Ma l’estate va e porta via con sé anche il meglio delle favole

Gli esami di Stato sono in pieno svolgimento, mentre milioni di italiani sono alle prese con l’allocazione della prole causa chiusura scuole. Insomma, è ufficiale. E’ iniziata l’estate.

E con questa scusa,  un sacco di gente circola con degli outfit che ti vien da invocare Enzo Miccio per dargli fuoco all’armadio. Con loro chiusi dentro, possibilmente.

Non che chi scrive sia precisamente una gnocca imperiale o un genio del buon gusto, però un po’ di senso del limite non guasterebbe, invero.

In ordine sparso mi limito ad osservare che:

1. Ubriachi, bambini e leggins bianchi non mentono. Mai. Quindi se al tuo culo hanno appena assegnato il CAP, riflettici. Attentamente. E poi opta per un altro colore.

2. Sì, l’abbiamo capito tutte che i mini shorts sono la moda dell’anno. Il problema è che stanno bene a tua figlia, sedicenne, taglia 40, 1 metro e ottanta, 50 chili bagnata, non a te, quarantenne, taglia 50, 1 metro e 40, 80 chili a digiuno. E’ uno di quegli sciagurati casi in cui invertendo i fattori il prodotto cambia, cazzo, se cambia.

3. Va bene la zeppa, va bene il plateau, ma cerchiamo di mantenere un equilibrio (e di mantenerci in equilibrio, soprattutto). Certe scarpe più che in ufficio, farebbero la loro porca figura sulla Salaria, dove ci sono più puttane che lampioni

4. Lo so sono usanze vetuste, però noi negli anni ci siamo affezionati: i piedi, si lavano. Le ascelle, pure. E i peli, si eradicano. Non fatelo per voi, fatelo per noi.

5. Il fatto di essersi rifatte le tette per affrontare di petto la stagione non implica che ce le dobbiate proporre a colazione, pranzo e cena. Siete pur sempre in un’afosa città del Nord Ovest, non a Gabicce Mare.

6. Se siete uomini, evitate il sandalo da frate, il camiciotto ed il calzino bianco. E magari anche lo short, il bermudino e quant’altro evidenzi una gambetta (o gambotta) pelosa e bianchiccia. Oltre tutto, sappiatelo, tutti questi orpelli, in singolo o, somma sventura, combinati tra loro, provocano un crollo dell’ormone in qualunque femmina appena sana di mente compaia sul vostro cammino. Non fatelo per noi, fatelo per voi.

Perchè, diciamocelo francamente, qui fa caldo da tre giorni e pare già di stare al Circo Togni.

Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi

Questo post doveva uscire ieri. Poi, ho deciso di optare per un lunedì film. Non tanto per il lunedì film in sé, che tutti campano serenamente pure senza, ma per dare un segno. Iome è tornata.  E con lei le gesta dell’Uomo, ineguagliabile co-protagonista delle sue giornate.

I fatti. Iome è in trasferta estera e in quelle occasioni, come è ovvio, l’Uomo si occupa in toto della nana. Trucco e parrucco compresi. Data l’età, ovviamente, stiamo parlando di parrucco.

Negli ultimi tre dicasi tre anni di materna la nana, deprivata della madre, è arrivata a scuola con codini fantasiosi. In alcuni casi, molto fantasiosi.

Una decina di giorni fa, invece si presenta con una coda alta perfettamente tirata, e ribadisco perfettamente tirata e purecentrata. La maestra si stupisce e dice all’Uomo: ‘Sua moglie è tornata?’. ‘No’. ‘E chi l’ha fatta questa bella coda alla nana?’ ‘Io.’ la maestra trasecola ma di fronte a tanta loquacità non approfondisce.

L’Uomo dimentica in toto la conversazione, avendo ben altro da fare, e la faccenda giace. Poi la genitrice rientra e la maestra la prima cosa che le chiede non è ‘Sei viva? Stai bene?’ ma: ‘sai che tuo marito ha imparato a fare delle code perfette?’ Iome che è una gran paracula annuisce e sorride, come se fosse tutto così ovvio. In realtà la curiosità la rode e appena mette il piede fuori chiama immediatamente l’Uomo.

