questo è un esperimento. La prima idea era quella di fare la trashcronaca dell’elezione quirinalizia. Poi, mentre scrivevo i post sui presidenti ci ho ripensato. Avrei anche una vita e un lavoro. Mica posso passare due/tre giorni appiccicata al blog. Che poi se vanno per le lunghe, che faccio, non ho manco diritto all’aspettativa o alla malattia, mannaggiammé.

Allora ho pensato ad un post dinamico. Il che significa che questo post, nei giorni a seguire e durante le votazioni, verrà aggiornato sui fatti salienti e riportato in alto sulla testata, come se fosse una cosa nuova (il che non è). Sempre e quando capisca come farlo con wp, ma questa, va da sé è una faccenda tecnica che tenterò di acclarare.

In attesa di integrazioni, ripensamenti e contributi nuovi di pacca (su, non fate i timidi, lo so che siete lì, nascosti), definiamo la situazione ad oggi.

Il borsino al 27.01, in ordine assolutamente alfabetico, e sulla base dei vs. suggerimenti (tra parentesi si cita solo il primo suggeritore, ferma restando la partecipazione degli altri):

Giuliano Amato (partecipano anonimosq e Nina777)

Perché sì: è un giurista, è un politico navigato, ha amici dappertutto, tutta roba che al dunque serve

Perché no: perchè uno che nella notte preleva forzosamente quattrini ai suoi compatrioti, non è una bella persona. Poi perchè ha un passato craxiano che è stato lesto ad occultare ma che all’uopo potrebbe tornare fuori. Infine perchè ha pensioni per 31.000 Euro al mese, e il rischio che i grillini lo facciano a fette tutti i giorni è enorme

Probabilità: basse. Personalmente spero nulle.

Pierluigi Bersani (partecipa iome con wolkerina)

Perché sì: è la guida dell’opposizione interna del PD. Matteo, di tanti difetti che ha, non è comunque un idiota. Con Bersani al Quirinale, d’un colpo taciterebbe la minoranza interna e si leverebbe dalle palle per 7 anni il loro leader. Bersani a Silvio, giaguari a parte, non ha mai troppo rotto le palle. C’è di peggio (assai) in giro. E’ abbastanza amato. Ed abbastanza rispettato.

Perché no: perchè potrebbe vendicarsi, in effetti. Ma prima di far la pelle a Matteuccio, ha dei conti da regolare coi grillini che gli han fatto fare una figura di m. memorabile nella diretta streaming. E questo potrebbe essere anch’esso un perchè sì.

Probabilità: dipende. Se riescono ad eleggere quasi subito un fantoccio, ovviamente nulle. Se si va per le lunghe, potrebbe farcela. SEL non può dire di no, il PD neppure, ci son transfughi grillini e pure gli NCD. Potrebbe passare anche senza FI. Che comunque a quel punto non gli negherebbe i voti per farla passare da candidatura condivisa.

Laura Boldrini (partecipa ml)

Perché sì: perchè è donna ed ha meno scheletri nell’armadio di Anna Finocchiaro.

Perché no: perchè con la sua intransigenza i voti del PDL manco per idea. Perchè probabilmente non piacerebbe a tutto il PD, e non piace nemmeno ai 5 stelle

Probabilità: pressoché nulle, in caso di soluzione istituzionale più probabile Grasso.

Emma Bonino (partecipa tuttotace)

Perché sì: perchè saprebbe come farlo, perchè lo farebbe bene, come ha fatto bene sempre. Che certa gente il fare bene ce l’ha comunque nel DNA. Ma anche perchè, nel dirci che è malata, ha sottolineato anche che lei non si ritira dalla politica. E he lei, soprattutto, non é il suo cancro. Appunto. Quindi se se la sentisse sarebbe senz’altro meglio lei dei molti perecottari qui recensiti

Perché no: perchè per come è congegnata la presidenza della repubblica, non è adatta come carica alla Bonino. Anche se farebbe bene, probabilmente, per le ragioni di cui sopra.

Probabilità: nulle.

Pierferdinando Casini (partecipa di nuovo murasaki)

Perché sì: è furbissimo, è un gran paraculo, ha gli agganci giusti e il suocero giusto. Suocero a parte è l’identikit anche di un altro. E’ stato l’allievo di Forlani e Bisaglia, servissero referenze.

Perché no: Perchè di lui non si fida nessuno. Bossi, quando era ancora Bossi e non l’ologramma di se stesso, lo definì ‘el carugnin de l’uratori’. Serve altro?

Probabilità: piuttosto Rutelli, che è tutto dire.

Sabino Cassese (partecipa la ‘povna con il supporto esterno di Mr. Mifflin)

Perché sì: è un giurista, è un magistrato, ma non ha mai, a memoria, avuto a che fare con Mr. B. E’ vagamente di sinistra, ma non troppo. Ha fatto il ministro, della Funzione Pubblica, con Ciampi.

Perché no: un altro ottuagenario al potere. Non ha poteri forti a sostenerlo

Probabilità: alte, ma solo tra il quarto e l’ottavo turno. Poi lo scaricano (secondo me)

Armando Cossutta (partecipa romolo che aveva voglia di scherzare)

Perché sì: 88 anni, di nuovo. Magari si cava velocemente dai piedi.

Perché no: 88 anni. Di nuovo. Anche no, ecco.

Probabilità: inesistenti

Massimo D’Alema (partecipa connie)

Perché sì: perchè è l’unico che farebbe davvero paura a Matteo

Perché no: perchè sta sui maroni a chiunque, fors’anche a se stesso

Probabilità: scarsissime

Anna Finocchiaro (partecipa Elena)

Perché sì: è donna. Si è prostrata davanti a Renzi al mero scopo. E’ un’arrivista il che non guasta

Perché no: ha un marito con un quintale di guai giudiziari. E la scorta all’Ikea la ricordano tutti

Probabilità: pressoché nulle, spero.

Pietro Grasso (partecipa ammennicoli)

Perché sì: è il presidente del Senato. Ha l’età giusta. Non dispiace a nessuno.

Perché no: In un’occasione come questa, non dispiacere a nessuno potrebbe non essere sufficiente.

Probabilità: solo se si incartano

Enrico Letta (partecipa l’economa)

Perché sì: solo per vedere la faccia di Renzi.

Perché no: Non ha l’età. 48. Soglia minima 50. Ma comunque Renzi avrebbe dato fuoco a Montecitorio, piuttosto.

Probabilità: nessuna

Giancarlo Magalli e Raffaella Carrà (partecipa il duo meraviglia Gaber&Spersa)

Perché sì: perchè al fatto quotidiano, posto dove si credono furbi, han fatto un giochino scemo. Scemo come il mio. Solo che il mio inizia e finisce su questo blog e frega un beato a nessuno. A loro è sfuggito di mano, e pare che l’idea del Magalli alla presidenza piaccia agli Italiani. Questo per rendere l’idea della stima media nutrita verso i nostri politici

Perché no: francamente non riesco a trovare un motivo.

Probabilità: dipende. Se in tanti dovessero fare gli spiritosi…

Sergio Mattarella (partecipa la ‘povna da sola)

Perché sì: perchè è un politico navigato, di lungo corso, esperto. Non inviso a nessuno. In più è un ex dc ed un cattolico, sulla base dell’alternanza

Perché no: potrebbe essere troppo poco condizionabile, e ha più esperienza del putto fiorentino. Due cose che lo squaletto odia.

Probabilità: dipende da quanto terrà il patto del Nazareno.

Romano Prodi (partecipa pensierini)

Perché sì: il profilo c’è. E’ amico di Putin (come Silvio). Per Matteo è meglio di Bersani (che lo odia). Ha la caratura internazionale per reggere la barca.

Perché no: è poco condizionabile. Dietro lo sguardo da mortadella dal volto umano, un discreto pescecane. Dal lago della duchessa in poi ne sa. Più di tutti gli altri. Quelli rimasti almeno.

