On the bookshelf – La casa di ringhiera – Francesco Recami

Un buon terzo del libro trascorre fotografando la vita di una casa di ringhiera.

Un appartamento dopo l’altro, un inquilino dopo l’altro.

C’è il Consonni Amedeo, tappezziere in pensione, nonno part-time, appassionato di crimini insoluti di cui gelosamente conserva e classifica ritagli di giornale, c’è la famiglia che dovrebbe essere quella del Mulino Bianco, e invece il papà è alcolizzato; c’è la coppia del Sud, lei procace, lui manesco, che un po’ si ama e molto litiga; c’è la vicina, malevola e impicciona, gretta e meschina, molto spiegabilmente sola; c’è la professoressa dal passato misterioso, un po’ fidanzata col Consonni; c’è l’ottantenne ossessionato dalla sua Opel Vectra.

E proprio mentre tutta questa descrittività inizia vagamente ad annoiare, e cerchi di trovare un senso a tutti questi “ritratti di famiglia in un interno”, inizia a capitare di tutto: il padre alcolizzato scompare, la coppia del Sud ha una lite violenta, e subito dopo lei svanisce nel nulla; il Consonni s’improvvisa detective per scoprire l’assassino di un appassionato di storia egizia e viene rinchiuso in uno sgabuzzino, mentre minacciano di uccidergli il nipotino, l’ottantenne buca le ruote a chi gli ha usurpato il posto auto in cortile e i bambini cercano di aiutare il papà.

Il romanzo ha un’accelerazione improvvisa, con una girandola di situazioni, che, un po’ per caso, un po’ con l’intervento a volte improvvido degli inquilini, si intrecciano, ingarbugliandosi e suggerendo false piste, facendo virare il giallo su una commedia amara.

Quando arriva la polizia, ogni inquilino pensa che la volante sia lì per lui.

Irriverente, delicato, profondo, mai stonato, alla ricerca della bellezza anche nella mediocrità delle situazioni. Un romanzo che ci ricorda che nessuno è mai del tutto innocente.

Dopo davvero troppo, troppo tempo, per il venerdì del libro di homemademamma

On the bookshelf – Di rabbia e di vento – Alessandro Robecchi

Carlo Monterossi torna, nel terzo atto della serie di Robecchi. Dei tre, il più riuscito. Dopo i pur meritevoli (di lettura) Questa non è una canzone d’amore e Dove sei stanotte, questa volta un vento freddo spira su Milano ed è la rappresentazione climatica di una città sempre più ostica, dura, difficile, sempre meno amichevole. Il luogo ideale a far da palcoscenico ad una storia corale di criminalità urbana e di ordinaria crudeltà.

Corali sono i detective in campo. A partire dal Monterossi medesimo, autore di programmi televisivi che è lui il primo a disprezzare; per passare attraverso gli investigatori istituzionali, Tarcisio Ghezzi, vice sovrintendente di polizia, e Carella, che indagano con la tigna propria di chi cerca giustizia. Perché solo così, i fantasmi dei morti ammazzati possono finalmente trovare pace .

E come una specie di coro greco che fa da contrappunto alla storia entrano nel racconto ricche escort e puttane da poche lire, bische clandestine, strozzini, delinquenti che ritornano da un passato che non passa mai, imprenditori dell’etere e conduttrici televisive esperte in pornografia dei sentimenti.

La storia prende il via dalla morte violenta, violentissima, della bella Anna, raffinata escort senza passato, che leggeva Fenoglio e ascoltava Cohen. Un ultimo bicchiere con il Monterossi a casa di lei (ma niente sesso, che il suo cuore si strugge per l’amata lontana), lui che se ne va mentre lei sta dormendo. Il clac di una serratura (contrappunto sonoro per l’intero libro) e il ritrovamento, l’indomani,  del cadavere seviziato della donna.

Nella città che fu da bere e adesso spesso è da sniffare si dipana la storia tra false piste, e conti che prima o poi qualcuno presenta e vanno, inesorabilmente, saldati.

In mezzo, una Milano nerissima, senza speranza e senza speranze, tra disperati, balordi, sceriffi, strozzini, papponi .

