Ma no, son proprio io, lo specchio alla mia faccia

Nelle ultime settimane per una serie di congiunture astrali che, se hanno ancora a che fare con Saturno, gli prendo a calci gli anelli, ho lavorato una media di 16 ore al giorno. Considerando che ho una serie di responsabilità materne che mi impediscono di rendermi irreperibile in certi momenti della giornata, una parte consistente di queste ore si è concentrata di notte, momento in cui, a fine lavoro ho scritto quasi tutte le bozze dei Mondiali, che quando smetti di lavorare alle tre di notte sei talmente adrenalina o che ti pare di stare sugli anelli di Saturno (sempre lui).

Insomma, ho dormito una media di tre ore per notte, per almeno un mese. Manco dopo il parto per dire. 

Chiaro é che non son proprio un fiore. Pur tuttavia, ieri all’ennesima nullafacente che con aria finto accorata mentre riempivo la sacca nuoto della nana, per riportarla a casa, cenarla, giocare con lei, metterla a nanna e poi, solo poi, rimettermi a lavorare fino alle 4, ho risposto. ‘Non ho l’aria stanca, sono stanca’ ‘eh, forse dovresti cercarti un aiuto in casa.’ Eh, cocca, forse c’è l’ho già se no saremmo sepolti dal pattume. Cocca 

Ricordati che devi morire! Sì, sì… no… mo’ me lo segno…

Io ho una precaria salute di ferro. Mica è un merito, eh. Puro culo. Mi ammalo, come tutti, ma tendenzialmente continuo a funzionare.

Foss’anche per inerzia. Ecco. Ma oggi sto una schifezza tanta. Mi pare d’aver preso un tir di faccia. Ho scoperto ossa che ignoravo d’avere per il sol fatto che mi dolgono. Ho un mal di gola tale che mi fa male pure sotto la lingua, per dire.

Capita. Ingoio un antinfiammatorio e continuo a funzionare, fosse mai che mi fermo. Nel mentre traballo un attimo, e mi lamento.

Intendiamoci, non un monologo di mezz’ora. Un pistolotto di tre minuti, sì e no. Che mi fa troppo male la gola pure per parlare.

E il circondario, quello stesso circondario che si lamenta a piene mani (la Donna), e che con 37 deve solo chiamare il prete al capezzale (l’Uomo), che mi dice: ‘Eh, ma dai, che vuoi che sia, un po’ di stanchezza, vedrai che appena ti metti in movimento passa tutto’.

In attesa che cresca, l’unica che conforta è la nana (‘dò bacino, passa tutto’).

Però stavolta me la segno.

Ma cos’hai messo nel caffé

Ieri sera, assente la nana in visita presso il resort gestito dalla nonna, presa da scoramento cosmico causa pioggia (però, mai avuto gelsomini più rigogliosi in effetti), mi son spalmata sul divano. L’uomo ronfava sull’altro divano, in palese protesta contro la programmazione tv che proponeva a grande richiesta (mia) la Notte degli Oscar. In realtà la medesima era una gran cagata, ma siccome piuttosto che ammetterlo e permettergli di cambiar canale avrei assistito anche alle lezioni a distanza di geodica meccatronica, mi son messa a cazzeggiare sulle statistiche del blog.

Più precisamente, mi dilettavo a leggere le chiavi di ricerca che conducono passanti, suppongo occasionali, su queste pagine.

Un trattato di sociologia, credete a me.

1. Quelli che han citofonato, ma han suonato il campanello sbagliato perché cercavano qualcun’altro. La pellona blog, beati coloro che temono gli scippi, thegoodintentions (quest’ultimo tutto attaccato, sapesse il cielo perché)

2. Quelli che senz’altro cercavano qualcun altro. nipote guardona

3. Quelli che hanno qualche problema in famiglia. Altrimenti, mi mujer una stronza, non si spiega

4. Quelli che sono in cerca di risposte. Dove finisce la depressione e dove inizia il fatto che mi sono rotta il cazzo (giuro!)

5. Quelli che hanno capito tutto, senza bisogno di spiegarglielo. sei una cazzara (sì, lo so)

6. Quelli che vabbé che qui si parla di economia a volte, però non esageriamo. ma quanto prende un operaio in fabbrica in marocco?

7. Quelli che la grammatica, eh, quella, in un’altra vita. Forse. i posti che stanno nevicando

8. Quelli che, più che un blog… qualche goccina di Prozac? biografia triste di me stesso

9. Quelli che la cabala… viva il lotto

10. Quelli che manco mi ricordo più come si fa. sindrome aviopenica (che tra l’altro, batte tutte le precedenti voci con notevole distacco).

