C’era una volta un Re – Vittoria del Regno Unito – La nonna d’Europa

Vittoria di Kent, nata Alexandrina Victoria, vede la luce a Londra, nel maggio del 1819. È figlia di una principessa tedesca, Vittoria di Sassonia-Coburgo-Saalfeld, e di Edoardo Augusto di Hannover, duca di Kent e Stratham, figlio quartogenito di re Giorgio III.

Di primo acchito, due sono le evidenze. Che la creatura ha ben poco sangue inglese, essendo, di fatto, di ascendenza tedesca, e che, sulla carta dovrebbe avere scarse probabilità di ascesa al trono.

In realtà se la prima affermazione è del tutto vera, la seconda ha sfumature ben più complesse. I figli maschi della pur ampia discendenza di Giorgio III, soprattutto il secondogenito, il terzogenito e il quartogenito avevano mostrato una certa allergia al matrimonio, mentre il primogenito, Giorgio Augusto di Hannover, il futuro Giorgio IV, di cui gli annali ricorderanno, una notevole indulgenza al lusso e una evidente dissolutezza, aveva avuto una sola figlia, la principessa Carlotta, nata dal suo più che turbolento matrimonio con Carolina di Brunswick-Wolfenbuttel, altra principessa tedesca, peraltro, a sua volta, non fulgido esempio di equilibrio mentale.

Nel 1817, però, Carlotta muore improvvidamente di parto, dando alla luce il suo primogenito. Morto anch’egli. D’altra parte, le morti per parto non sono insolite all’epoca. E, paradossalmente, alla faccia del privilegio, rischiano di mietere più vittime tra le principesse reali che in tutti gli altri strati sociali. Perchè queste donne, sottoposte a estenuanti tour de force riproduttivi, morivano spesso prima dei 30 anni. Più insolito, forse, che ciò sia accaduto ad una principessa reale destinata al trono (e con una linea dinastica successoria abbastanza sguarnita), ma tant’è.

Il problema della successione ovviamente esplode in tutta la sua potenza.

Le figlie di Giorgio III, tutte senza discendenti, sono messe immediatamente fuori gioco dal fattore età. Nessuna di loro è una giovinetta. Non resta quindi che obbligare i recalcitranti figli cadetti a dire infine addio a quel celibato sin lì strenuamente difeso.

In realtà, il secondogenito di Giorgio III, Federico di Hannover aveva sposato una nobildonna prussiana ma il matrimonio, era naufragato rapidamente e senza lasciare eredi. Mentre il terzogenito, Guglielmo, Duca di Clarence, non avendo mai preso in considerazione la possibilità di salire al trono, aveva vissuto a lungo more uxorio con un’attrice, che non aveva potuto sposare per ragioni più che ovvie, e coltivato diverse relazioni, da cui era derivata una consistente progenie. Progenie purtuttavia illeggittima, e, peranto inutile.

Ma le soluzioni, a cercarle, si trovano. E la soluzione in questione assume le sembianze di Adelaide di Sassonia-Meiningen, una principessa tedesca (l’ennesima, effettivamente, anche perchè le principesse delle casate secondarie tedesche rappresentavano un serbatoio inesauribile di consorti essendo, nei fatti, la metà di mille). Il matrimonio, combinatissimo, fu, al di là di ogni pronostico felice, ma sostanzialmente inutile: la discendenza della coppia, costituita dalle principesse Carlotta ed Elisabetta, non supererà la prima infanzia (altro fatto tutt’altro che insolito).

Andrà meglio, a Edoardo Augusto che però non salirà mai al trono (Vittoria infatti il trono lo erediterà dallo zio Guglielmo, Re Guglielmo IV) poiché morirà di polmonite l’anno successivo alla nascita della figlia.

Vittoria crebbe affidata alle cure della madre, una donna oppressiva e dominata dalla figura del suo amministratore, Sir John Conroy, che ne influenzava pesantemente le scelte e che interferiva ampiamente nell’educazione della bambina. Su Conroy, negli anni vennero versati fiumi d’inchiostro e molto si disse (all’epoca) e si scrisse, nel tempo, sul rapporto tra la Duchessa di Kent e il suo amministratore.