Probabilità: dipende da come vanno le cose. Sulla lunga distanza, qualche speranza ce l’ha.

Stefano Rodotà (partecipa ellegio)

Perché sì: era il meno peggio (no, non il meglio) due anni fa. Bersani s’è intestardito ed è andata come è andata.

Perché no: perchè due anni fa non è adesso. E poi anche qui, sono 82 anni. Troppi, per iniziare.

Probabilità: al lumicino.

Francesco Rutelli (partecipa murasaki)

Perché sì: è furbissimo, è un gran paraculo, ha gli agganci giusti e una moglie dall’ambizione sopra la media. Il peggior regalo che ci abbiano fatto i radicali. France’ s’è fatto tutto l’arco costituzionale, ha amici ovunque

Perché no: France’ s’è fatto tutto l’arco costituzionale. Ha nemici ovunque

Probabilità: speriamo di no, ma potrebbe.

Walter Veltroni (partecipa musicamauro e pure giovol)

Perché sì: non gli manca nulla. Profilo, età, curriculum vitae. In più è un paraculo e ha pure sposato Clooney. Non sta davvero antipatico a nessuno (nemmeno a me, mi scatena, chissà perchè poi, un fondo di indulgenza)

Perché no: è abbastanza grande Roma per contenere gli smisurati ego di Walter e Matteo?

Probabilità: buone, specie se i giochi si fanno subito.

Gustavo Zagrebelski (partecipa la speranza, di molti)

Perché sì: perchè è autorevole, perbene, un magistrato, un uomo competente. Perchè non è mai stato sfiorato da uno scandalo.

Perché no: per tutte le succitate ragioni

Probabilità: solo in caso di ecatombe

1999 – Carlo Azeglio Ciampi

L’Italia che congeda Scalfaro nel 1999 è copia fedele del Paese allo sbando dei nostri giorni.

Una sinistra inesistente tenta continuamente di scendere a patti con Berlusconi, con risultati che sarebbero comici, non fossero tragici. D’Alema imperversa con la sua Bicamerale, e viene messo all’angolo da Silvio, la cui scaltrezza, in quegli anni, è all’apice. Ancora in un angolo le cene eleganti, dedica le sue migliori energie a fottere noi. D’altronde, quella è la sua attività preferita, e a qualcuno deve pur toccare.

Il nuovo Presidente, il decimo della storia repubblicana, i partiti, ormai all’angolo ed incapaci, lo vanno a prendere fuori dal Parlamento.

È Carlo Azeglio Ciampi, quello stesso tecnico divenuto premier nel 1993 mentre sul Paese spirava impetuoso il vento di Tangentopoli, e la Mafia, mai così forte, metteva in ginocchio lo Stato; l’uomo che nel biennio 1996-1998, come ministro del Tesoro del primo governo Prodi, operò il ‘miracoloso aggancio’ all’Europa della moneta unica. Che poi su quell’aggancio, e su quanto derivatone si possa aprire un dibattito, è altra cosa. Ma diamo atto che Silvio ed i suoi mai ne sarebbero stati in grado. E che quella, col senno di oggi, era probabilmente l’unica strada percorribile.

Nonostante il rovinoso fallimento della Bicamerale, i due player dell’epoca, D’Alema e Berlusconi, sono coloro che fanno la partita del Quirinale. E non hanno dubbi. Il nuovo capo dello Stato deve riportare il Quirinale a luogo neutro. Ma per esorcizzare il fantasma di Scalfaro (ma anche quelli di Pertini e Cossiga) l’unica strada perseguibile è trovare qualcuno che non sia un abile politico, e, soprattutto, che sia poco avvezzo alle manovre di palazzo.

In candidati in quella primavera del ‘99, sono comparse per il teatrino.

Berlusconi propone due nomi: il sempiterno Amato,sin lì perfetto garante del trust Mediaset, ed ex craxiano (anche se lui vorrebbe farlo dimenticare); ed Emma Bonino, eletta con Forza Italia nel ’94 ed in quel periodo orbitante nella galassia del centrodestra, più che per le sue posizioni per il fatto che Berlusconi in persona l’ha scelta come commissario europeo insieme a Mario Monti.

Il centrosinistra scarta entrambi: su Amato continuano a piovere veleni dal passato, con gli strali che Craxi da Hammamet scaglia via fax; la Bonino non è ancora il totem che diventerà, anche se, come sempre, sarebbe quella con le migliori capacità.

Il centrosinistra propone tre ex democristiani: Rosa Russo Jervolino, ex presidente popolare, una sorta di emanazione di Scalfaro, prima donna ministro degli Interni; Nicola Mancino, presidente del Senato e Franco Marini, ex leader della Cisl, popolare anch’egli.

L’unico vero papabile, Romano Prodi, viene spedito con foglio di via alla Commissione europea.

Ciampi va bene a tutti. E il 13 maggio, al primo scrutinio viene eletto. Come Cossiga.

Lo votano tutti, tranne la Lega Nord e Rifondazione comunista.

Tutti felici, gli Italiani, terrorizzati all’idea di un messaggio di fine anno gracchiato dalla voce di Rosa Russo Jervolino (che sarà poi terribile sindaco di Napoli), ma anche i politici, che auspicano un Capo dello Stato taciturno.

La speranza è infatti che Carlo Azeglio, una lunga carriera in Bankitalia culminata nella nomina a governatore, occupi la carica con il piglio di un Grand Commis dello Stato. I politici, in aggiunta si augurano che abbia anche una certa propensione a farsi scivolare le cose.

Sul tacere, fa quel che può, ma l’ambiente non lo aiuta.

Nel 2001 la campagna elettorale, che segna il ritorno di Silvio, sarà tra le più infuocate che il Paese ricordi.

Lo attenderà un quinquennio di passione, fatto di leggi ad personam, leggi vergogna, attacchi alla magistratura ed alla Costituzione, figure penose in Europa.

Esternare gli tocca.Livornese, 79 anni, sposato con Franca Pilla, un paio di figli. vivrà un settennato di pochi acuti e molti bassi.Inizialmente pensa di arginare Silvio facendo qualche cazziatone in forma privata, ma capisci presto che non è cosa. Di fronte ai suoi continui strappi istituzionali, alle intemperanza, agli attentati alla costituzione.

Dal 2001 al 2003 si farà andar bene anche quello che va male, malissimo. E si impunterà sulle fesserie. Rifiuta il ministero dell’interno a Maroni, facendolo dirottare al Welfare, ma non batte ciglio di fronte alla legge sulle rogatorie, alla legge sul falso in bilancio e alla Cirami sul legittimo sospetto.

Sembra quelle storielle in cui il padre è ladro, la madre batte, ma si dà un ceffone al bambino perchè parla con la bocca piena.

E aggiorno eccezionalmente il post portando all’interno una giustissima osservazione della ‘povna, nei commenti perchè proprio del 2001 sono due delle uscite più infelici dell’intero settennato.

La difesa dei repubblichini, che mette tutto sullo stesso piano, memoria comune e memoria condivisa, che sullo stesso piano non sono affatto e che è ancor più grave all’interno del suo personale percorso di risveglio dell’amor patrio.

E il comportamento indifendibile tenuto a Genova, quando uscì con Berlusconi, il venerdì e ancor peggio il sabato, suggellando con la sua presenza istituzionale la sospensione di fatto dello Stato di diritto.

Si riempiono le piazze di girotondini, le proteste sono all’ordine del giorno.

E anche Carlo Azeglio cambia registro. Dal 2003 comincia a rispedire al mittente gli scempi più evidenti e rimanda indietro le leggi sui tribunali minorili ma soprattutto quelle sulla tv (la famigerata Gasparri) e quelle contro la giustizia (la Castelli, che modifica l’ordinamento giudiziario e la Pecorella che abolisce l’appello contro le assoluzioni).

Diventa anche lui, come Scalfaro, un nemico, un “comunista mascherato”.