‘Scusa, ma da quando hai imparato a farle la coda?’ ‘Te lo spiego a casa’ ‘???’ ‘Fidati che è meglio’ decido di fidarmi, intanto l’infante è viva, e gode di buona salute. Non potrà essere nulla di grave.

A sera mi spiega.

‘M’ero rotto le palle di fare le code sghembe. Poi ho pensato, su youtube c’è tutto, magari c’è pure quello. E ho scritto ‘fare la coda alle bambine’ ‘E allora?’

‘Beh, ecco, prendi l’aspirapolvere, quello piccino, e togli la bocchetta, che ti resti solo il tubo. Poi, metti l’elastico sul tubo medesimo. Infine accendi l’aspirapolvere e aspiri i capelli. Quando sono ben tirati applichi alla coda l’elastico posizionato sul tubo. Funziona’

Io mi sono versata un altro bicchiere di vino e ho deciso di non fare più domande.

Seduto o non seduto faccio sempre la mia parte

E’ vero il fatto che i figli ti spingono a fare cose che non avresti immaginato mai.

L’antefatto. La nana frequenta un corso di danza. Una danza gioco, quindi non immaginatevi punte e affini. Diciamo una faccenda che s’avvicina alla danza ed insegna a sciogliersi un poco.

Le piace, ci va volentieri. Al momento non si segnalano scene di isteria collettiva con madri di aspiranti prime ballerine del Bolscioi a cagare il cazzo.

Almeno, così pare, visto che in effetti, la nana, per l’intera stagione, deve essere apparsa ai più orfana, dal momento che l’accompagnamento della stessa è stato delegato in toto alla nonna, cioè mia madre.

La quale, circa quindici giorni fa, mi annuncia che fra due domeniche sarebbe avvenuta la vendita dei biglietti per il saggio. In genere queste comunicazioni mi vengono date mentre sto lavorando, e tra una grandinata di casini e l’altra reagisco con la seraficità propria di un’ottuagenaria sotto xanax. Sorrido e dico: ‘vabbé e che ci va? Solo, aspetta che me lo segno.’

A quel punto la genitrice si sente in obbligo di estendermi il punto due della faccenda, che da qui in poi chiameremo corollario (per non chiamarlo in almeno venti altri volgarissimi modi).

Pare infatti che svolgendosi il saggio medesimo nel locale teatro comunale, la prevendita dei biglietti scateni bassi istinti omicidi tra le genitrici delle Pavlova in erba, con gran cacatura di cazzo generale.

E sì, perché, mentre le nanerottole si arrabattano nella loro danza-gioco, giovani virgulte dedite alla qualunque (jazz- hip-hop e altre robe di cui fino a ieri disconoscevo l’esistenza) e spalleggiate da madri con una dose di maniacalità che in confronto il padre di Michael Jackson era la Montessori reincarnata, s’accalcano per sti cazzo di biglietti.

Il locale teatro comunale ci conterrebbe tutti più o meno egregiamente, ma si dà il caso che io debba a) collocare l’intero nonnodromo senza che esso debba assistere alla prémière dopo aver fatto ventisette piani di scale, b) sistemarlo evitando di farlo pencolare nel vuoto, c) tenere conto del meteo, che lì dentro fa caldo già d’inverno figuriamoci in estate, e comunque in questi giorni stiamo sfiorando temperature subsahariane.

Per contro, quando mi è stato detto che c’è gente che s’accampa alle 5.30 della domenica mattina per un biglietto che verrà venduto a partire dalle 14.30, ho fatto una crassa risata e sollevato il dito medio.

Poi. Poi mi sono fatta il film del: nonnodromo incazzato (si vede, non si vede, fa caldo, fa freddo, fa tiepido, minchia le scale, minchia lo strapuntino, minchia lo sgabello, minchia appunto), la nana che si guarda intorno cercando la sua famiglia, senza riuscire a metterla a fuoco, gli occhi pieni di lacrime e un trauma che le costerà anni di psicoterapia peraltro priva di esiti. E sarebbe tutta colpa mia. Rendiamoci conto.

Insomma le pippe medie della media madre italica preda dei sensi di colpi e della propria comprovata coglionaggine.