Alla ricerca del colpevole certo, ma anche del perché sia stata uccisa una escort bellissima che ascoltava Cohen e leggeva Fenoglio, e, in fondo, anche del perché una bella ragazza che ascoltava Cohen e leggeva Fenoglio sia diventata una escort.

Se un limite vogliamo trovare a Robecchi, uno che anni fa scriveva su Cuore e che oggi è tra gli autori di Crozza, uno che scrive bene e si vede che padroneggia il mestiere, è il fatto di restare sempre un po’ in superficie, nel disegnare i suoi personaggi.

Perché emotivamente la storia non ha mai un cambio di marcia, un climax. E’ una costruzione che non cade (e intendiamoci, di questi tempi, avercene) ma non spicca neppure il volo.

E forse questo è un retaggio televisivo, figlio di un mezzo che richiede una velocità differente. Ma in un romanza di oltre 400 pagine, rischia di essere limitante.

Dopo lunga latitanza, per il venerdì del libro di homemademamma

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On the bookshelf – I Buddenbrook – Thomas Mann

A quadrare definitivamente il cerchio di una lunga settimana (d’altronde, lanciato il sasso, inopportuno sarebbe nascondere la mano) e in attesa della proclamazione di domani, anche il tradizionale appuntamento del venerdì, col Venerdì del libro, viene declinato in ossequio al tema settimanale.

Su queste pagine, l’etica e la morale passano anche (soprattutto?) attraverso la decadenza finanziaria e morale di una famiglia di Lubecca e della loro attività commerciale, con un lungo filo che lega quattro generazioni. Una saga appassionante e drammatica, che richiama molti dei temi di cui ci siamo occupati.

Tra fastose dimore, descrizioni che evocano saloni damascati ed abiti raffinati, si narra la storia della famiglia Buddenbrook, della loro ascesa nell’olimpo dell’alta borghesia e della loro, da un certo momento in poi prevedibile, decadenza.

Vite agiate, vite vissute nell’orgoglio dell’appartenenza ad una classe sociale, l’alta borghesia, che incarna valori di  rispettabilità ed onore tributati più al nome che ai comportamenti.

Una storia nel segno di matrimoni nei quali l’amore è l’ultima delle variabili, di unioni studiate a tavolino per essere prima d’ogni altra cosa convenienti, giacché il prestigio, nella scala di valori rappresentata, viene prima di qualsiasi cosa.

Ma dopo l’apice, improvviso (anche se ampiamente presentibile) giunge lo sgretolamento, e da lì l’inarrestabile discesa agli inferi, tra disgrazie, malattie e morti che bussano implacabilmente alla porta.

E ogni morte rappresenta un ulteriore scalino di quella discesa agli inferi.

Morti che assurgono, per certi versi, a filo conduttore, per primo se ne va il nonno, il console Johann, il capostipite, il fondatore, che, privo di dubbi esistenziali, ha reso gloriosa la ditta, con giovialità e pragmaticità; per ultimo, stroncato dal tifo, l’adolescente Johann (e si noti che, simbolicamente, tutto inizia e finisce nel nome di Johann), detto Hanno, più artista che uomo d’azione, ma soprattutto prototipo dei molti inetti che popoleranno la letteratura del ‘900. Inetto, Hanno, non già per le sue del tutto legittime pulsioni artistiche, ma per la mancanza di carica vitale e per l’assenza di una forza di volontà in grado di accompagnarlo nell’affermazione della propria scala di valori.

Pure, i tratti di Hanno si vedono già, seppur più sfumati, in suo padre Tom, che rinuncia in gioventù ad un vero amore in nome della ditta e del prestigio, e che dovrà scendere più volte a compromessi con la sua natura e con la sua coscienza.

Ed è così che Tom si crea una maschera di decoro e rispettabilità, che però lo erode dall’interno deprivandolo di ogni residua energia. Energie per lo più investite nel mostrarsi al mondo come l’uomo forte che in realtà non é.

Il buon nome borghese è l’imperativo morale in nome del quale i Buddembrook, uomini e donne, rinunciano ai sentimenti.