 

Non maleditemi, non serve a niente, tanto all’inferno ci sarò già

Son giorni cupi. Ovunque mi giri. E il lavoro, talora, è l’ultimo dei problemi.

Ultimamente, incontriamo gli amici più spesso ai funerali che altrove. Il che, qualche riflessione la induce, inutile negarlo. Oltretutto, quando si muore a 40 anni, o giù di lì, inutile girarci intorno, mica t’arriva un bel colpo secco, di quelli che ti trapassano dal sonno alla morte. No. Fai pure fatica.

Io ho solo una cosa, che mi terrorizza, più del morire, per dire. Restare lì. Come una bambola di pezza. Non più viva, ma neppure abbastanza morta da potermene andare. Per questo, tempo fa, ho scritto un testamento biologico. Che serve a poco, in questo Paese. Perchè qualcuno si arroga il diritto di decidere della mia vita, partendo da un presupposto che non mi vedo obbligata a condividere.

Molti facsimile, a pieno valore, circolano in rete e le mie disposizioni scritte e firmate le ho lasciate attraverso la compilazione di uno di essi. Qui voglio semplicemente affermare il mio sentire affinchè nessuno, in nessun momento, possa dire che certe affermazioni derivano da un momento di difficoltà psicologica.

Nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, le stesse che questo stato ha riconosciuto sufficienti a consentirmi di avere la patria potestà su mia figlia, dirigere un’azienda, pagare le tasse e non ultimo esercitare il diritto di voto, ecco, in nome di quelle facoltà, chiedo che, nel malaugurato caso in cui almeno due medici, e, di essi, almeno uno specialista nella patologia che mi sta invalidando, affermassero che non vi è per me nessuna speranza di tornare ad una vita di relazione dignitosa che mi consenta almeno di rapportarmi intellettivamente al circostante, vengano sospese senza meno tutte quelle terapie di supporto che mi mantengono in vita, e tra esse, la nutrizione parenterale e l’idratazione meccanica.

Vi prego di credere che la vita l’ho onorata sempre. Vivendo. E lottando. E credendo e sperando, nel futuro. Non mi è mai importato alcunché di bellezza o giovinezza. La prima sfiorisce, e la seconda trascorre. Ma ho sempre ritenuto di essere, prima ancora che un corpo, un cervello. E senza quel cervello, quel corpo si annulla.

Chi mi conosce sa che non ho mai avuto desideri di accumulo, e ho sempre considerato il denaro un mezzo, che avvicina alla libertà, ma mai un fine. Suprema per me è stata sempre la difesa della mia dignità. E dignità è molte cose.

Se la mia mente fosse spenta, riterrei una violenza sulla mia persona l’idea che vi sia qualcuno che fa fare movimento a muscoli che non userò, a gambe che non saliranno più scale, a mani che non scriveranno, a braccia che non abbracceranno.

E se la mia mente fosse accesa, ma incapace di comunicare e interagire, ancora di più lasciatemi andare. Che chi mi conosce sa quanto per me sarebbe orribile avere come orizzonte il perimetro di un lenzuolo, e averne coscienza, e bramare di dire. E non poter dire. E se vi interrogherete sul significato di quel battito di ciglia, vorrà solo dire per favore. Se fossero due, ho aggiunto anche grazie.

E a coloro che mi hanno amata, e ancor mi amano, so di lasciare oltre al dolore il fardello della mia battaglia. Fardello che si sarebbero potuti risparmiare, se questo Stato imbelle permettesse che il diritto alla vita potesse coesistere con la libertà individuale di tutelare la propria dignità

E se in questa battaglia dovessero essere inscenati i soliti indegni carrozzoni farciti di veglie di preghiere, e pagliacciate assortite, vi prego fottetevene. Dopo una vita trascorsa a tenerli fuori dalla mia porta, non permettetegli, in nessun caso, di lasciarli rientrare dalla finestra. Perchè per loro questa è una battaglia ideologica, dello stesso valore di quella per le foche monache. Mentre per me rappresenta l’orizzonte dei miei giorni futuri.

E se vi diranno di pensare a mia figlia, rispondete che già ci state pensando. E che ci ho pensato pure io. E il risparmiarle di far visita per anni a una bambola di pezza che un tempo era la sua mamma, è l’ultimo regalo che posso farle. Per permetterle di ripartire con la sua vita. E non avere un memento del dolore ogni giorno, perchè solo quello sarei.