Per cui, giusto ieri, all’alba delle 8.30 salpo da casa alla volta del sito in cui si sta svolgendo sì pregiato raduno. Direte, non rompere il cazzo che le 8.30 non sono l’alba. A parte che per me le 8.30 della domenica SONO l’alba, la tragedia incombente nasce dal resto.

Intanto, per essere le otto e mezza fa già abbastanza caldo, nonostante un temporale notturno che non è servito ad altro che ad alzare una cappa di umidità che rende bianco il cielo e ad inviperire oltre misura un battaglione acrobatico di zanzare sponsorizzato dalla locale sezione AVIS.

Arrivo, e scopro che la mia levataccia si è meritata il numero 29. Siccome caduno può ramarsi su 6 biglietti, significa che sono già evaporati (e parola mai fu più appropriata) 174 posti a sedere.

Scopro inoltre che c’è gente che staziona DAVVERO lì dalle sei. Vorrei potermi ubriacare. Ma fa troppo caldo. Cerco di fuggire, recando con me il numeretto artigianale che mi hanno appioppato e mi guardano come un’idiota. Comprendo di aver pestato la prima merda di una lunga giornata. Mi spiegano, con la pazienza che si utilizza con i minus habens, che potrebbero essere contraffatti i biglietti, quindi solo la permanenza è simbolo di garanzia.

Vorrei ribattere che a) contraffare i biglietti oltre ad essere una roba da mentecatti è anche inutile (se ti ritrovi con due otto, che cazzo fai, indici una battaglia gladiatoria e vinca il migliore?) b) chi cazzo vuoi che si metta a contraffare un 29, onestamente. Uno col 62, direte. In effetti, può essere.

Ma non ho voglia di questionare, non ho voglia di fare il genio della lampada, arrivo da una settimana di merda, e me ne attende una altrettanto merdosa. Fa caldo, e io odio il caldo sin dall’infanzia. Mi siedo, e cerco di partecipare a conversazioni che non condivido con gente che non comprendo. Un’allegria di naufragi.

Ogni tanto mi chiama l’Uomo, rimasto a casa a badare alla nana. Quando non chiama onestamente è meglio. Che non è che mentre sei lì a romperti le palle, al caldo, senza vie di fuga, sentire uno dall’altra parte che ripete come un mantra, ‘ma va’ che cagata, ma va’ che cazzata, ma siete una massa di deficienti’ sia esattamente terapeutico. O meglio sarebbe anche terapeutico, se tu potessi prenderlo a pedate. Ma è distante. E si meraviglia pure che ti incazzi.

L’Uomo, poi. Lo stesso che poi, se la nana non ci avesse visti, e pianto successive calde lacrime, avrebbe intonato la litania b. ‘Ma poverina, ma povera stella, ma povera gioia’.

Finalmente alle 14.30 s’appalesano con i biglietti. Nonostante la ‘prevendita’ dei numeretti, è bagarre. Iome osserva in disparte che lei non ce la può fare, né tanto né poco. Poi gli animi si calmano, le isterie s’affievoliscono, e restano solo le frecciatine puerili.

Iome ne uscirà due ore più tardi. Dopo otto ore colà trascorse. Praticamente una giornata di lavoro. E con posti a sedere decorosi. Che comunque, qualora non dovessero piacere, a chi avrà da ridire faccio mangiare il programma.

Ne uscirà due ore più tardi, dopo un’attesa che neanche per il concerto del Liga ormai troppi anni fa. Dopo ore di chiacchiere inutili, con una sensazione di incredula perplessità, che lei, iome, si è sentita per una vita superiore a ste cagate e invece eccola lì, disciplinata come una scolaretta.

Ne uscirà due ore più tardi, con l’onesta convinzione che se l’anno prossimo la nana dovesse ancora optare per la danza, sarà ancora lì disciplinatissima, ad onorare una manfrina che, al fondo, disprezza (anche se spera, in franchezza, che la nana si dia al rugby).

Ne uscirà due ore più tardi dopo aver capito che puoi andare e tornare, e crederti intelligente, di buon senso ed emancipata. Ma alla fine, la vita ha quel potere atavico, che si riassume nel fatto che i figli so’ piezz’e core. E non c’è niente da dire. E soprattutto non c’è niente da capire

Qui la gente va veloce ed il tempo passa piano

Come un treno dentro a una galleria.