L’organizzatissima macchina del fango made in Arcore si mette al lavoro: si allude al figlio e ai suoi guai finanziari; e soprattutto all’operazione Telekom Serbia, ai tempi del governo Prodi, quando Ciampi era ministro del Tesoro.

Il centrodestra istituisce una commissione parlamentare ad hoc, trasforma un mestatore tale Igor Marini in testimone chiave, e raccoglie accuse false a Prodi, Fassino e Dini.

Ma alcuni si premuano di far filtrare voci che paiono tirare in ballo il Presidente. Pare non farsi intimidire, ma insomma,  firmerà comunque altre discrete procherie quali la Bossi-Fini, il lodo Schifani, la ex-Cirielli. Senza contare l’ok alle missioni in Afghanistan e in Iraq che, per chi non l’avesse capito, eran o guerre a tutto tondo.

Nel contempo, pervaso di spirito patriottico, andò in fissa con tricolore ed inno. E nonostante alcune giuste battaglie (festeggiare il 2 giugno, è, giusta cosa, che non s’è mai visto un Paese che non festeggia se stesso), il tutto ebbe spesso un tono macchiettistico.

Come macchiettistica fu, spesso, Donna Franca, sempre con lui, ovunque, a tagliar nastri e a fornire opinioni. Peraltro non richieste.

A molti fece simpatia, a me, pochissima. E approfitto per dire che la sua boutade sulla tv deficiente, era corretta nel merito, per carità, ma odiosa nella forma. Che, nell’ordine, la signora era sposata ad una carica dello Stato, non ‘la’ carica dello Stato, e c’è una differenza, mica sottile. Secondariamente se la First Lady dà del deficiente ad una trasmissione televisiva ed al suo conduttore, quest’ultimo non può rispondere e, eventualmente, asfaltarla, troppa è la disparità di ruoli.

Quindi più che di simpatia parlerei di arroganza.

Il settennato Ciampi si può riassumere dicendo che tutto quel che fece fu troppo poco, ed in generale troppo tardi. ed è un rischio elevatissimo, soprattutto quando si eleggono tecnici e non politici navigati, piaccia o no. ed è la ragione per cui in generale propendo per soluzoni politiche anziché tecniche.

Fatta salva la buona fede personale, ovviamente che se ripenso al suo successore, mi vien da rimangiarmi tutto.

Ma questa, come sempre, è un’altra storia.

Un settennato in pillole

Il 20 maggio 1999 a Roma, le rinate Brigate Rosse uccidono il consulente del ministero del lavoro Massimo D’Antona

Il 28 luglio 2000 viene stampata l’ultima banconota della Lira Italiana (5.000 Lire). Finisce un’epoca. Se potessi avere mille lire al mese cantavano i nostri nonni. Mentre i nostri figli ci chiederanno cos’erano.

L’11 settembre 2001 quattro gruppi di terroristi islamici, coordinati tra di loro, dirottano aerei di linea e si dirigono verso quattro obiettivi, colpendone tre: il Pentagono a Washington ed entrambe le Torri Gemelle di New York. Queste ultime crollano dopo meno di un’ora di incendi devastanti. Complessivamente in questi quattro attacchi muoiono circa 3000 persone. New York cambia skyline e noi non saremo più gli stessi

Il 1º gennaio 2002 nei 12 paesi facenti parte dell’UE entrano legalmente in circolazione monete e banconote in Euro. Cose che fino a ieri costavano mille lire, passano all’improvviso a costare un Euro. Un po’ storditi e con conti correnti (allora) meglio pasciuti, non facciamo un plissé. Ce ne accorgeremo. E saranno cazzi

Il 9 aprile 2003 le truppe Usa entrano a Baghdad. La capitale è sostanzialmente sotto controllo delle forze angloamericane. Saddam Hussein è il ricercato numero uno. L’entrata a Baghdad è del tutto pretestuosa. 12 anni dopo, possiamo sommessamente suggerire che avevamo ragione noi, quando dicevamo che, pur volendo ignorare l’aspetto umanitario, era proprio un’idiozia strategicamente.

il 29 febbraio 2004 in Asia milioni di polli vengono uccisi in seguito ad un’epidemia di influenza aviaria che ha causato la morte di almeno trenta persone. Inizierà il periodo delle sospette pandemie. Con annesso tormentone annuale.

Il 4 marzo 2005 dopo aver liberato la giornalista de Il manifesto Giuliana Sgrena, viene ucciso a Baghdad da “fuoco amico” statunitense il funzionario del SISMI Nicola Calipari. La magistratura italiana appurerà che il soldato Mario Lozano ha scaricato 58 colpi contro l’auto che li trasportava. Tutto da solo. Un personaggio Marvel praticamente.

Il 3 gennaio 2006 Saddam Hussein dichiara di preferire la pena di morte per fucilazione. Lo impiccheranno il 30 dicembre. La domanda è: perché chiederglielo, a questo punto.

1992 – Oscar Luigi Scalfaro

Il 1992 inizia male.

Il 17 febbraio, a Milano, è finito in carcere per tangenti il misconosciuto Mario Chiesa. Come sempre la storia inizia con le banalità. Un corrotto politico di piccolo cabotaggio la fa lunga nel pagare doverosi alimenti all’ex consorte. Questa si spazientisce ed inizia Mani Pulite.

Il 13 marzo, a Palermo, Cosa Nostra ammazza per strada l’eurodeputato andreottiano Salvo Lima, considerato un traditore. Tre colpi di pistola, mentre sta scendendo dall’auto. Prova a fuggire, morirà bocconi su un marciapiedi uno degli uomini più potenti di Palermo e della Sicilia tutta.

Il capo della Polizia Vincenzo Parisi chiarisce che c’è una lista di politici predestinati pure loro, da Mannino a Vizzini, da Martelli ad Andreotti.

Il 6 aprile, il quadripartito che sostiene il VII governo Andreotti esce devastato dalla consultazione, la Lega di Bossi è al 9%, ma è un dato nazionale. Al Nord è largamente sopra il 20.

Il 25 aprile Cossiga si dimette con due mesi di anticipo, prima che lo dimettano gli altri a mani nudi: il neopresidente del Senato, Giovanni Spadolini, farà da facente funzioni.

Cossiga la tira a tutti dicendo “saranno giorni terribili fino all’elezione del mio successore”. Peggio di Cassandra, la profezia s’avvererà, e accadrà di tutto ed anche di più.

I partiti sono del tutto fuori controllo, la magistratura impazza, il Paese prima è attonito, poi ridacchia, e alla fine perderà la testa.

Il 13 maggio il Parlamento in seduta plenaria sotto la guida del neopresidente della Camera, il novarese Oscar Luigi Scalfaro, comincia a votare.

L’atmosfera è vieppiù serena. Tanto che Pannella chiede a Scalfaro di garantire la segretezza del voto.

Scalfaro, che è un professionista, va detto, e ha il senso del ruolo, a tempo di record, fa allestire dai falegnami di palazzo due cabine di legno foderate con un drappo rosso. Un oscuro missino, tal Carlo Tassi, che circola in camicia nera e non si capisce perchè non venga denunciato per apologia del fascismo (che sarebbe un realto, per la cronaca), rivolto ai banchi della maggioranza urla “ladri!” agitando un paio di manette. Scalfaro tenta di zittirlo, quello si stizzisce e lo informa che nessuna legge lo prevede, e il presidente ribatte: “Ma non c’è nessuna norma che la obblighi a ragionare! Comunque complimenti, lei deve avere un polmone di riserva”. D’altronde Scalfaro è uno non nuovo alla risposta tranchante, noto rimase un suo interbvento ad un Congresso DC: “La festa del socio nella DC dovremmo tenerla il 2 novembre, vista la presenza massiccia di defunti nelle liste degli iscritti al partito.”