Rinuncia che segna profondamente i personaggi maschili del romanzo mentre in apparenza scivola addosso alla protagonista femminile, la frivola e immatura Tony, che dopo aver buttato la giovinezza in matrimoni sbagliati e sventati, con scelte guidate dalla sola l’illusione di perpetuare benessere ed agi, trascorrerà gli anni del declino in un continuo ricordo del passato, rimasto la sola ancora di salvezza.

La decadenza dei Buddenbrook, però, non è la decadenza dei Malavoglia.

Non c’è alcun naufragio della Provvidenza, non c’è alcun ‘dies a quo’ a prefigurare l’inizio della fine. Nei Buddenbrook aleggia sempre una sorta di irrimediabilità del destino che fa apparire la liquidazione della ditta come un fenomeno naturale.

La crisi dei valori, la perdita del senso degli stessi, il depauperamento morale accompagna l’intero libro in un incombente senso di tragedia. E la tragedia, vera, non è la perdita di quei valori, che sarebbero anche discutibili. Ma l’incapacità di sostituire quei valori perduti con valori nuovi ed autorevoli.

Infine a chiudere il percorso della settimana, e a ricongiungersi idealmente col filo conduttore di questi mesi, #ioleggoperché, una citazione che mi pare ancor più potente se ripensiamo alla storia di Ambrosoli, e alla testimonianza in tribunale di Cuccia

On the bookshelf – 22/11/63 – Stephen King

La prima volta che lo lessi, tre anni fa, lo considerai un buon libro. Non uno dei migliori di King, ma purtuttavia un buon libro. Di certo, a mio personalissimo gusto, il migliore che abbia scritto dopo il noto incidente automobilistico che quasi lo uccise e che segna, comunque la si voglia vedere, una sorta di spartiacque nella sua produzione letteraria.

Si ritorna a Derry, ma questa volta non c’è da sconfiggere il male mimetizzato sotto le spoglie di un malefico pagliaccio, o delle nostre paure, ma nientemeno che il tempo e la Storia. Quella con la S maiuscola.

Che chiedersi cosa sarebbe stato del mondo se JFK non fosse morto a Dallas il 22/11/63.

King mescola sapientemente storia (più correttamente, in realtà ucronìa, cioè fantastoria), amore, dramma. E’ un libro che coinvolge, a tratti profondamente.

Eppure per chi, come me, ha molto amato il King del passato lascia un senso di vaga estraneità. Non rispetto al plot, e nemmeno rispetto al mescolarsi continuo di realtà e fantasy, che sono marchi distintivi dell’autore.

Il senso di estraneità è proprio nel modo di narrare. Finchè non ho compreso che l’estraneità non veniva da King, ma dalla traduzione.

Intendiamoci, questa non è, e non intende essere nemmeno per sottesi, una critica al gruppo Wu Ming e a Wu Ming I (al secolo Roberto bui) che, in concreto, ne è il traduttore.

Per dirla in modo chiaro, sapessi io tradurre come traduce Wu Ming I mi bacerei i gomiti e ogni sera direi graziesignoregrazie.

Fatta questa premessa, necessaria, per me (e suppongo per molti) la traduzione italiana di King coincide con lo stile di Tullio Dobner. Stile che, ovvio, non è obbligatorio che piaccia, ma che ha marchiato quell’autore indelebilmente. Aggiungiamoci che Wu Ming I è una penna (ottima) di suo, il che significa che ha uno stile, proprio, che qua e là si sente.

La domanda in realtà andrebbe diretta all’editore. Affidare uno stesso autore a più traduttori è scelta comprensibile, logica, per certi versi condivisibile. A patto che ciò avvenga con regolarità. Ma se trenta libri dello stesso autore son tradotti dallo stesso traduttore, allora quest’ultimo diventa, giocoforza, la sua ‘penna’ italiana. E se io sono un lettore abituale di quello scrittore, me ne accorgo, da cui il senso di estraneità che avverto per l’interezza del libro.

Per cui, in chiusura, 22/11/63 è un libro bello, a tratti molto bello, certamente ben scritto, altrettanto certamente ben tradotto, ma pure un libro che sai di essere King ma non sembra totalmente di King, da cui il giudizio, forse, un po’ a metà.

Questo post, come d’uso, partecipa al venerdì del libro.