E dopo, quel che resta di me, se ancora utile, se ancora servibile, donatelo. Affinchè il mio cuore possa emozionarsi ancora, i miei occhi vedere un tramonto, i miei polmoni inspirare l’odore dell’erba appena tagliata dopo la pioggia, il mio fegato filtrare un buon bicchiere di vino.

Economics for dummies/1

Che poi non è che perchè una rincorre i casi suoi, debba disinteressarsi per forza del mondo. Anzi, tutto il contrario. Che, si sa, l’osservazione della realtà offre spunti e idee imprenditoriali non necessariamente secondarie.

Mi son letta, con calma, le renziane proposte. Che qui, mica siam come i grillini, il cui unico scopo è demolire (ma proposte, in realtà, Grillo&Casaleggio, sin qui, poche).

Tutta roba condivisibile, quella di Renzi, per carità. Che il Paese abbia bisogno di ristrutturarsi, è questione ovvia quanto annosa. Ma questo produrrà effetti, se va bene, a medio-lungo termine. E per quel momento, il sistema-paese sarà morto stecchito.

C’è una sola cosa che dicono sia Grillo che la Lega, che ha un fondamento logico. E passa per l’uscita dall’Euro. Solo che non la sanno argomentare, essendo dei populisti del cazzo, ed avendo come base elettorale, di media, gente che si concentra massimo per sessanta secondi, neppure consecutivi (i leghisti soprattutto).

Uscire dall’Euro non è una passeggiata di salute, è ovvio. Ma potrebbe essere la soluzione. L’Italia sta giocando ad un tavolo che non si può permettere. Per dare un’immagine, è come stare al tavolo verde avendo finito le fiches. L’errore fu fatto a monte. Nella smania per entrare (che restar fuori pareva uno smacco) abbiamo accettato condizioni che non eravamo (e non siamo) in grado di ottemperare. Dare la colpa alla Merkel, sarà pure terapeutico, ma è ingiusto. Era lo standard ad essere fuori dalla nostra portata. Bastava fare come gli inglesi, e restarne fuori.

Paradossalmente, tra Italia, Portogallo, Spagna e Grecia, l’unica che si gioverebbe senza se e senza ma dell’uscita dall’area Euro, è proprio l’Italia. E forse il Portogallo. Una fuoriuscita ci consentirebbe di ricominciare il vecchio gioco della svalutazione della liretta, che per anni ha fatto da traino e colonna portante della nostra economia. Come cazzo credete che siano esistiti gli anni ’80? Si fondavano su un export impressionante. In doppia cifra costante. Altro che made in Italy. Non prendiamoci per il culo. il nostro ruolo è sempre stato quello dei cinesi d’Europa (le fabbrichette della Brianza copiavano, bene le idee degli altri). Il comparto tessile, manifatturiero, della meccanica di precisione produceva un prodotto decoroso, a volte perfino molto buono, ad un prezzo che, al tasso di cambio, era straordinariamente concorrenziale. E noi potevamo far finta di essere ricchi. Poi certo c’era l’Olimpo di cui si riempiva la bocca il craxismo (gli stilisti, la Milano da bere, etc). Ma le colonne erano il tessuto di piccole imprese scopiazzanti, che l’euro ha azzoppato, e non poteva essere altrimenti.

In Spagna, per contro, l’economia è sempre stata di carta (finanza, commercializzazione) con poca industria, molta agricoltura, molta edilizia, turismo a pacchi. Un’uscita dall’euro non cambierebbe eccessivamente la situazione, anche se probabilmente il comparto turismo, svalutando tornerebbe a volare. In Grecia, i problemi strutturali sono, e sono stati, ben altri. Un paese di 11 milioni di abitanti in cui il 65% della forza lavoro è composta da dipendenti pubblici, rende chiaro che l’unica risorsa di quest’economia è il turismo e qualche multinazionale (marginale). Non esiste null’altro. O comunque pochissimo altro. Il Portogallo, è in crisi da talmente tanto tempo, che si son abituati e non gliene fotte. Stanno bene così. Non son ricchi ma hanno una qualità di vita (inteso come tempi e spazi per sé) che soddisfano quel tipo di Paese e cultura.

Precisiamo. Non sto dicendo che uscire dall’euro sarà indolore. Bisogna mettere in conto una svalutazione del 40% (mediamente) dei nostri risparmi. Ma va anche detto che la BCE dovrà renderci, in qualche modo, i conferimenti di questi anni. Perchè se è vero che non adempiamo ai criteri, è vero anche che l’italia non ha chiesto nè prestiti nè aiuti, pertanto dispone ancora della piena titolarità del denaro conferito.