In realtà qui veloci sono pure i giorni. E le notti, e le ore. E per scrivere, per dire, per raccontare ci vorrebbe anche tempo. E qualche residuo neurone. Mica quella specie di poltiglia cerebrale che accompagna le mie giornate.

Dovessi definirmi in questo momento, mi direi vagamente catatonica. una cosa che, a vedermi non si direbbe. Che in realtà sono tesa come una corda di violino, adrenalinica il giusto, sul pezzo più si che no.

Tre anni di crisi, sebbene (baciandoci i gomiti per il gran culo avuto) non nerissima, hanno lasciato le loro scorie.

E iome non ci era più abituata alla stagione tesa. Ai nervi scoperti, alle pezze messe all’ultimo. Agli anelli di Saturno, quelli veri.

Il risultato è una stanchezza stordente. La sensazione di perdere il controllo, sempre, anche se poi, alla fine, t’accorgi che non ti è sfuggito mai.

Osservo il mondo da un oblò, ma il vetro è un po’ appannato. Non leggo, non scrivo, comunico l’indispensabile. Vado in piscina. E ho ripreso a dormire. Ma a sasso, proprio. Dopo essermi pacificata su alcuni aspetti non proprio marginali. Il resto (leggere, scrivere, comunicare) tornerà, presto, appena il resto lascerà un po’ di spazio.

Osservo il mondo da un oblò

E mi stupisco del paesaggio.

Avere figli che frequentano la scuola è un’istruttiva finestra sul mondo. Non solo quello dell’istruzione, che uno capirebbe pure, ma soprattutto quello dei cagacazzo professionisti.

Iome scopre a metà mattina da un’allarmatissima madre che domani la mensa sospende il servizio causa sciopero. Ai nani verranno mollati dei panini (quindi no, non temete, non verranno lasciati a digiuno).

Né iome né l’Uomo si sono accorti del foglio campeggiante in bacheca. Non che il saperlo avrebbe in alcun modo variato il corso degli eventi, peraltro. Per cui, iome educatamente ringrazia e per non dare proprio totalmente l’idea di sciacquarseli proferisce la seguente frase: ‘Beh, saranno contenti i bambini, potranno pensare di fare un picnic’.

Se state pensando che è una frase del cazzo, vi prego di tener presente che in quel momento ella era in ben altre faccende affacendata, che la questione le pareva residuale, e che, soprattutto, non poteva fregargliene di meno.

E comunque se è vero che tale frase non suggerisce gran profondità di pensiero, è vero anche che non pare recare in sé i germi della polemica. Di nessuna polemica. Né presente, né passata, né futura

Invece, nostrasignoradellalogorrea dà la stura alle sue lamentazioni.

In primis i panini non sono ‘alimentarmente eliquibrati’. Ora. A parte che dipende da quel che ci metti dentro. E a parte che per una volta non gli si scompensa il metabolismo, alla creatura, possiamo per favore ricordare che il compleanno di tuo figlio l’hai organizzato nel regno del cheeseburger? E secondariamente, che ogni volta che ti incontro a spasso con detta creatura essa tiene in mano una fettazza di pizza unta e bisunta. E sono di media le sette e mezzo di sera. Ma stammi su di dosso, va’.

Ma non finisce lì. Perchè poi si arriva al punto focale del problema. ‘E poi farci pagare il ticket mensa per i panini, roba da denunciarli’. Ah, ecco. Cioè in realtà quel che ti ruga bella mia è che tuo figlio paghi ticket pieno per dei panini.

Il primo istinto è di dire la verità. E cioè che non me ne può fottere di meno. Che non perdo il mio tempo dietro cotante cagate. E che comunque considerando che in quel ticket mensa rientrano panini + merenda (come tutti i giorni) non mi sento comunque defraudata. Ma mi son fatta furbina. Che l’ultima volta che ho tagliato corto (non me ne può fregare di meno) mi è stato risposto che è perchè ‘sono ricca, evidentemente’. Che detto da una che non fa un cazzo e ha un patrimonio pari al PIL di un medio stato africano avrebbe anche delle notazioni comiche, ma vabbé.