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On the bookshelf – Bambini infiniti (Storie di campioni che hanno giocato con la vita) – Emanuela Audisio

Dopo lunga assenza si torna a parlare di libri per il venerdì del libro, con un titolo ricomparso da sotto cumuli ammassati.

Un libro particolare, molto amato quando lo lessi, molto amato rileggendolo. Sensazioni ripetute non poi così frequenti.

Bambini infiniti di Emanuela Audisio, è un libro speciale, fin dal titolo. Anzi dal sottotitolo.

Storie di campioni che hanno giocato con la vita.

Ottima giornalista che scrive di sport, al pari di altri grandi prima di lei, Brera e Arpino su tutti, la Audisio si esprime al meglio là dove l’apparenza si trasforma in essenza, là dove al trionfo si sostituisce la vita.

Perchè il gesto sportivo rimane per certi versi sullo sfondo. Lei racconta soprattutto una parabola umana. E spesso lo sport, anche e soprattutto tra i fuoriclasse, ci mostra come sia difficile restare in equilibrio tra essere e avere.

Giornalista di classe, con una smisurata capacità di sondare le profondità e le debolezze dell’animo umano, racconta gli atleti nel momento del trionfo, certo, ma anche in quello più spesso desolante, più raramente trionfante, del dopo. Delquando si smette di essere idoli per ricominciare ad essere uomini.

Il suo senso della pietas, che è ben altro, e va ben oltre al comune senso della pietà, ci regala ritratti convincenti di campioni caduti, invecchiati o detronizzati. Se dovessimo raccontare il “Galata Morente”, quella sarebbe la chiave per narrarne.

Un libro per tutti.

Per tutti noi, bambini infiniti, che almeno una volta da piccoli abbiamo sognato di segnare un gol come Pelé, o volteggiare leggere tra le parallele come la Comaneci.

Per tutti quelli che entrando in un campetto di periferia han pensato di entrare tra le luci del Santiago Bernabeu, o che calpestando la terra rossa di un campo da tennis di provincia, si son sentiti, per un attimo Bjorn Borg.

On the bookshelf – IT – Stephen King

Emoziona. Impaurisce. Commuove.

I nostri nipoti, tra cinquant’anni, lo vedranno catalogato nelle biblioteche alla voce classici.

Ridurlo a un libro horror, è uno scempio, oltre che una sciocchezza. Perché It di Stephen King è molto più di un libro horror.

E’, anzitutto, un libro che impiega pagine e pagine per creare un’atmosfera. Attenzione. Non un’atmosfera qualunque. E non sono pagine e pagine vergate invano. Ciascuna di quelle pagine è strettamente funzionale al racconto, alla storia, al trasmettere emozioni.

La storia dei sette Perdenti di Derry ha, al proprio interno, un’infinità di elementi.

Sorta di romanzo di formazione con sette ragazzini cui la vita non ha fatto sconti, che diventano degli adulti. e che, da adulti, dovranno confrontarsi, di nuovo, con le proprie paure.

Quattro ragazzini che hanno sconfitto per la prima volta la paura con la forza della loro amicizia.

E’ un libro con una caratterizzazione straordinaria dei personaggi. Bill, Richie, Eddie, Ben, Beverly, Mike, Stan sono, tutti, descritti con un’introspezione psicologica e una precisione sulle vicissitudini, che non scade, mai, nella banalizzazione.

E’ un libro che tratta la vita, nelle sue sfaccettature. La paura, l’amicizia, l’infanzia, la crescita, la maturazione, l’amore e la morte.

E’ un libro che corre per circa milletrecento pagine, eppure, non te ne rendi conto, e il problema non è finirlo, ma il fatto che finisca troppo presto.

E’ un libro che ti resta dentro. Da allora, ogni volta che ho ascoltato la frase ‘Lo vuoi un palloncino?’ un brivido m’è corso lungo la schiena. Lo stesso brivido che ritorna ogni volta che compare un clown.

Questo post, come di costumen, partecipa al venerdì del libro di homemademamma.

On the bookshelf – Il grande libro dei Peanuts. Le domenicali degli anni ’70 – Charles M. Schulz

« Cari amici,

ho avuto la fortuna di disegnare Charlie Brown e i suoi amici per quasi 50 anni. È stata la realizzazione di tutte le ambizioni della mia infanzia.