A quanti sostengono che questo è un anacronismo storico, oppongo le scelte più conservatrici degli inglesi (che col senno di poi avevano capito se non tutto molto) e quelle più logiche della Polonia, che appartiene all’area senza averne adottato la moneta (e infatti in Polonia si può transare con doppia valuta, euro, se vuoi, o zloty, comunque).

Non credeo che uscire dall’Euro rappresenti una sconfitta, deve essere invece vista come una sfida e come uno stimolo a far riprendere un economia, che, siamo oggettivi, non può ripartire solo attraverso cunei fiscali e detassazione del lavoro dipendente.

Che fra l’altro, serve a un cazzo, scusate il francesismo. Perchè attualmente molta parte del lavoro dipendente è sulla schiena dell’INPS attraverso gli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, mobilità, etc). Il che significa che i contributi non li paga nessuno (i famosi contributi figurativi, figurativi nel senso che figurano senza che nessuno abbia esborsato).

Barbera e champagne, stasera beviam

Se è vero che il sonno della ragione genera mostri, è vero pure che la visione di Masterchef genera un’orda di cagacazzo mai visti.

Sabato mattina, squilla il telefono. E’ la mia amichetta A., che necessita di essere acclarata rispetto alla preparazione di un brasato al barolo.

Premessa. A. cucina, di suo, piuttosto bene. Ed io, pur cucinando discretamente, non è che sia Gualtiero Marchesi. Trattavasi pertanto di consulenza spot.

‘Ma secondo te, il Barolo deve essere sfumato con del Barbaresco?’ Presa dal sospetto che A. si sia improvvisamente impirlita, le dico: ‘Ma da quando usi il Barolo per il brasato al Barolo?’

Non sono scema, e lo so, che nomen omen, e il brasato andrebbe fatto col barolo ma è notorio che identico risultato s’ottenga con una buona Barbera, meglio se un po’ corposa.

E che costa, mal che vada, un quarto.

Che poi, immolare una bottiglia di Barolo, per marinarci della carne, a me pare sacrilegio. Se poi me lo sfumi pure col Barbaresco, che costa una fucilata ed è buono il doppio, invoco il penale.

Mi risponde: ‘Eh, sai, P. mi diceva poc’anzi che non dovremmo fossilizzarci su certe abitudini, e che la buona tavola è il perno dello stare insieme. E che, in cucina, occorre innovare’.

‘E P. tutta ‘sta roba è riuscita a pensarsela da solo?’

P., per la cronaca, è suo marito. Uno che, in quindici anni di matrimonio, si è sempre stupito del fatto che i fusilli da dentro al sacchetto si materializzassero nel piatto. Per convincerlo a vuotare la lavastoviglie, ci ha messo anni e ho sempre sospettato che avesse smesso di dargliela, ad un certo punto. Insomma, P. nella vita, al massimo, mangia, sul resto, non pervenuto.

‘Scusa e da quando P. discetta di cucina?’ ‘Ah guarda, gli è presa proprio la passione. Guarda Masterchef, Cucine da Incubo, il Boss delle torte, è diventato un esperto’.

‘E cosa cucina, di grazia?’ ‘No, beh, cucinare cucino io. Quello che lui pensa, lo traduco in opera. Comunque, che cazzo devo fare, per ‘sto brasato. Cosa uso?’.

‘Una bottiglia di barbera, come da quindici anni a questa parte. E quel che risparmi accantonalo. Che voi due, di uno bravo, avete bisogno’.

E ti vengo a cercare

Io guardo poca televisione. Per mancanza di tempo essenzialmente. Però sono estremamente selettiva sui contenuti. Su quelli non transigo.

Se non è pattume, non fa per me.

Ragazzina, nei pomeriggi solitari di studio, facevo le versioni di greco e latino guardando Buon Pomeriggio su Rete4. Non voto Berlusconi solo perchè, ad un certo punto, sospese La Valle dei Pini, Così gira il mondo e Aspettando il domani, mollandomi lì in mezzo al guado. Son offese che non si dimenticano, altro che le leggi ad personam.

Per dare un’idea di quanto son imbecille, programmavo la registrazione di Sentieri, quando lo cambiarono d’orario, e vidi l’ultima puntata in streaming su YouTube in lingua originale, capendo un 20% e aiutandomi con le immagini. Insieme a Santa Barbara l’unica volta che son riuscita a vedere un finale.