Per i primi tre scrutini, ciascun partito vota il suo candidato di bandiera: Giorgio De Giuseppe (Dc), Nilde Iotti (Pds), Giuliano Vassalli (Psi), Gianfranco Miglio (Lega), Alfredo Pazzaglia (Msi), Paolo Volponi (Rifondazione), Norberto Bobbio (Verdi), Antonio Cariglia (Psdi), Tina Anselmi (Rete), Salvatore Valitutti (Pli).
Dalla quarta votazione, iniziano i giochi, quelli veri. L’accordo del CAF, acronimo della sacra triade  Craxi-Andreotti-Forlani prevede che Craxi torni a Palazzo Chigi, e uno degli altri due prenda la via del Colle.
Si lancia il nome del segretario DC, Arnaldo Forlani, che al quinto scrutinio prende 479 voti e al sesto sale a 496: IL quorum dei 508 è ad un passo, e col senno di poi chissà come sarebbe andato tutto quanto.
Ma dal sesto scrutinio i voti cominciano misteriosamente a scendere, impallinato dai franchi tiratori dietro i quali si vede la manina del Divo Giulio e della sua corrente.
Perchè i voti alla conta dovrebbero essere 540 voti: e ne mancano 80, e di essi almeno 50 DC.

Il 17 maggio, ormai sbolso, Forlani si ritira.

Sembra tutto pronto per Giulio nostro, che a quel traguardo, sia come sia, tiene davvero.

Ma quel che resta dei fedelissimi di Forlani teme lo strapotere andreottiano e si mette di mezzo.

Il Pds di Occhetto spariglia le carte e propone Giovanni Conso, giurista, cattolico, super partes, presidente emerito della Consulta.

La Dc non ci pensa neppure. I socialisti ci provano con Giuliano Vassalli, e i repubblicani con Leo Valiani. In poche ore vengono bruciati dei pezzi da novanta: Bobbio, De Martino e Martinazzoli.

Riemerge Vassalli con l’appoggio di parte della DC, ma la parte restante è sufficiente a colpirlo ed affondarlo. Questa volta in via definitiva. Forlani, ormai privo di qualunque legittimazione, si dimette anche da segretario DC.

Non resta che una soluzione istituzionale: uno dei presidenti delle Camere, quindi Spadolini o Scalfaro.

Per il secondo si spende molto Pannella, e mai si potrebbe pensare ad una più diversa accoppiata.

Gli andreottiani ricicciano dicendo che anche Giulio è istituzionale essendo in fondo il premier reggente.

Si ritorna a capo.

Sabato 23 maggio, mentre questi allestiscono il loro squallido teatrino, quei pochi italiani davanti alla tv (ed io tra loro), apprendono da un’edizione straordinaria che il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i cinque agenti della scorta sono rimasti vittime di un attentato mafioso sull’autostrada Punta Raisi-Palermo, all’altezza Capaci. Per esser più sicura la mafia questa volta ha fatto le cose in grande ed ha tirato giù direttamente un pezzo d’autostrada.

La notizia è stata anticipata tre giorni prima da una strana agenzia di stampa, vicina all’andreottiano dissidente Vittorio Sbardella, uno che chiamavano “lo Squalo”, per dire: “Manca ancora qualcosa di drammaticamente straordinario. Un bel botto esterno, come ai tempi di Moro, a giustificazione di un voto di emergenza”. L’agenzia è evidentemente ben informata. Andreotti capisce l’antifona alla perfezione e si ritira dalla corsa.

La sera dello stesso sabato Nino Cristofori, un altro andreottiano doc dirà al braccio destro di Occhetto, Claudio Petruccioli: “La strage è un attacco a Giulio”.

Non restano che Spadolini e Scalfaro.

De Mita, presidente della Dc ormai senza segretario, preferirebbe Spadolini: un po’ perchè solidamente anticraxiano, un po’ perché con Scalfaro non corre buon sangue dalla relazione finale della commissione d’inchiesta sull’Irpinia.

Entra in gioco il Palazzo di Giustizia di Milano: arrestato Giacomo Properzj del PRI, un signor nessuno, ma indagato anche un altro esponente repubblicano, Antonio Del Pennino, che invece ha un suo ruolo politico.

Addio Giovannone, primo presidente del consiglio non DC della Storia d’Italia.

Resta Oscar Luigi Scalfaro. Novarese, classe 1918, di origini calabresi, magistrato, padre costituente, fedelissimo di De Gasperi e Scelba, ministro dell’Interno nel governo Craxi, mai uno scandalo, mai un sospetto, di comprovata onestà personale, vedovo da pressoché da sempre, sempre accompagnato dalla devota figlia Marianna.

Tra lui e Cossiga non corre buon sangue. E così, il 25 maggio, al sedicesimo scrutinio: Scalfaro prega il vicepresidente Stefano Rodotà di prendere il suo posto. Per non annunciare la propria elezione.

E’ il nono presidente della Repubblica, eletto con 672 voti su 1002, e un’amplissima maggioranza di centrosinistra: Dc, Psi, Psdi, Pli, Pds, Verdi, Radicali, Rete.

Se la sua morale è cosa nota, il suo moralismo pure. Circolano infiniti aneddoti sulla sua refratterietà alle cose mondane.

Lo scopriremo tuttavia risoluto e laico (soprattutto) nei momenti cruciali.

Pronti via deve nominare il nuovo premier. Si consulta con Borrelli a Milano, prende nota delle inchieste su Tognoli e Pillitteri (il cognato) e chiarisce rapidamente a Craxi che non è cosa.

Nel frattempo, Martelli cerca di fregarli tutti, e di proporsi come il nuovo che avanza. La gratitudine si sa non è di questo mondo.

Ma lui prenderà la sua strada e manderà a Palazzo Chigi Giuliano Amato, che in autunno si renderà protagonista di una manovra massacrante da 93 mila miliardi di lire e del prelievo forzoso del 6 per mille sui conti bancari (nel cuore della notte, come i ladri, in effetti): l’Italia di Tangentopoli è pure sull’orlo della bancarotta.

A marzo Amato e Conso tentano il colpo di spugna su Tangentopoli, ma Scalfaro non firma e rispedisce indietro il decreto. Ad aprile, dopo il referendum che abolisce i fondi pubblici ai partiti, Amato si dimette. Mica per altro, ma ha mezzo governo indagato.

Il 26 aprile Scalfaro ha un’alzata d’ingegno e incarica un tecnico fuori dai partiti: il governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi.

La mafia, del suo,, di lì a poco, torna ad attaccare con le stragi di Firenze, Milano e Roma. E in novembre Scalfaro ottiene da Conso la revoca del 41-bis a 343 mafiosi.

Nel frattempo il Presidente nello scandalo dei fondi neri del Sisde congiuntamente a tutti i ministri dell’Interno. Non fa come Leone (di cui ha ben altra caratura) va in tv e si difende: “A questo gioco al massacro io non ci sto: prima hanno provato con le bombe e ora con il più ignobile degli scandali”.

Poi scende in campo Berlusconi. Confiderà Scalfaro che “con i suoi modi mi dava un fastidio persino fisico”. Non si stenta a crederlo: papi e Scalfaro nella stessa stanza, un’immagine da brividi. Non avrà tregua per sette anni. Sempre lì, stentoreo, con la sua erre moscia, la sua retorica, i basettoni, l’aria di quello che dice il rosario.

Ma difende la Costituzione. E dove può la decenza. Davanti a Previti ministro della Giustizia del primo governo Berlusconi è tranciante “Qui quel nome non passa, per senso etico”. Rifiuta le elezioni anticipate reclamate dopo la caduta per mano di Bossi. Dà vita ad un secondo governo tecnico, affidato a Dini .

Per sette anni difende il Parlamento e i giudici, osteggia D’Alema, che s’imbarca nella Bicamerale scendendo a patti con Mr. B. e infine rovescia Prodi per prenderne il posto, con la valida collaborazione di Fausto Bertinotti.

Quello a guida D’Alema è l’ultimo governo Scalfaro.