Sfortunatamente non sono più in grado di mantenere il ritmo di programmazione di una strip quotidiana. La mia famiglia non desidera che i Peanuts siano continuati da un altro perciò annuncio il mio ritiro.

In tutti questi anni sono stato riconoscente per la correttezza dei nostri editori e il meraviglioso sostegno e affetto espressomi dai fan del fumetto.

Charlie Brown, Snoopy, Linus, Lucy… Non potrò mai dimenticarli… »

Così, nella sua ultima strip, Charles Monroe Schulz si congeda dai suoi lettori.

Si è a lungo dibattuto se il fumetto possa considerarsi un genere letterario. Non ho le competenze, evidentemente, per appoggiare una tesi piuttosto che un’altra, ma senza dubbio il fumetto è una forma d’arte.

Ed è sbagliato pensare che la letteratura sia ‘cosa’ da adulti ed il fumetto ‘cosa’ da ragazzi. Nei grandi personaggi dei fumetti si può ravvisare lo stesso spessore che si incontra nei grandi personaggi dei romanzi.

E quindi, questo venerdì, per l’appuntamento che è ormai consuetudine col venerdì del libro si parla di Schulz e dei suoi Peanuts, le sue ‘noccioline’.

In Italia, vennero pubblicati con regolarità su Linus, una rivista voluta da Oreste del Buono, Elio Vittorini, Umberto Eco, dei referenti che, in un certo senso, quadrano il cerchio rispetto alla contiguità tra letteratura e fumetto.

Quei bambini, che si muovono in un mondo senza adulti, ma che delle nevrosi degli adulti sono specchio fedele, hanno accompagnato molti di noi, qualche volta inconsapevolmente.

Non c’è ‘un’ libro da consigliare, ma per pura passione personale segnalo ‘Il grande libro dei Peanuts. Le domenicali degli anni ’70’, ma davvero, mai come in questo caso, la scelta è amplissima e, spesso, equivalente.

Perchè i Peanuts siamo noi.

Chi, come Charlie Brown non ha mai avuto un complesso di inferiorità a prescindere e non ha mai avuto una ragazzina-dai-capelli-rossi, cui non riuscire a dichiarare il proprio amore? E chi, come lui, non ha trovato da qualche parte le risorse per giocare un’altra partita a baseball, o riprovare a far volare l’aquilone? Perchè i Charlie Brown di questo mondo, non si arrendono. Mai.

Chi non si è mai sentita come Piperita Patty? Una che sotto la scorza da dura, di quella che veste come capita, cerca rassicurazioni al suo essere femmina chiamando ‘Ciccio’ un perplessissimo Charlie Brown?

Ma soprattutto chi non è mai stata Lucy Van Pelt, almeno una volta? Bisbetica, sarcastica, cinica. Epperò ‘La felicità è un cucciolo caldo’, dirà in una botta di tenerezza abbracciando Snoopy, che usualmente scaccia. Vagamente sadica. Spaccia per consulenze psichiatriche risposte demolitorie, ma anche, profondamente adulte. Eppure anche lei, Lucy la dura, si struggerà d’amore per il pianista prodigio Schroeder. Che, per la legge del contrappasso, la ignorerà preferendole il suo amato pianoforte.

E poi il saggio Linus. Che attende ogni anno invano la visita del Grande Cocomero. Saggio e filosofo. Perchè ‘Felicità è un pollice e una coperta’.

E Snoopy, saggio bracchetto, che dorme sul tetto della sua cuccia. Pensa molto e prima o poi scriverà un romanzo, perchè, si sa, ‘Era una notte buia e tempestosa’.

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Oggi si gioca alla cultura

Questo ammennicoli non lo sapeva. Non poteva saperlo.

Che qua sul blog credo di non averne parlato mai, fatto salvo un vecchio post su Juan Carlos de Borbon y Borbon e la sua abdicazione.

Per cui lo sceneggiatore, sí caro alla ‘povna, stavolta ci ha messo mano.

Che in questo bel giochino lanciato da Gaberricci, neo-dottore (congrats, ça va sans dire), le tocca in sorte Sofia Luisa di Meclemburgo-Schwering.