Su Grecia Colmenares e le altre eroine delle telenovelas, potrei tenere corsi universitari. Ho scoperto di recente un fichissimo canale online, gratuito, che le trasmette in streaming in lingua originale. Le tengo da parte per la pensione.

Il mio must, in ogni caso, si materializza ogni mercoledì sera su RaiTre, che io, Chi l’ha visto, lo seguo da anni. Pure in viaggio, se il wi-fi degli hotel mi sostiene.

L’Uomo, appena parte la sigla ha l’orticaria. ‘Ma come cazzo fai a vedere ‘sta cagata?’ (detto da uno che guarda Com’è fatto sul satellite, e una sera ha speso un’ora della sua vita per sapere come nascono i tappi a corona). La Donna, non si capacita (e pure lei, ha le sue da farsi perdonare, con la sua opera omnia di Danielle Steel ben in mostra sulla libreria). La nana, trasla i giochini altrove invocando la Peppa e  si rifugia con suo padre sull’Aventino (anche perchè se fa casino la zittisco, che se no non capisco e mi tocca tornare indietro, perchè sia mai che mi perdo un passaggio).

Ottenuta pace e silenzio, mi spalmo sul divano, col punto croce. E attendo la sciamana di tutte noi (perchè secondo me in prevalenza femmine siamo), la Sciarelli, che, col suo caschettino bon ton è comunque discretamente zarra nel porsi (e qualche volta pure nel vestirsi, che certi accostamenti, son un po’ ardimentosi).

L’altra sera constatavo comunque, che, rispetto a Chi l’ha visto, s’ha poco da sfottere. Lo fanno per l’audience, certo. Però, se non ci fossero loro a rompere i maroni su certe storie, le stesse sarebbero finite morte e sepolte in cavalleria. Lo dico sempre all’Uomo. Se decidi di eliminarmi, non temere i RIS, ma Chi l’ha visto. Hanno una tigna che il tenente Colombo a confronto, pare un dilettante. Tra l’altro son rompicoglioni uguali, nel porsi (intendo uguali al tenente Colombo di cui sopra)

Comunque tutto questo per dirvi che l’altra sera cercavano l’ennesimo nonnino con annesso Alzheimer, uscito di casa per andare al bar, e spersosi chissà dove.

Convinta di averlo visto il ponmeriggio in un paesello a noi limitrofo, ho armato un catastrofico casino in tutta casa. Rompendo le palle all’uomo che mi sembrava un dovere civico collaborare, e bla, e bla, e bla.

Mentre berciavamo (‘chiamo’, ‘ma non dir cazzate, come fa sto qua a farsi 1000 km. in 8 ore a 90 anni’ ‘se fosse tuo padre, cosa faresti’, etc), han trovato il nonnino. A un paio di km da casa sua, e a un migliaio da casa mia. Preso atto che le mie capacità fisiognomiche son patetiche, ho ripreso a ricamare con un certo aplomb.

L’Uomo si è ritirato nei suoi appartamenti. La Nana ci ha guardato, l’aria sconsolata di chi pensa ‘ma avrò mica preso da ‘sti due dementi?

Piove, senti come piove

Gentile Sceneggiatore,

che il governo è ladro, lo sappiamo. Che l’opposizione è connivente, pure. Che il Movimento 5 Stelle abbia l’afflato democratico di Kim Jong Un, l’avremmo capito, e, per chi non l’avesse capito, non si intravedono speranze. Del fatto che Casini sia un voltagabbana, e si differenzi da Mastella solo per il physique du rôle, ce ne siam fatti una ragione da tempo.

Pertanto, se tutta quest’acqua deve essere interpretata come un segno, sappi che in realtà è solo una rottura di coglioni accessoria. Chiudi il rubinetto. Grazie

 

E’ arrivato il temporale

E poi passa la buriana. O anche no, ma tanto è lo stesso.

Però questa, vista poi, fa pure ridere. O piangere. Che poi son facce della stessa medaglia. La Donna (ovverosia mia madre) e l’Uomo (ormai ampiamente noto alle cronache) simpatizzano, a tratti, si tollerano, spesso, si sfanculano, talora. Sullo sfanculamento, per essere sinceri, è più attiva lei di lui, ma non è questo il punto.