Nel frattempo, la bambina divenne ufficialmente l’erede al trono ad undici anni quando, morto lo zio, Giorgio IV, salì al trono l’altro zio, il già citato Duca di Clarence, che passerà agli annali come Guglielmo IV.

Considerata la durata della vita media all’epoca, un regnante infante non era una stravaganza, ma una concreta possibilità, e il Parlamento nel 1831 promulga il Regency Act, un atto per la reggenza in ragione del quale, nel caso in cui il re fosse morto prima della maggiore età di Vittoria, la reggenza sarebbe passata pro-tempore nelle mani della di lei madre. Con un’ingenuità che sorprende, il Parlamento sceglie di non prevedere un consiglio per limitare i poteri del reggente nonostante lo stesso Guglielmo IV non avesse alcuna stima delle capacità di giudizio della cognata, sino a giungere al punto di dichiarare nel 1836 che avrebbe fatto tutto il possibile per sopravvivere fino ai 18 anni della principessa, pur di evitare una reggenza. Venne accontentato. Morirà un mese dopo il diciottesimo compleanno dell’erede al trono.

Se la madre e Sir Conroy pensavano di manovrare la giovane Regina, probabilmente non si erano mai curati do conoscerla davvero. Anzi, uno dei primi atti della giovanissima sovrana fu proprio quello di allontanarsi dalla soffocante influenza materna.

Nel frattempo, a meno di due anni dall’incoronazione, evidente era la necessità che la giovane Regina avesse un consorte. Ma quel problema era già in larga parte risolto.

Quando ancora era un’erede al trono, nel 1836, Vittoria incontrò quello che poi divenne suo marito. Il principe Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha. L’incontro avvenne su spinta dello zio materno di Vittoria, Leopoldo, re dei Belgi. Il fatto che Vittoria e Alberto fossero primi cugini (il padre di lui era il fratello della madre di lei), non turbò nessuno. L’unica ostilità provenne dal sovrano in carica, Guglielmo IV che avrebbe preferito per la nipote il secondogenito del re d’Olanda, il principe Alessandro di Orange-Nassau. Nulla di personale, peraltro. Solo le consuete beghe di strategie politiche. Le stesse, en passant, che animavano la sollecitudine del già citato Leopoldo del Belgio.

I due si sposano nel 1840, e sembra assodato che sia stato un grande amore. Albert ebbe senz’altro, un notevole ascendente sulla regina. Fu un valido appoggio, un ottimo consigliere, si occupò con fermezza dell’organizzazione della vita di corte e ragionevolmente patì, come altri dopo di lui, l’essere relegato al ruolo di Principe consorte che mai riuscì a farsi ad essere elevato al rango di Re.

La loro prima figlia, Victoria, nacque nel novembre del 1840. Seguita da altri 8 figli che, sopravvissero, tutti sino all’età adulta.

Alberto morirà ad appena 42 anni, forse di tifo, più probabilmente di cancro allo stomaco, lasciando la regina in uno stato di prostrazione assoluta che fece cadere una cappa di puritanesimo e di senso di oppressione sulla corte e, più in generale, sui costumi del Paese.

Il suo regno, secondo per durata solo a quello della discendente Elisabetta II, durerà 63 anni 7 mesi e 2 giorni, e darà il nome ad un’epoca, quella vittoriana.

Il suo lunghissimo regno sarà caratterizzato dallo sviluppo industriale, politico, culturale, scientifico e militare, oltre che dall’espansione dell’Impero Britannico.

Ultima sovrana del Casato di Hannover, a partire dal figlio e successore si aprirà l’epoca della casata Sassonia-Coburgo-Gotha, che perpetuerà, per i posteri il ricordo del principe Alberto (che a differenza di tutti quelli che verranno dopo potrà, almeno, dare il proprio cognome ai figli) e che è, ancora oggi, la casata regnante (Windsor non è che un artificio lessicale di cui varrà la pena di parlare, ma un’altra volta).