Quel che amme non può sapere è che iome, dall’autunno (scorso) all’estate appena trascorsa si è macinata libri su libri riguardanti le monarchie europee. Perché iome, quando va in fissa, non la batte nessuno ed ha un côté ossessivo che meriterebbe, esso sí, di essere visto da uno bravo.

Quindi riprende in mano quintali di pdf sparsi e si sincera del fatto che Sophie Louise di Mecklemburg-Schwering fosse quella che ricordava, vale a dire la terza moglie di Federico I di Prussia, regina di Prussia per ciò stesso.

Sposata a soli fini dinastici, giovanissima ed inadeguata, cresciuta in una corte minore, senza alcuna esperienza di lotta e di governo, come diremmo oggi, e per vieppiú portatrice di un luteranesimo esasperato, finirà vittima di una deriva pietista che esaspererà certi tratti caratteriali già piuttosto borderline portandola alla follia.

Follia che fu il tratto distintivo di molte delle famiglie reali europee che a forza di maritarsi tra loro diedero la stura a tare non sempre prevedibili. E chissà se, senza l’emofilia della Regina Vittoria (ma soprattutto delle sue discendenti) la storia di Russia non avrebbe preso ben altra piega. La fonte? Thomas Campbell “Frederick the Great: His court and Times” volume I anno 1843. Formato .epub ovviamente free su archive.org. Federico I, marito della sventurata Sophie Louise, era nonno di Federico II di Prussia, o Federico il Grande, monarca illuminato, condottiero leggendario, che morirà senza eredi. Il trono di Prussia passerà quindi al nipote Federico Guglielmo II dalla cui schiatta discenderanno il Kaiser e la sua progenie, che siederá (la progenie) sui troni di mezza Europa.

E dopo aver mostrato che oltre alla povera Sophie Louise non sono troppo in bolla neppure io, rilancio, con quattro nomination:

musicamauro  ha vinto slavismo polacco

roceresale ha vinto Swamp Dogg

ellegio ha vinto 1954 Kukarkin

Giacani ha vinto Vauxhall

Le regole del gioco, le trovate nel post di Gaberricci e successive integrazioni.

Obbligo a giocare come sempre nessuno. Obbligo a nominare qualcun’altro, men che meno. E con ciò celebro pure il mio venerdì del libro di mercoledì che sta settimana, causa trasferta, passo mano.

On the bookshelf – Senza famiglia – Hector Malot

Oggi si parla di un libro cui, probabilmente, non avrei pensato. E tra l’altro, questo venerdì, il venerdì del libro non era neppure in previsione.

Ma complice il post qui sotto, dove si fa un po’ di allegra gazzarra su un vecchio anime giapponese, e l’idea della ‘povna, di fare una pubblicazione ‘di coppia’, questa settimana si parla di ‘Senza famiglia’, qui, e di ‘In famiglia’, a casa della ‘povna.

Due romanzi per ragazzi (ma anche per chi ha qualche anno in più) che in Italia hanno goduto di fama minore rispetto ad altre opere più o meno coeve. E che la maggior parte della popolarità l’hanno tratta dall’adattamento in forma anime giapponese. Adattamento, sia detto en passant, che, a mio vedere favorisce decisamente la vicenda di Perrine (‘In famiglia’) rispetto a quella di Remì (‘Senza famiglia’).

I due romanzi potrebbero agevolmente scambiarsi il titolo, perchè per larga parte, il percorso di Perrine e quello di Remì, coincidono. Soprattutto per quel che attiene al viaggio. E alla strada. E agli incontri che ne scaturiscono. Anche se il ritorno alla famiglia di Remi, a ben vedere, si compie essenzialmente ‘nel’ viaggio. Mentre il  ritorno alla famiglia di Perrine è essenzialmente fondato sull’accettazione.

D’altronde, rientra in quell’amplissima serie di ‘romanzi di formazione’ che hanno costituito la (solida) base della letteratura per ragazzi su cui, e non è solo gioco di parole, molti di noi si sono, davvero, formati.

Detto ciò, si tratta di romanzo assolutamente notevole. E ben scritto. Soprattutto grazie a Malot, e alla sua originalità nell’intendere il concetto.

E’ un romanzo in cammino, letteralmente. Che porta Remì, ormai unitosi alla compagnia girovaga di Vitali, in ogni angolo di Francia.