Talora la Donna e l’Uomo si coalizzano. Parlano di me, possibilmente in mia assenza, e traggono conclusioni. Alla cazzo, per lo più. Come dicevo altrove, mi son rotta di essere come tu mi vuoi e questo, va da sé, li sta spiazzando. Ho provato a spiegare. Ho provato a rispiegare. Ho preso atto che non capivano. O non volevano capire. Mi son rotta le palle, e ho preso a tirare dritto. Destabilizzati.

Approfittando di una mia assenza (lavorativa) hanno unito le forze e decretato che son depressa. Io. Che già solo il concetto, fa ridere.

Un depresso fatica ad alzarsi dal letto la mattina per lavarsi la faccia. Io da quando mi alzo al lavaggio faccia ho già inanellato venti altre faccende. E al mattino ho pure il metabolismo lento.

Che poi, in quel week end lavorativo, la depressa qui presente ha messo insieme: 900 km. guidati, 2 giorni di fiera, 20 bigliettini da visita portati a casa (ciascuno corrispondente ad un incontro, per un totale di dieci incontri/die, un mazzo pauroso, mentalmente e fisicamente, una grana, grossina, risolta, in qualche modo. Il tutto in poco più di 48 ore.

Torno e mi annunciano che son depressa, gli rido in faccia e tiro innanzi, illusa che fosse finita lì. Sia mai.

Sabato, in questa fetta di pianura, c’era un sole primaverile. Informo il mondo che vado a camminare. Io cammino, praticamente tutti i giorni. Se posso almeno un’ora al giorno. A passo decisamente spedito. Altra cosa nota a tutti, è che cammino con l’ipod a palla nelle orecchie.

Parto. Siccome è sabato, e son le due del pomeriggio, non mi ansio se camminerò mezz’ora o un’ora o un’ora e mezza, fiduciosa del fatto che siano, sostanzialmente, cazzi miei. Ovviamente con l’ipod sparato, col cavolo che sento il cellulare, che in effetti mi porto dietro caso mai servisse. A me. Purtuttavia, tutti sanno che sto scarpinando, e che, quando scarpino non amo essere molestata.

Rientro dopo un paio d’ore. In programma doccia e uscita con la nana. Vengo accolta da due erinni. L’Uomo e la Donna. Che stavano credo progettando di ritrovarmi attraverso Chi l’ha visto. ‘Eravamo preoccupati’ – ‘?’ –  ‘Non sapevamo più dove cercarti’ – ‘??’ ‘Non pensi a noi che ci preoccupiamo’. – -???- Guardo la Donna. ‘L’Uomo sapeva che andavo a camminare, come si evince dal mio abbigliamento (più da discarica che da regina del celebrità)’. ‘Sì, lo so, me l’ha detto. Ma noi eravamo preoccupati, lo vuoi capire o no che sei depressa?’

Dopo che ho smesso di urlare, la depressione ce l’avevano loro.

E fa che si porti via, la mala morte e la malattia

Buon Anno a tutti coloro che, in questi mesi, hanno trovato il tempo di transitare su queste pagine. A coloro che hanno lasciato commenti ed a coloro che non ne hanno lasciati. Mi commuove e stupisce pensare (e non lo dico per cortesia) che ci siano persone che provano un qualche interesse per me e le mie parole (e questo la dice lunga sulla mia autostima, in effetti)

Buon Anno a quanti, anche quest’anno, hanno fatto della cortesia, della professionalità e dell’etica la propria cifra morale. E non pensino di passare inosservati. Sono invece luminosi, tra tanta pochezza.

Buon Anno a chi tenta, ogni giorno, di inculcare ai propri figli dei valori. E non mi riferisco a quelli quotati in Borsa.

Buon Anno a quelli che si ricordano da dove vengono. Requisito fondamentale per sapere dove si sta andando.

Buon Anno a quelli che ci provano, ogni giorno, pervicacemente. Perchè certe mattine, anche solo alzarsi è un atto di coraggio.

Buon Anno a quelli che non son né santi, né pii. Ma non dicono di no al prossimo loro. E non lo chiamano precetto. La chiamano pietà, da pietas. Che è un’altra cosa. ed è come il coraggio per don Abbondio. O ce l’hai, o non ce l’hai.

Buon Anno all’anziano operaio in catena che venerdì ci ha ricordato, con la sua stanchezza, la sua ansia e la sua paura del futuro il perchè ogni mattina continuiamo indefessamente a sbatterci, nonostante ogni sera si presentino opportunità meno onerose e più remunerative. Opportunità che, però, non includerebbero né lui, né le sue stanchezze, né le sue ansie e men che meno le sue paure.

Buon Anno, carissimi.