Quindi per evitare la rissa, sono stata sul neutro e professionale. ‘Temo che per questo non ci sia nulla da fare. Ma se vuoi occupartene tu e poi tenermi informata…’

Detto ciò torno ad osservare il mondo da un oblò, sperando di potermi annoiare, come diversivo

Como no hay otro igual que me hizo comprender todo el bien, todo el mal

E finí che iome conobbe la povna in terra iberica, là dove gli aranci son fioriti già da tempo. E anche se inconsueto il luogo, a iome non pare strano affatto che lo sceneggiatore abbia scelto le terre del Turia per ambientare l’incontro, che in fondo, per lei, questo è paesecheécasa tanto quanto quell’altro in cui risiede.

Ed insieme alla povna, iome conosce in un solo colpo Mr e Mrs Mifflin (che insieme alla povna medesima son stati invitati e non per proforma sui colli pedemontani) e poi l’ingegnera tosta (che si capisce subito che è tosta davvero) e Mr. House. E i Merry Men. 

E anche qui lo sceneggiatore ci lavora da par suo. Che iome all’andata, sull’aereo, vince non una ma ben due scolaresche.

E di fronte al loro entusiasmo per decollo e atterraggio già non poté esimersi dal pensare che di questi ragazzi invidia il candore, e lo sguardo limpido, che a lei troppe cose ormai paiono scontate.

E di fronte a certi stupori dei Merry Men si è convinta che si, il mondo lo salveranno i ragazzi, a noi tocca solo dar loro un supporto cercando di non perdere la poesia.

Poi il tempo scorre rapido e iome si rimette al lavoro. Ed è un susseguirsi di incontri. E di colpi di scena, pure. Che qua tutto pare sceneggiato da un tizio sotto sostanze psicotrope, ma va bene cosi.

E anche se in realtà così non va affatto bene, il barattolo, caro alla spersa, si riempie e si svuota e si riempie di nuovo, e avanti finché ce n’è.

Resta che questa trasferta, intensissima, che ha unito terra ispanica e germanica, che ha avuto spostamenti piuttosto impegnativi pure fisicamente, ed ha unito contrattempi e botte di culo, ha aggiunto nuovi livelli di consapevolezza che devono sedimentare, ma di cui prima o poi riparleremo senz’altro.

 

Ninna nanna, ninna nera, ninna nanna senza vela

Questa settimana il venerdì del libro, salta. So sorry. Potrei addurre plurime scuse, ma la realtà è che non so cosa dire. Il vuoto pneumatico nel cervello. In questo preciso istante potrei leggere, al massimo, le massime dei Baci Perugina.

Sono stanca. Stanca morta. Esausta proprio. Perché? Perchè non dormo più. Se fosse un film, sarebbe Sleepless in Seattle. Solo che questa non è Insonnia d’amore. E’ insonnia e basta. E per una che ha passato la vita ad essere narcolettica, è un problema mica da niente.

Ho la verve di un mocio vileda e la capacità di sopportazione di John Mc Enroe, per cui avviso, il primo che mi scrive nei commenti: ‘sei stressata’ vince un vaffanculo. Lo so da me, grazie.

Ho anche pensato alla gloriosa politica più serenase per tutti. Ma si dà il caso che mi sia richiesta una certa lucidità che non posso permettermi di inficiare. Che poi. Alla sera alle undici, undici e mezzo, miseramente crollo, lessa come un cavolfiore. Il problema è che poi mi sveglio alle due, due e mezza. Lucidissima.

E comunque.

Non avete idea della quantità di cose che si possono fare di notte, mentre gli altri dormono beatamente.

Nell’ordine:

1. Ascoltare l’Uomo che russa. E provare l’insopprimibile desiderio di mollargli una pedata e svegliarlo. Tutta invidia, ovviamente.

2. Essere utilizzata da circa materasso dalla nana che tenta di spalmarmisi addosso come lo stracchino. Senza peraltro nemmeno disturbare visto che sono GIA’ sveglia. E pure da mo’.