Nell’esaltare però la stabilità, la floridezza, la potenza commerciale e coloniale del Regno Unito in epoca vittoriana non possiamo prescindere dal ricordare le profonde ferite che questo sviluppo inflisse alla società, alla perenne ricerca di un mai trovato equilibrio tra progresso e sfruttamento delle masse, sacrificate, queste ultime, in nome uno sviluppo che si fondò massimamente sullo sfruttamento minorile, con migliaia di bambini che persero prematuramente la vita nelle nascenti fabbriche e nelle miniere di carbone.

E se controversa fu l’epoca vittoriana, anche la donna Vittoria ebbe molte luci e altrettante ombre. Sul piano internazionale, fu una figura di spicco non solo per il peso crescente dell’Impero Britannico all’interno dello scacchiere mondiale ma anche per i legami familiari che la sua famiglia intrattenne con le case regnanti di mezza Europa, facendola guadagnare il soprannome di “nonna d’Europa”, in ragione dei matrimoni della sua numerosa prole, da lei combinati con assoluta sagacia strategica,

Al suo deflagrare, la prima guerra mondiale, vide, su fronti differenti, almeno tre dei suoi nipoti: il kaiser Guglielmo II di Germania figlio della primogenita Victoria, re Giorgio V del Regno Unito (figlio del suo successore, il bon vivant e abbastanza inetto Edoardo VII), e lo zar Nicola II di Russia che aveva con la principessa Alessandra (figlia della terzogenita, principessa Alice).

Ad oggi, sui residui troni europei, siedono regnanti nelle cui vene ancora scorre il sangue dell’illustre antenata: oltre all’assolutamente Elisabetta II del Regno Unito, ricordiamo Felipe di Spagna (per via sia materna che paterna), Margrethe di Danimarca, Harald V di Norvegia, Carlo XVI Gustavo di Svezia. Senza contare i detronizzati: Guglielmo II di Germania, Costantino II di Grecia, Pietro II di Jugoslavia e Michele di Romania.

E il sangue, proprio il sangue, quello di Vittoria, che recava in sé i geni dell’emofilia, ad un certo punto decimerà molte delle monarchie europee e avrà un ruolo, neppure troppo secondario, nella caduta dello Zar Nicola II e nello scatenarsi della Rivoluzione d’Ottobre.

Ma di questa, e altre storie, parleremo più in là.

Storie dell’altro ieri – Giorgio Ambrosoli

oggi con i contributi di:

pensierini, che ci ricorda un film e un libro che ci hanno illusi che potesse essere meglio di così, il futuro

wildhorse, che ci rammenta che ieri eravamo solo a metà settimana, e uno si chiede, che altro?

la ‘povna, che ci fa vedere che un altro mondo è possibile. Il problema sono le persone

spersa, che ci spezza il cuore con una piccola storia ignobile, ma ignobile davvero, e ci lascia con l’amaro in bocca

Chi era Giorgio Ambrosoli? Giorgio Ambrosoli era un avvocato di Milano. Che da un certo momento in poi è assurto ad eroe borghese.

Non credo aspirasse a tanto. Men che meno credo ambisse a morire ammazzato. Cosa, quest’ultima, che però accadde.

Perchè essere onesti, in Italia, oggi come ieri, è un azzardo che può costare moltissimo. Anche la vita.

Giorgio Ambrosoli, in realtà, non era un eroe. Era un avvocato, un padre, un marito, un uomo impegnato nella società, Era uno che aveva amici, interessi, curiosità, si occupava di cose.

Ed era una persona onesta. Era una persona onesta ed aveva un lavoro. Due cose che in sé non dovrebbero far assurgere allo status di eroe proprio nessuno. Sarebbe bello, e magari anche logico, pensare che queste due cose dovrebbero essere la regola, ma non è, evidentemente, così. Non lo era nell’Italia degli anni settanta. Non lo è nell’Italia di oggi. Non lo è neppure in molti altri posti. Che l’Italia non sempre è eccezione.