Nel 1999 quando finalmente termina quella che definirà la “spaventosa e solitaria traversata” se ne andrà senza rammarichi, e senza desideri di rielezione.

Ha fatto il suo dovere fino in fondo.

Un settennato in pillole

Il 19 luglio 1992 a Palermo, in Via D’Amelio, alle ore 17.58 il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta vengono uccisi da un’autobomba. Fuori fa caldo. Io sto passando davanti alla tv quando parte l’edizione straordinaria del tg1. Credo di non aver mai avuto così freddo in un pomeriggio d’estate

Il 26 luglio 1993 la Democrazia Cristiana, la grande Balena Bianca, il partito che dal dopoguerra ha ininterrottamente regnato sull’Italia, piegata dagli scandali decide il suo formale scioglimento per dare vita al Partito Popolare Italiano

Il 27-28 marzo 1994 lo schieramento di centro-destra guidato da Silvio Berlusconi vince le elezioni sconfiggendo il centro-sinistra dei Progressisti. Come molti, la prendo con classe. E mi metto dignitosamente a piangere.

L’11 luglio 1995 militari serbobosniaci entrano nell’enclave di Srebrenica, e deportano e trucidano circa 7000 bosniaci musulmani: è il cosiddetto massacro di Srebrenica

Il 26 settembre 1996 dopo un lungo assedio i talebani conquistano Kabul. A nessuno potrebbe importare di meno. Impareremo a conoscerli

Il 9 ottobre 1997 lo scrittore, attore e regista italiano Dario Fo viene insignito del Premio Nobel per la letteratura. Un giullare sul tetto del mondo.

Il 7 agosto 1998 Le ambasciate americane di Dar es Salaam (Tanzania) e Nairobi (Kenia) sono colpite da attacchi terroristici di gruppi legati a Osama Bin Laden: 224 morti, oltre 4.500 feriti. Sentiremo ancora parlare di Al Qaeda e del suo leader

Il 1º gennaio 1999 Nasce ufficialmente l’Euro, la nuova moneta europea. Il 1º gennaio 2002 sostituirà le valute dei paesi che vi hanno aderito. Le nostre vite cambieranno.

E l’ultimo chiuda la porta

Tutti gli uomini della Presidenza sta volgendo al termine. Con un po’ di impegno ce la potrei fare per la settimana. Ma il grande concorso a premi parte stasera, nientemeno.

Che, non avrete mica pensato che mettevo su tutto questo baraccone e poi lasciavo passare i giorni dell’elezione invano?

Ecco, adesso tocca a voi, a tutti voi, anche a te, che sei lí, passi spesso e non parli mai. Stavolta tocca a tutti, nessuno escluso. Stavolta un nome, uno soltanto. E una precisazione. Se preferite un .epub o un .mobi, o un .pdf o un .doc.

Eh già, perché c’è pure il premio, pezzentello come il blog (no, preciso, prima che vi creiate delle aspettative), ma c’è.

Vi aspetto. Ciascuno con la sua previsione.

Io, la mia la feci settimane fa. Pierluigi Bersani. Agli ultimi aggiornamenti, poco probabile, lo so. Ma se va per le lunghe ha le sue chances.

Vi aspetto.

1985 – Francesco Cossiga

E’ il giugno del 1985, e questa volta i partiti non hanno alcuna voglia di farsi la guerra.

Con una sola certezza nel cuore (mai più Pertini), si accingono all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Nella corsa al Quirinale i favoriti sono Andreotti, Forlani e il solito Fanfani.

E Francesco Cossiga, ex ministro degli Interni, dimissionario dopo il caso Moro, ex premier più amato da Pertini, attuale presidente del Senato.

Cossiga non è del tutto entusiasta della proposta. Anzitutto perchè è giovane, troppo, ha appena 56 anni, e, alla fine del settennato si troverebbe a doversi collocare a riposo. E in Italia, dopo i 60 inizia di solito l’età dell’oro.

“Sette anni là dentro, in quella prigione dorata, lassù sul Colle…”, continua a ripetere a Ciriaco De Mita, segretario del suo partito e, allora, suo amico.

In quei giorni impera un’unica certezza: sul Colle salirà un democristiano, per la ormai nota regola dell’alternanza.

Craxi siede a Palazzo Chigi, e con De Mita ha stretto un accordo (e questi che credono d’essersi inventati tutto col Nazareno). Il PCI è guidato da Alessandro Natta, brav’uomo dallo scarso appeal, e sono stati da poco asfaltati nel referendum sul punto unico di contingenza.

La parte più difficile è mettere d’accordo i soliti amici. Quelli della DC, che è gente che dietro ai sorrisi non scherza. Ma proprio per niente.

De Mita, che impera sul partito e dietro i sorrisi usa modi spicci, vuole stravincere. Ma possibilmente, per una volta, con un candidato concordato con gli altri partiti.

Infatti incontra con anticipo Natta, e gli propone Andreotti. Che cavarsi dalle palle così lo zio Giulio sarebbe un’operazione di alta scuola. Che il potere di Andreotti, e degli andreottiani, non è tanto, o solo, nelle cariche, ma nell’immenso bacino di voti gestito. E se Andreotti non può più candidarsi, beh, ecco, gli andreottiani non contano più un cazzo. Un colpo da maestro. Ma la risposta di Natta è prevedibile: “Non possiamo votarlo”. D’altronde come si poteva pensare che il PCI votasse Belzebù.

Nemmeno Forlani, piace a tutti. Allora ogni partito propone una rosa di nomi. Il Pci gradirebbe due intellettuali cattolici democratici, Giuseppe Lazzati e Leopoldo Elia. I partiti laici vorrebbero Paolo Baffi, ex governatore di Bankitalia e figura cristallina. Tre galantuomini, senza meno. Cossiga viene fuori per caso, perché presente in diverse rose, pur senza mai figurare al primo posto.

Ha buoni rapporti col Pci e pure una parentela con la famiglia Berlinguer, è un giurista di altissima fama, un politico di specchiata moralità, e non appartiene in senso stretto a nessuna corrente DC. In più pare uomo docile agli ordini di scuderia (non ridete, non vale).

Natta, ci sta subito, nonostante sia stato l’artefice delle dimissioni da premier di Cossiga nell’ambito dell’affaire Donat Cattin. Craxi per una volta è all’angolo. Se socialista dovesse essere, dovrebbe essere per forza Pertini. Per quanto è amato dalla gente. Ma a parte che Pertini cazzia i socialisti tutti i santi giorni, i suoi 88 anni lo rendono di fatto non rieleggibile (poi cadrà anche questo assioma, come noto)

Cossiga, insomma, va bene a tutti. e’ nella DC che trova le maggiori resistenza. Ma Andreotti lo appoggia, cosciente che il suo nome non passerebbe mai, lo appoggia. E convince gli altri.

Ora si tratta di convincere lui. De Mita ci riesce facendosi promettere che manterrà al Quirinale il segretario generale Maccanico, irpino come lui. E che nominerà tre senatori a vita, Elia, Malagodi e Baffi, per accontentare il Pci e i laici che li avrebbero voluti alla presidenza

Cossiga s’impegna (ma poi non li nominerà) e quando, alle il 25 giugno, le Camere si riuniscono in sessione plenaria per la prima votazione, è già tutto predisposto. Mancano all’appello solo missini, demoproletari e radicali.

L’elezione questa volta è una formalità: per la prima volta nella storia il Presidente è eletto al primo colpo. Un’ora e 52 minuti appena, il tempo dello scrutinio. Poi, quando la presidente della Camera, Nilde Jotti legge per la 566ª volta il nome di Cossiga, il quorum è raggiunto e scatta l’applauso. Il totale alla fine sarà di 752 voti.

Il discorso d’insediamento di Cossiga spicca più per l’inflessione sarda tra doppie non previste e viceversa. E’ il primo presidente a non essere un padre costituente, ha 56 anni, e ha già visto molti, ma molti casini. De Mita si incensa “È il mio capolavoro”. Chissà se era una crosta.