E’ un romanzo sull’amore. Soprattutto quello materno. E penso alla signora Milligan (madre a lungo agognata e cercata) ma anche e soprattutto alla signora Barberin. Una delle pochissime figure di madre adottiva che esprimano amore a tutto tondo (e in un romanzo di fine ‘800 non è proprio usualissimo, di qui l’originalità di cui sopra)

E’ un romanzo sulla dignità. Quella di Vitali. Che è in fondo l’unica vera figura paterna del libro (e anche qui, paternità surrogata che si sacrifica per il figlio-non figlio, e di nuovo l’originalità di Malot). Che sceglie una vita girovaga per non sottostare ai lacci e lacciuoli di una società che disprezza. Che è l’unica figura maschile positiva del romanzo (eccezion fatta per Mattia, che però è ragazzo ed è su altro piano).

E’ un romanzo sulla povertà, sul lavoro minorile, sulla vita durissima dei minatori.

E’ un romanzo sulla crudeltà degli adulti. E le similitudini tra Garofoli e Fagin, si sprecano.

E’ un romanzo sull’amicizia, che tutto vince e sconfigge. Sull’amicizia, che protegge. E il rapporto tra remi e Mattia diventa privilegio raro

Nelle edizioni italiane, spesso, Remì diventa Remigio, licenza di cui si potrebbe, onestamente, fare a meno.

Un bel libro, per bambini, ragazzi e non.

Questo post, che fa parte di un tandem con la ‘povna, partecipa al venerdì del libro di homemademamma

On the bookshelf – La Valle dell’Eden – John Steinbeck

Ci sono libri che si amano, perdutamente. Altri che si apprezzano, e che, riletti in un altro momento della propria vita, si amano anch’essi, perdutamente.

Che Steinbeck sia stato a lungo una mia passione, non é mistero. Ed infatti, Furore rientra fra quelli che ho elencato tra i titoli di una vita.

Recentemente, m’è capitato, per una serie di coincidenze che si può serenamente fare a meno di narrare, di rileggere La Valle dell’Eden.

Steinbeck lo considerava il suo capolavoro. O comunque il suo affresco più compiuto.

Lo lessi, vent’anni fa, poco dopo Furore. Ma a vent’anni, le ingiustizie del mondo sono  le tue. E il tuo cuore palpita per Furore, e la sua lunga teoria di sconfitti. A quaranta le ingiustizie le hai viste dal vivo, ormai. E il tuo cuore palpita ancora. Per nuovi Furori.

Epperò, l’eterna diatriba tra bene e male, la lotta fratricida tra Caino e Abele, la leggi e comprendi diversamente. E concedi più attenuanti al male. E hai qualche riserva in più sul bene.

E le pagine, che scorrono, e l’alternarsi delle vicende degli Hamilton e dei Trask, di Charles e Adam, di Caleb e Aron (con il leit motiv di Caino e Abele sempre sullo sfondo) ti avvincono non solo, non più, solo sul piano narrativo, ma anche, e soprattutto, su quello dei sentimenti e delle intime riflessioni.

E la valle del Salinas a fare da sfondo. E no, la trama non ve la racconto, questa volta. Né tanto, né poco. Che la trama di questo libro è anima e sostanza.

Solo alcune annotazioni.

Il titolo, in originale, è East of Eden. Ed è preso, letteralmente, dal 16° verso della Genesi, nella versione della Bibbia fatta pubblicare da Giacomo I d’Inghilterra.

E sappiate che vorrei essere Li. Lo vorrei davvero. E vorrei avere anch’io il coraggio di arrivare in fondo per sapere cosa significa veramente timshel.

Non fatevi fuorviare dal notissimo film di Kazan. Se volete immaginare Caleb col volto bellissimo e tormentato di James Dean, liberissimi. Ma la storia no. La storia non c’entra nulla. Non confondiamo.

Cathy Ames è più di un personaggio. Cathy Ames è il male. Fine a se stesso. Senza possibiità di redenzione. Senza, in fondo, che resti alcunché da redimere. Cathy Ames è il più straordinario ritratto di cattivo che io ricordi in letteratura.

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Questo post partecipa al venerdì del libro di homemademamma