3. Controllare compulsivamente la posta elettronica. Alle 4.44. E sentirmi una colossale testa di cazzo.

4. Leggere l’ultimo libro della Cornwell, che fa, oggettivamente, cagare. Sperando di essere sopraffatta dalla noia (e invece lo sto finendo, per dire come sto messa)

5. Ascoltare in cuffia i Blu Notte di Lucarelli, sperando che la timbrica monocorde mi faccia dormire.

6. Giocare a Ruzzle con emeriti sconosciuti messi male come me (o dall’altra parte del mondo, sperasi per loro)

7. Andare al bagno. Circa ventisette volte e senza necessità alcuna (giusto per darsi un tono)

8. Essere attraversata dal pensiero di alzarsi, andare ad accendere la tv, e vedere le repliche della Signora in giallo su un qualche canale di quelli crime (no, non l’ho fatto, ma solo perché fa ancora troppo freddo, me la tengo però buona per la tarda primavera e l’estate)

9. Giocare a Mahjong

10. Pensare che se voglio riaddormentarmi dovrei smettere di pensare. Che è già un bel controsenso in sé, pensare di smettere di pensare

Tutto questo va avanti dalle due, due e mezza fino alle sei, sei e un quarto. Poi mi riaddormento. Peccato che dopo un istante suoni la sveglia e io mi senta come un pugile suonato appena sceso dal ring.

A volte un dettaglio può uccidere una poesia

Qualche settimana fa, nel marasma generale, iome è stata ingaggiata come wedding planner. Trascurando, per carità di patria, le circostanze dell’ingaggio, val la pena ricordare che a iome si potrebbero affidare, con speranza, diversi incarichi.

Un piano di marketing, un animale domestico, un’esecuzione testamentaria, la cura di un infante. Ma l’organizzazione o anche solo il supporto all’organizzazione di un matrimonio, anche no. Ella ricorda, peraltro, l’organizzazione del suo come un film horror malamente sceneggiato.

Il problema è che iome non sopporta l’espressione delusa nello sguardo dell’interlocutore e quindi si fa regolarmente fottere.

Finisce pertanto che domenica iome, l’uomo, la nana e la nonna della nana (che sarebbe mia madre) si recano in noto magazzino scandinavo per ottemperare all’operazione centrotavola. In realtà l’operato di iome si traduce in bassa manovalanza, che la direzione le ha fornito direttive stringenti.

Pure, con un carrello debordante minchiate non previste, l’intera truppa, di fronte al l’unico oggetto che si sarebbe dovuto senza meno comprare, vacilla.

Non hanno cuore di acquistare una roba che nel ruolo di centro tavola avrebbe la stessa credibilità dell’Uomo quale primo ballerino della scala.

Passano un paio di giorni e iome prega l’Uomo di trasferire i mesti risultati durante una delle operazioni di consegna nana.

L’operazione le pareva semplice e scevra di pericoli.

L’Uomo parte bene spiegando che, purtroppo, nulla di adatto era stato selezionato per l’evento primavera/estate. La cosa nelle intenzioni avrebbe dovuto chiudersi lì.

Invece è stato investito da una raffica di domande. Un interrogatorio a tutti gli effetti. Durato venti minuti, nel corso dei quali non voglio nemmeno sapere quante ne abbia tirate al mio indirizzo.

Sull’ultima, però, mi è crollato miseramente. ‘Ma davvero le candele galleggianti non vanno bene?’ L’Uomo: ‘Mah, sì, sono un po’ cosi’. L’altra: ‘Ma così in che senso?’ L’Uomo: ‘Eh. Sembrano dei lumini da morto’.

Inutile dire che è sceso il gelo.

E la fatica è un dovere ma non ti sottrai

Quando pensi di sapere tutto sulla stanchezza, arriva sempre una settimana che sposta l’asticella più in alto.

Al netto, considerando la scolpitura di culo mia e dell’Uomo negli ultimi venti giorni, dovremmo avere delle chiappe marmoree.

All’interno del caravanserraglio, e in ragione di una serie di eventi che possiamo serenamente trascurare, venerdì il reparto femminile della famiglia era tutto impegnato in attività collaterali e varie amenità.

Pure, la nana, in tutta la sua scintillante nanitudine, ha gentilmente ricordato agli astanti che ella il venerdì avrebbe palestra.

Dopo rapido calcolo delle possibili alternative, l’Uomo si incarica dell’operazione.

Non che necessiti di aiuto, visto che si occupa attivamente della nana dal dí che gli ha cagato addosso (letteralmente) dieci minuti dopo essere nata.