Classe 1928, figlo della Sassari bene ma non cattolici in senso del tutto stretto. Affini alla massoneria e vicini pure al Partito sardo d’azione di Emilio Lussu. Fa tutto presto, Francesco Cossiga. Si laurea a 20 anni. E’ docente di diritto costituzionale a 24, nel 1956, appena ventottenne si mette a guerreggiare con Antonio Segni. Questi fiuta il pericolo e decide di farselo amico, sarà deputato a 30 anni nel 1958. Nulla gli viene regalato. Semplicemente gente così esiste.

E’ sposato con tal Giuseppa Sigurani e ha un paio di figli. I secondi faranno sempre la grazia di essere inesistenti. La prima, sarà invece un bel grattacapo, per lui. Perchè viene ammannita la storia che la signora al pari della signora Pertini non ami figurare, ma si scoprirà poi che i due son separati di fatto e che quando offrono la presidenza a Cossiga, son li che stan facendo le carte per l’avvocato. Tutto rientra per lo spazio d’un settennato. Divorzieranno poi, e otterrano pure un annullamento della Sacra Rota. Il timore, tutto DC, era la reazione dell’opinione pubblica a un presidente separato. Avrebbero potuto lasciarli serenamente in pace, sarebbe fregato una mazza a nessuno.

Cossiga alle spalle ha già un percorso importante. E’ lui che si occupa di gestire l’operazione Gladio e a imbottire di omissis il Piano Solo. Dal ’76 al ’78 sarà ministro degli Interni nel governo Andreotti. Per la sinistra è Kossiga (con la k e la doppia s runica alla nazista), per Pannella il responsabile morale della morte di Giorgiana Masi. Per altri ancora il responsabile morale della morte di Moro.

A titolo assolutamente personale, gli addosserei più la morte di Giorgiana Masi, che quella di Moro. Per due ragioni, a mio vedere essenziali. Se sei Ministro dell’Interno e la Polizia carica e spara ad altezza d’uomo, tu sei corresponsabile. Sia che tu abbia dato quel tipo di direttive (probabile) sia che tu non le abbia date (meno probabile). Se sei Ministro dell’interno e rapiscono uno dei politici più in vista del Paese per ucciderlo, si dà per inteso che il rapito sapesse benissimo quali erano i rischi correlati alla sua figura. Per cui a meno che tu non abbia avuto parte attiva nel farlo ammazzare, sei stato solo sommamente sfortunato a trovarti lì.

Resta il fatto che i 55 giorni del caso Moro segnano irrimediabilmente Cossiga: lo stress, anche per le ingenerose lettere di questi dalla prigionia, il dovere della fermezza, le polemiche per le indagini. Si dimette e sparisce dalla scena per un anno. Quando ritorna è trasformato anche fisicamente. E si ritrova presidente del Consiglio dal 1979 all’80. Poi scoppia l’affaire Donat Cattin (viene accusato di aver favorito la fuga del figlio terrorista del compagno di partito). Sparisce di nuovo. E sembrerebbe un per sempre. E invece, nel 1983, riciccia e viene eletto presidente del Senato. E da lì presidente della Repubblica.

I suoi primi quattro anni di presidenza sono una palla totale: abituati al vitalissimo nonno Sandro, il Paese si trova davanti il ‘sardomuto’.

Lui passa le giornate a tagliar nastri, e a litigare qua e là con il Csm che a suo parere tende ad allargarsi troppo.

E poi? E poi crolla il muro di Berlino. E il comunismo. E l’Urss. E cambia tutto cazzo. Ma i politici italiani se ne fottono, come d’uso. D’altronde lo diceva il Gattopardo, ‘tutto deve cambiare, affinché nulla cambi’

Lui invece decide: “Voglio togliermi alcuni sassolini dalle scarpe”.

Solo che non sono sassolini, sono i monoliti di Stonehenge. Qualcuno azzarda che sia ciclotimico, ed alterni euforia e depressione. O magari ha capito che gli amici DC vogliono impattargli anche colpe non sue.

Sta di fatto che Cossiga comincia, parole sue, a “picconare”.

Contro il Csm, che vuole censurare i giudici massoni, poi vuole difendere i giudici attaccati per la prima volta da Craxi (minacciando di mandare i carabinieri a Palazzo dei Marescialli, per difendere l’organo).

Poi tuona contro il Tg1, che intervista un falso agente della Cia con le prime allusioni a Gladio, quella Gladio di cui Andreotti ha consegnato le carte al giudice veneziano Felice Casson, e Andreotti che consegna con generosità delle carte è, ammettiamolo, quanto meno sospetto.

Nel 1981, gli riesce un colpo da maestro e manda la volpe in pellicceria. Il sardomuto fotte Andreotti, nominandolo senatore a vita. E da quel preciso istante, reciso il cordone ombelicale tra il Divo ed il suo elettorato, inizierà il costante declino di Andreotti.

L’ultimo anno è un susseguirsi di esternazioni da ogni capo del mondo, ora furibonde ora beffarde, ma sempre destabilizzanti, contro tutto e contro tutti.

Immenso, nel luglio del 1991 quando si lascia ‘sfuggire’ in un’intervista al Corriere: ‘Siamo un Paese solido. Un Paese che sopporta come ministro del Bilancio un analfabeta come Paolo Cirino Pomicino, uno psichiatra di scarsa fortuna, non deve aver paura di niente’.

Però poi va fuori controllo difende Gladio ed esalta Edgardo Sogno, riabilita la P2 , vorrebbe pm subordinati al governo.

La Dc lo scarica, il Pci e Pannella chiedono l’impeachement. Qualcuno teorizza ci sia materiale per una perizia psichiatrica. Il fronte nemico gli rivolge accuse eccessive quanto le sue esternazioni: matto, golpista, fascista, depistatore di tutti i misteri d’Italia. Smesso di ululare alla luna circondato da una congrega di ladri che verrà spazzata da Tangentopoli, Cossiga si dimette il 25 aprile 1992, con un discorso commosso e commovente alla Nazione, d cui mi piace riportare un passo: ‘Ho messaggi da lanciarvi. A tutti voglio dire di avere fiducia in voi stessi. Questo è un Paese di immense energie morali, civili e religiose. Si tratta di saperle mettere assieme’

Mancano due messi alla scadenza naturale del mandato, Mario Chiesa è già in galera, e Capaci è dietro l’angolo.

Anche dopo, Cossiga continuerà le sue incursioni nella vita politica, mai domo, mai del tutto prono, sempre più concentrato su di sé, ma con punte di onestà e verità che pochi gli possono contestare. Morirà nel 2010, ultraottantenne, dopo essere sopravvissuto (politicamente) a molti suoi avversari di quegli anni. Fu un grande presidente? No. Ma migliore di molti di quelli che avrebbero voluto cacciarlo a pedate (Andreotti, Craxi, Forlani, Gava, Leoluca Orlando, Padre Pintacuda, Mancino) decisamente sì.

Un settennato in pillole

Il 23 settembre 1985 a Napoli, la camorra uccide il giornalista Giancarlo Siani.

Il 20 marzo 1986 nel carcere di Voghera, un caffè va di traverso a Michele Sindona. La ricetta l’aveva fornita Pisciotta. porta con sè una quantità di segreti.

Il 4 maggio 1987 Gary Hart, in corsa per la presidenza degli Stati Uniti, si ritira a causa di un affaire con la modella Donna Rice. Da noi, verrebbe considerato un peccato veniale, dal momento che i politici paiono più occupati a fottere il Paese.

Il 1° ottobre 1988 a Mosca Michail Gorbaciov assume la carica di capo del soviet supremo. Il mondo sta per cambiare.

Il 15 gennaio 1989 a Praga durante la commemorazione di Jan Palach, vengono arrestate centinaia di manifestanti. Tra essi anche Vaclav Havel, drammaturgo, fondatore del movimento per i diritti umani Carta 77.