Aveva un lavoro, dicevamo. Faceva l’avvocato. Specializzato in diritto fallimentare e più precisamente in liquidazioni coatte amministrative. Un lavoro che procura delle grane già normalmente. Anche se uno lo esercita con rettitudine. Perchè insomma una liquidazione coatta amministrativa non è un bel momento per nessuno. Mai.

E’ abile, evidentemente. Perchè comincia presto a collaborare (parliamo della metà degli anni sessanta) con la Società Finanziaria Italiana, una società pubblica, sotto il diretto controllo del Ministero delle Finanze e del Governatore della Banca d’Italia.

La vita di Giorgio Ambrosoli cambia nel settembre del 1974.

Lui fa sempre il liquidatore. Collabora sempre con SFI. Alle Finanze siede un inutile Mario Tanassi, ma alla Banca d’Italia siede un altro personaggio perbene, Guido Carli.

Ed è proprio Guido Carli ad attribuirgli un incarico gravoso: gestire la liquidazione dell’ormai fallita Banca Privata Italiana di Michele Sindona.

Quel che gli si chiede è di esaminare la situazione economica dell’istituto. Peccato che dietro la situazione economica dell’Istituto (che è quella che è, se no non ci si troverebbe lì) ci sia un intreccio di politica, finanza, massoneria e quel tanto che basta di criminalità organizzata, di fattispecie mafiosa.

Le vicende della Banca Privata Italiana rappresentano una discreta spina nel fianco per la Banca d’Italia già dal 1971.

La Banca d’Italia indagò sulle attività di Sindona ed alla fine per evitare il fallimento degli istituti da lui fondati e gestiti, la Banca Unione e la Banca Privata Finanziaria, da palazzo Koch si decise di concedere un prestito diretto più che altro ad evitare un assalto agli sportelli da parte dei correntisti.

Della vicenda ebbe modo di occuparsi il direttore del Banco di Roma, Fignon.

E con la nascita della BPI (in cui confluirono le Banche di Sindona), Fignon divenne vicepresidente ed amministratore delegato.

Da lì a comprendere la gravità della situazione, il passo fu breve. Sindona flasifica abitualmente le strutture contabili ed attraverso un gioco di specchi usa la liquidità degli istituti da lui diretti per le sue attività.

Fignon comparte tutti i dati con Ambrosoli.

Probabilmente ricostruire le operazioni finanziarie di Sindona rilevando falsificazioni ed irregolarità non fu nemmeno troppo difficile, per Ambrosoli. Probabilmente sarebbe stato alla portata anche di un professionista meno avvezzo e acuto, perchè il marcio era tanto.

La via più semplice per fermarlo era tentare di corromperlo, ed infatti Ambrosoli divenne oggetto di pressioni e tentativi di corruzione, finalizzati non tanto a salvare la Banca (ci son pure dei limiti) ma a produrre documenti che evidenziassero la sostanziale buona fede di Sindona e gli consentissero così di smarcarsi dalle conseguenze civili e penali delle sue azioni.

Vi sono poi altre vicende, altri coinvolgimenti, lo IOR col Vaticano, ma ne parleremo altrove, in un’altra puntata, che oggi, quel che conta, quel che interessa è la scelta di Ambrosoli.

Sì, perché Ambrosoli resiste, ma le pressioni si fanno più pesanti e sempre meno amichevoli. In una lettera alla moglie, resa pubblica, i suoi timori sono evidenti.

Se poi dica che non teme per la sua incolumità, ma solo per una eventuale destituzione dall’incarico per rassicurare la moglie o per oggettiva convinzione, è arduo sapere.

Perchè quel che Ambrosoli non sapeva, e non ebbe mai modo di sapere, è che altri due protagonisti di questa vicenda, Sindona e Calvi, finiranno uccisi. Sindona nel 1986, Calvi nel 1982.