Pure, abbastanza ovviamente, dopo averla raccattata all’asilo, giunto in palestra, si è diretto con passo bello sicuro nello spogliatoio maschile. Per evitare che il nugolo di donne variamente discinte alberganti nello spogliatoio femminile lo corcasse di mazzate.

La nana si è blandamente (blandamente un cazzo, che lei è femmina) lagnata, ma poi se ne è fatta una ragione.

Il meglio, stante l’Uomo, è stata l’éntrée della nana nello spogliatoio. Il vento siberiano è spirato nella stanza. Pantaloni a mezz’asta son risaliti al volo. Tutti in attesa che la principessa si mettesse leggins maglietta e scarpette e si cavasse dai maroni.

Ora. Gli spogliatoi femminili sono letteralmente invasi da nani di sesso maschile. Ma non la facciamo così lunga. E vaghiamo serenamente nude, partendo dal presupposto che qualche tetta (più o meno cascante) e qualche patata l’abbiano già vista anche a casa. E a giudicare da come vagano le loro madri (ignude anch’esse) c’è da scommettere di non essere lungi dal vero. Quindi, a meno che i padri non viaggino con pudende perennemente coperte, direi che la reazione è da addurre al fatto che son scarsamente avvezzi a frequentazioni naniche nello spogliatoio maschile, soprattutto se femminili.

E quest’ultima ci dice molto, moltissimo, sulla parità di genere. Con buona pace della festa della donna.

Basta vivere come le cose che dici

Dei molti, interessanti, spunti sorti dai commenti di ieri, uno varrebbe la pena estrarre dai commenti per dargli dignità propria.

Si parlava della necessità di staccare, che pare ovvia, ma così ovvia non è.

Come dicevo, a me lo stacco, serve per ripartire. Non ho bisogno di chiedere il permesso per staccare, il costo del mio stacco esce direttamente dalla mia tasca.

Quel che forse può risultare più interessante è che nemmeno i miei dipendenti debbono chiedere di staccare. E neppure debbono chiedere parecchie altre cose, a dirla tutta.

Alcuni pensano che dietro al mio modo di gestire il personale vi sia una trascuratezza di fondo. Il che, sia ben chiaro, non è.

Una quindicina di anni fa, circa, mi occupavo di personale e strutture organizzative. Dicevano, gli altri, che avessi un certo qual talento nella cosa. Son convinta, io, (e qui mi lodo e pure m’imbrodo), che senz’altro quell’ambito era quello in cui mi esprimevo, professionalmente, al meglio. Nel senso di: con maggior destrezza, sicurezza e acutezza di visione.

Pure compresi, rapidamente, che ciò non faceva per me. Neo-laureata, ero convinta, davvero, che un altro mondo fosse possibile. Beata innocenza. Purtuttavia, tra i miei molti difetti, certo non si può dire che non sia lesta a fiutare l’aria. Un altro mondo sarà anche stato possibile ma non in questa vita.

La gestione del personale, in Italia soprattutto, ma non solo, è fondata sul concetto cardine che ‘lo schiavo ha da schiattà’. Una volta compreso questo dogma, il resto vien da sé.

Non aiuta l’impreparazione, oggettiva, di molti direttori del personale, anche in realtà importanti, di fatto impreparati a gestire il personale, e le cui capacità sono solo di taglio analitico (ridurre i costi in primis). Quelle cosette che andrebbero sotto il nome di formazione (possibilmente non a pioggia, che è tra le cose più inutili del globo), di incentivi, di sviluppo di carriera, di selezione mirata, sono solo un vuoto rumore di fondo.

Quando cominciai, sempre beata innocenza, ero convinta che la gestione del personale dovesse essere a misura di persona. E non una mera ottimizzazione economico finanziaria delle risorse. Ne ero convinta come quasi tutti quelli della mia generazione, peraltro. Realizzato che il potere decisionale era in mano a chi scambiava la funzione di direttore del personale con quella di poliziotto (pure stronzo), una parte anche ampia di quelli che credevano di cambiare il mondo si assoggettò rapidamente (e senza troppo sforzo, aggiungerei), altri, tra cui io, considerarono che se volevam fare i poliziotti entravamo in polizia, e passammo ad altro.