Il 24 agosto 1989 in Polonia Solidarnosc entra in una coalizione di governo

Il 9 novembre 1989 a Berlino cade simbolicamente e fisicamente il muro che divideva la città dal 1961. E la prossima volta che sentirete Salvini parlare di Schengen ricordate ai vostri figli l’emozione di quella notte.

Il 25 dicembre 1989 in Romania, dopo violenti moti di piazza, e un processo sommario durato 55 minuti vengono uccisi il dittatore rumeno Nicolae Ceausescu e la moglie Elena. Conscia del fatto che non mi faccia onore, non riesco a provare un moto di pena, oggi come allora

Il 29 dicembre 1989 Vaclav Havel diventa il primo presidente democraticamente eletto della Repubblica Ceca

Comunque sia andata, comunque vada, comunque andrà, l’aver vissuto quei giorni è qualcosa che la vita non potrà mai toglierci.

Il 22 novembre 1990 Margaret Thatcher (una delle personalità pù sopravvalutate in assoluto) rassegna le proprie dimissioni. Il periodo fortunato continua.

Dopo un susseguirsi di eventi il 29 dicembre 1991 quel che resta dell’URSS si scioglie per confluire nella comunità di stati indipendenti. Nel generale giubilo, nessuno si rende conto che loro non sanno gestire la democrazia, e noi non abbiamo gli strumenti geopolitici e culturali per gestire quel che ne deriva. A partire da quel momento, non lo sappiamo ancora, ma saranno cazzi. Amari.

il 12 marzo 1992 a Palermo viene ucciso il luogotenente andreottiano in Sicilia, Salvo Lima. Le allusioni si sprecano. Le trasmissioni televisive, pure. Nessuno sa che, in realtà, son solo i prodromi della tragedia che sarà

1978 – Sandro Pertini

L’Italia che lascia Giovanni Leone al momento delle sue dimissioni, nel giugno del 1978, è un Paese in ginocchio. Il sequestro Moro, con l’epilogo noto a tutti, ha segnato una linea di demarcazione, comunque lo si voglia leggere.

I grandi scandali, il nervosismo made in Nato per l’avvicinarsi dei comunisti al governo, il terrorismo dilagante nelle strade, la paura, palpabile, trovarono il loro culmine nella strage di via Fani e nel conseguente sequestro di Moro.

I partiti si spaccano, e la spaccatura non è più un problema di aree politiche, e di giochetti sottobanco, ma tra il fronte della fermezza e quello della trattativa.

Al primo aderiscono, su tutti, DC e PCI, e infatti la Renault rossa, col corpo di Moro nel bagagliaio, verrà ritrovata parcheggiata in via Caetani, a metà strada tra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù, sempiterna accusa ai due partiti.

Aggiungono sale sulle ferite le lettere di Moro stesso dalla prigionia, e le accuse lanciate all’indirizzo del proprio partito, ma non solo.

La morte di Moro, che sarebbe stato il candidato naturale al Quirinale, seguita dalle drammatiche dimissioni del ministro dell’Interno Francesco Cossiga, è del 9 maggio. Leone, travolto dagli scandali, dal malcontento, e dalla sua fondamentale incapacità di porsi rispetto agli eventi, si dimette il 15 giugno.

Per la sua successione sono in corsa il segretario Dc, Benigno Zaccagnini, il segretario repubblicano La Malfa, ed i socialisti appartenenti all’ala sinistra del partito Francesco De Martino e Antonio Giolitti. I primi due giungono direttamente dal fronte della fermezza (segreteria DC, PCI, PRI, PLI, PSDI e MSI), e gli altri due da quello della trattativa, che ruotava intorno al PSI di Bettino Craxi e comprendeva alcune altre personalità sparse (su tutti, Fanfani, Saragat, Pannella). Una notazione, che vedremo sarà di non poco conto, in dissenso con la linea socialista, non aderiva alla linea della trattativa un anziano socialista ligure, Sandro Pertini, classe 1896, eroe della resistenza, padre costituente, ormai da tempi immemori ai margini politicamente, nonostante la presidenza della Camera dal 1968 al 1976.

Non è fondamentale, nei giorni del sequestro Moro, ma teniamone conto, che ci servirà più in là.

Inizia il solito teatrino.

Nei primi tre scrutini, quelli che richiedono la maggioranza dei due terzi delle Camere, ciascun partito vota il proprio candidato di bandiera. Sta volgendo la fine di giugno, la maggioranza da qualificata passa ad essere assoluta (il 50%+1 dell’assemblea) ma per ben 12 volte la situazione non si sblocca.

A Craxi, in fondo, basta che non salga al Quirinale l’odiato La Malfa, e che si mantenga l’usanza dell’alternanza (un cattolico – un laico) istituitasi con l’elezione Saragat.

Pertanto Craxi, col garbo che lo contraddistingue, alza la voce con Zaccagnini mettendolo di fronte ad un aut-aut. O la DC appoggia l’ascesa di Giolitti al Quirinale, o il PSI lascia il governo Andreotti al suo destino. Ma la DC tiene duro su Zaccagnini , e il PRI non molla La Malfa.

Il quale La Malfa, come poi Pertini, finge disinteresse per la carica, ma ci tiene, e parecchio.

I comunisti dal canto loro, hanno una certezza. Vogliono senz’altro un laico, e vogliono, laddove possibile, che sia un personaggio lontano da Craxi e dal craxismo. Che Berlinguer, Craxi, lo detesta proprio (lo chiama usualmente il gangster).

E a sorpresa comincia a circolare il nome dell’ottantaduenne Sandro Pertini. Ha il peso politico di una mosca, ed è, più che altro, una vecchia gloria della resistenza. Può andar bene, al massimo, per un ruolo istituzionale ed onorifico come la Presidenza della Camera. Per il resto, i compagni socialisti, ben contenti sono che resti sul suo piedistallo di monumento.

Anche questa candidatura nasce, in fondo, come fumo negli occhi. E sono molti a pensare che, dopo un paio di tornate, il vegliardo possa ritirarsi in buon ordine.

Non hanno fatto i conti con il carattere dell’uomo, ma soprattutto non sanno che la carriera politica di Alessandro Pertini, nato a Stella (SV) ottantadue anni prima, sta per iniziare proprio adesso. Pertini ha due cose che lo rendono inviso a Craxi ed amato dai comunisti. Anzitutto predica il ritorno all’unitarietà della sinistra (una cosa che demolirebbe il potere craxiano) e poi, ha il pallino della ‘questione morale’, non diversamente da Berlinguer. Nel 1974, da presidente della Camera, rifiutò di firmare l’aumento dell’indennità dei deputati, e fu anche assai vicino ai pretori d’assalto durante l’affaire dello scandalo petroli.

Non foss’altro che per questo, sia Craxi che la DC hanno forti perplessità. Così il 2 luglio, per cavarselo finalmente dai piedi, Craxi lo lancia come candidato unitario della sinistra tutta. Ma Pertini, privo del reale appoggio di un partito politico, annusa l’aria, e con una mossa geniale (lui che non è affatto politico navigato, ma è comunque più astuto di quanto lo si faccia) chiederà, furibondo, di non essere votato.

Tutti lo credono fuori dai giochi, invece lui comincia a tessere la sua tela e a riallacciare antichi rapporti con Amendola, Natta, lo stesso La Malfa.

Nel frattempo le votazioni proseguono, tramonta Giolitti, e pare prendere corpo l’ipotesi La Malfa. Craxi, piuttosto, incendierebbe Montecitorio con tutto il suo contenuto umano, Andreotti, lucidamente, comprende che i giochi son comunque fatti e prima di far eleggere Pertini dalle sole sinistre, convince la DC a far buon viso a cattivo gioco ed accodarsi.