Quel che non sapeva, e non ebbe mai modo di sapere, è che, probabilmente, il suo destino era segnato indipendentemente dalle sue scelte. Perchè ormai, ciò che sapeva era troppo pericoloso per consetirgli di vivere.

E pure questi due particolari, non sono ininfluenti al fine della storia particolare di Giorgio Ambrosoli, avvocato milanese.

Perché lui, la sua scelta di onestà, la fa a prescindere. Solo quella, per quel che sa in quel momento, è la via del rischio. L’altra, invece un porto sicuro, oltre che, eventualmente remunerativo. Pure, decide di percorrerla, la via del rischio. Perchè per lui, e per le sue idee, che son conservatrici, monarchiche e senz’altro destrorse, è impensabile percorrere un’altra via.

Non è un eroe. E’ un uomo onesto. E sereno, nella sua onestà. Farne un eroe, significa metterlo in una teca. Invece varrebbe la pena farlo restare uno di noi. Uno che semplicemente, ha fatto una scelta. Quella di restare fedele a se stesso.

Ambrosoli avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale il 12 luglio 1979, lo ammazzano la sera prima, l’11 luglio. Se ne occupa un mafioso italo-americano, contrattato da Sindona.

Ma c’è un altro personaggio in questa storia milanese.

C’è Enrico Cuccia, il dominus di Mediobanca. Non è un sodale di Sindona. Questo, assolutamente no. Anzi, per il tipo che è Cuccia, c’è da supporre che uno come Sindona gli faccia, anche, un po’ schifo.

Pure, Cuccia deve incontrarsi con Sindona, a New York. Siamo nell’aprile del 1979. E Giorgio Ambrosoli è ancora vivo.

Di questo incontro si parlerà in un tribunale. E’ l’autunno del 1985 e si sta celebrando il processo che condannerà Sindona quale mandante dell’omicidio di Ambrosoli. Riporto, virgolettato, il dialogo tra il Pubblico Ministero, Dedola, ed Enrico Cuccia. Che, in quell’incontro, Cuccia apprese del progetto di assassinare Ambrosoli.

“Nell’ incontro di New York, Cuccia apprende per la prima volta del progetto di eliminare Ambrosoli. Non ha sentito la pesantezza della cosa, non ha avvertito l’ obbligo morale di avvisare, se non l’ autorità giudiziaria, almeno l’ avvocato Ambrosoli in privato?”, chiede Dedola.

Risponde Cuccia: “Mi rincresce molto, ma se avessi riferito ai giudici quella infelice frase, Sindona mi avrebbe accusato certamente di calunnia. Mi rendo conto… ma penso che non avrei prolungato di un giorno la vita del povero Ambrosoli, purtroppo”.

Dedola insiste: “Questa cautela vale forse per le autorità giudiziarie. Ma non poteva avvertire privatamente Ambrosoli?”. Cuccia ribasdisce: “Ambrosoli non poteva che avvertire le autorità giudiziarie, e saremmo arrivati direttamente a una denuncia per calunnia”.

E quando ci pensi, ti chiedi anche come faccia uno ad andare a dormire con se stesso, la sera.

Ambrosoli dicevamo, morì l’11 luglio 1979. Con quattro colpi di pistola.

Al funerale non presenziò nessuna autorità pubblica, probabilmente erano già in vacanza.

Nel 2010, Giulio Andreotti, nel corso di un’intervista a La Storia Siamo Noi, parlando di Giorgio Ambrosoli, disse: “Certo era una persona che in termini romaneschi se l’andava cercando”.

Un’affermazione che dice pochissimo su Ambrosoli e molto su Andreotti. E che conferma il concetto che si diventa eroi anche e soprattutto perchè ci sono uomini di stato convinti che uno che sta facendo, semplicemente, il proprio dovere, sia uno che se la va cercando.

Il figlio di Ambrosoli, nel 2013, durante la commemorazione di Andreotti, da parte della Regione Lombardia, si alzerà ed uscirà dall’aula. Rimarcando che non tutto finisce, sempre, nel calderone