Resto convinta che una gestione ‘umana’ renderebbe le aziende più efficienti. E nel mio piccolo, l’ho visto accadere. Oggi, di quelle questioni mi interesso al più sotto il profilo dell’interesse personale. Resta la desolazione dello spettacolo che ci si presenta quotidianamente dinanzi agli occhi.

Di seguito un decalogo ad uso e consumo del medio direttore del personale italico.

1. Il dipendente non è Kunta Kinte, e tu non sei sul set di Radici.

2. Per l’assioma precedente, Kunta Kinte troverà la forma più sottile ed efficace di mettertelo in quel posto. Ciò avverrà nel momento più improvvido, mentre già colpito a morte stai rantolando. Nessuno avrà pietà di te. Di certo, non io.

3. 10 ore al giorno senza alzare la testa dalla tastiera, senza sviare lo sguardo dal monitor, sono insostenibili. La concentrazione non regge così a lungo. Ciò non di meno, il dipendente lo farà, giacché tu glielo ordini. Pur tuttavia pensando soavemente ai cazzi propri e lavorando nei fatti assai peggio di come farebbe.

4. Corollario al punto 3. Non importa se uno lavora 10 ore, 12 ore, o 6 ore. L’importante è ciò che fa. e come lo fa. Non storcere il naso. Sai benissimo che ci sono degli strumenti per valutare la produttività di un dipendente. Solo che è una gran rottura di coglioni, e richiede parecchio tempo. Quindi, lo sfaticato, sei tu, non Kunta Kinte.

5. Nell’era degli smartphone, vietare l’accesso a internet dai pc dell’ufficio non è solo inutile. E’ pure patetico. E aggiungerei, lesivo della dignità del prossimo tuo. Non stupirti quando Kunta Kinte si ribellerà.

6. Negare permessi ed uscite extra, non fa di te un direttore temuto e rispettato, ma un povero stronzo. Peraltro, non è che se impedisci a qualcuno di accudire un bimbo malato o un anziano genitore, questi sarà il dipendente modello quel giorno. Perchè, sappilo, passerà la sua vita al cellulare, lavorando peraltro col culo, con le immaginabili conseguenze. Non si sta facendo appello alla tua inesistente umanità, ma al comune buon senso. Ah, già cazzo, ti manca pure quello.

7. Ci sarà sempre un’informazione essenziale da reperire in rete. E in quell’unico caso Kunta Kinte (giustamente) col cazzo userà il suo smartphone su cui fino ad un attimo prima messaggiava con l’amante. Per contro, chiamerà il service interno, che chiamerà il CED, che chiamerà altre otto persone, finchè gli sbloccheranno per un’ora il pc affinchè acquisisca le richieste informazioni. Se tu facessi due conti su quanto è costata tutta questa mafrina, avresti la visione del casino di soldi sprecati. Ma non lo fai. perchè richiederebbe fatica (e si torna al punto 4) e soprattutto perchè quando distribuivano la capacità di autocritica, tu eri in coda nell’altra fila per una dose supplementare di stronzitudine.

8. Lo so che fare formazione è contro la tua religione. Purtuttavia al finance frutta parecchi soldini in termini di contributi governativi e comunitari. D’altronde per farla bene, si torna al punto 4, toccherebbe lavorare. Mandare i contabili a fare il corso di inglese nell’anno pari, e i commerciali a fare quello di partita doppia non è solo ridicolo, sarà l’arma che si ritorcerà contro di te, il giorno che ti segheranno (per uno piu stronzo, comunque)

9. A mero titolo informativo, il mondo come noto è fatto a scale. Ti rammento che quelli che incontri salendo, son gli stessi che incontri scendendo. Non vorrei essere al posto tuo.

10. Per quanto possa sembrarti insolito, il mondo è una giungla. E anche se pensi di essere Tarzan, la ferale notizia è che c’è sempre, nel tuo ambiente, un Tarzan più giovane, più forte, più ambizioso, o, banalmente più stronzo. Per cui, ogni mattina, quando entri in ufficio, guardati intorno, il nemico, potrebbe essere alle spalle. Lo sai già? Bravo. Bella vita di merda, se mi posso permettere.