Pertini, sempre con l’aria di quello che non ci tiene, dirà: “Quando mi hanno offerto la presidenza della Repubblica, a 82 anni, io sono diventato pallido come un morto. Questi miei giovani compagni del Psi, invece, quando gli offrono una carica se la prendono senza batter ciglio. Comunque son sicuro che, dei miei 832 elettori, almeno la metà si sono già pentiti”.

La sua sfrontatezza è pari solo alla simpatia, perchè, in realtà, quando lo eleggono, ha già pronto il discorso di investitura.

Discorso che si rivelerà un mix di antifascismo, resistenza e questione morale, un ricordo di Moro (però lui fu per la fermezza), un po’ di riconoscenza pure a Leone. Tutti plaudenti. Ma Pertini, all’uscita miaccerà bonariamente: “Chi si illude che io duri poco, se lo levi dalla testa. Mia madre morì a 90 anni, e solo perché cadde da una sedia. Mio fratello ha felicemente raggiunto quota 94…”.

La sua simpatia e la sua umanità quelle davvero mai false, lo proteggeranno da critiche che avrebbero fatto a pezzi chiunque altro.

Che Pertini, fuori dal santino del presidente con la pipa, è, con rispetto parlando, un rompicoglioni di prima categoria, e travalica un giorno sì e l’altro pure il suo mandato costituzionale.

Gli agiografi, ma anche molta stampa dell’epoca, sorvoleranno sui plurimi strappi alla Costituzione che saranno la base di quel presidenzialismo strisciante a base di “esternazioni” a ruota libera, poi ampiamente sviluppato e istituzionalizzato da Cossiga, Scalfaro e Napolitano.

Di onestà unanimemente riconosciuta, la sua immagine rigorosa ma pur sempre bonaria è quel che ci vuole per riportare dignità ad una carica uscita distrutta dalla presidenza Leone (col senno di poi anche al di là dei demeriti di Leone e famiglia). Mai sfiorato da scandali, si distinguerà per essere il primo presidente a conferire mandato e nomina ai primi due governi non a guida DC: prima quello di Giovanni Spadolini, poi quello di Craxi (che pure Pertini non ama affatto). In più Pertini, non tiene famiglia.

Sposato con una psicologa, Carla Voltolina, diretta ed intelligente, ma abbastanza bizzarra e senz’altro refrattaria all’esposizione mediatica, non alloggerà mai al Quirinale, utilizzandolo solamente da ufficio.

D’altronde, quanto a presenzialismo, basta lui per tutti, bacia bambini, abbraccia madri e nonne, piange ai funerali, e pur di essere a favor di telecamera non si cruccia di intralciare i soccorsi: dal pozzo di Vermicino al terremoto in Irpinia, Sandro Pertini, il nonno degli Italiani, c’è. E pazienza se la scorta intralcia ambulanze e quant’altro.

Eppure, la gente comune, fatto raro in un Paese atavicamente diffidente come l’Italia, gli crede. Perchè Pertini, che non si fa problemi a dire pane al pane, vino al vino e cretino al cretino, dà l’impressione di credere nelle cose che dice. Poi, perchè, anche quando piange, non sembra farlo a comando. Ed è capace di gesti spontanei. Al Bernabeu, durante la finale dei Mondiali, mentre agita l’inseparabile pipa. Ma anche a Padova, quando va a riportare a casa il compagno Enrico, che s’è accasciato dopo un comizio. E sarà a piazza San Giovanni, il 13 giugno 1984, mentre un milione di persone danno l’addio al sogno di un comunismo diverso.

Nel frattempo, eletto Wojtyla, comprende come anche lì ci possa essere uno spazio da riempire e il vecchio compagno socialista ed ateo fraternizza con lui come se fosse il parroco sotto casa.

Ogni tanto ha delle uscite da delirio. Memorabile quando interruppe un viaggio ufficiale in Sudamerica per andare a lacrimare sulla bara del presidente sovietico Cernenko, che, per dirla, non è che fosse un amico e men che meno un campione di democrazia. A voler essere maligni, probabilmente seguì il cambio di rotta di fotografi e giornalisti.

Egocentrico, estroverso, collerico, intollerante verso qualunque cenno di dissenso, Pertini si affaccia informale in televisione nei giorni pari e quando può pure in quelli dispari.

Non si contano gli esecutivi italiani ferocemente incazzati dopo qualche uscita. Un giorno il povero Maccanico, suo segretario generale, ormai alla disperazione, lo chiama a Selva di Val Gardena dov’è in vacanza: “Forse, Presidente, se mi posso permettere, troppe interviste potrebbero danneggiarla”. dall’altro capo del filo il pacifico vegliardo lo investe come un tir: “Io parlo con chi voglio, di cosa voglio, quante volte voglio!”.

Nel 1985, a fine settennato, i partiti ormai al limite della sopportazione respingono al mittente ogni avance dell’arzillo ottantottenne che preme per una riconferma. Piuttosto richiamerebbero Umberto II da Cascais.

E votano in massa per Francesco Cossiga. Il mite, taciturno, riservato sardo. Uno che chiamano il sardomuto. Ma le apparenze, si sa, ingannano.

Un settennato in pillole

il 9 maggio 1978, dentro il bagagliaio di una Renault rossa, viene ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro.

Il 30 giugno 1979 a Torino si svolge la prima giornata dell’orgoglio omosessuale in Italia. Partecipano 5000 persone. La svolta è epocale. E in un lungo percorsa, non ancora terminato, l’Italia impara che quel che una volta poteva essere solo sussurrato può essere anche mostrato in pubblico

il 27 giugno 1980 un DC 9 dell’Itavia in volo tra Bologna e Palermo scompare dai radar 40 miglia nautiche a Nord di Ustica. 81 morti. 35 anni dopo, non si è ancora riusciti ad appurare non tanto le responsabilità, ma nemmeno cosa sia realmente accaduto. Uno dei molti misteri d’Italia.

il 13 giugno 1981 dopo tre giorni di disperati tentativi di soccorso, a Vermicino muore il piccolo Alfredino Rampi, caduto in un pozzo profondo 80 metri. La RAI seguì in diretta le ultime 18 ore. Nasce la tv del dolore.

Nel mese di dicembre del 1982, l’editore Edilio Rusconi che aveva unificato 18 piccole emittenti private per creare una rete a diffusione nazionale a nome Italia 1, vende quest’ultima a Silvio Berlusconi per 35 miliardi di lire. Italia 1, che dal 1981, con un escamotage trasmette il segnale di Canale 5 sull’intero territorio nazionale. Noi non lo sappiamo, ma la nostra vita sta per cambiare. Irrimediabilmente.

Il 17 giugno 1983, nell’ambito di una più ampia operazione contro la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, viene arrestato il sin lì notissimo presentatore televisivo Enzo Tortora. Ne uscirà assolto (e distrutto) tre anni dopo. LA sua storia diventerà emblematica della mala giustizia in Italia

Il 10 maggio 1984 Pietro Longo, segretario del PSDI e ministro del Bilancio, rassegna le dimissioni perché tra gli iscritti nelle liste della Loggia P2. In realtà la P2 è ovunque, in ogni organo dello Stato.

Il 7 ottobre 1985 la nave da crociera Achille Lauro viene sequestrata da un commando guerrigliero palestinese

L’8 ottobre i dirottatori palestinesi uccidono Leon Klinghoffer, cittadino statunitense di origine ebraica; gli altri ostaggi sono liberati grazie alla mediazione dell’OLP e in cambio di un aereo con cui fuggire

Il 10 ottobre i caccia F-14 Tomcat della Marina degli Stati Uniti intercettano l’aereo egiziano che trasporta i dirottatori della Achille Lauro e lo costringono ad atterrare nella base NATO di Sigonella, in Sicilia dove le autorità italiane prendono in consegna i prigionieri contro la volontà USA e impongono all’aereo di raggiungere Belgrado. Non stiamo a dire quanto si incazzano gli Americani. Craxi però di più, e alla fine vince il braccio di ferro. Ma soprattutto, per una volta, salverà la faccia.