E non c’è niente da capire

La vicenda Report/Moncler è ormai talmente nota che manco val la pena farci un post.

Ma c’è stato un epilogo, che mi sento di definire interessante. Non tanto in sé, ma per dare un sentore del lezzo che emana questo paese che ormai è davvero solo più un paese per vecchi.

Quel bel figuro di Patrizio Bertelli, pensa bene di dare della ‘stupida’ a Milena Gabanelli. In concreto ‘La Gabanelli si è dimostrata stupida’ (lui, invece, un genio oltre che un gentleman).

Intravedo la cosa sul Fatto quotidiano, ier sera, mentre leggevo altro.

La notizia è stata misteriosamente bucata da Stampa, Corriere, Messaggero. La Repubblica ci offre la notizia a pagina 27. Naturalmente il fatto che Bertelli, con Prada, sia un fortissimo inserzionista pubblicitario, non ha alcuna correlazione col fatto che la notizia sia stata bucata.

E men che meno che nessuno, a parte AGI (perchè poi mi son incaponita nelle ricerche), abbia riportato la frase nella sua interezza:

Una cultura del passato oramai sorpassata, per questo la Gabanelli e’ stata stupida. E’ naturale che in un mondo globalizzato un’impresa cerchi risorse produttive con costi piu’ contenuti, per esempio in Ucraina o in Slovenia, e non si puo’ impedirlo in un mercato liberale. Questo non vuol dire che noi dobbiamo fare i carabinieri sui produttori ai quali ci affidiamo

Ecco, nell’ordine, mi permetto alcuni appunti:

1. Naturale proprio per un cazzo. Con quel che costa un fottuto piumino Moncler (o una borsa Prada) puoi comunque mantenere l’intera filiera produttiva in Italia, dando da lavorare in loco, e mantenendo comunque una marginalità elevatissima. Quindi caro Bertelli, dipendesse da me, ti sputtanerei a mezzo stampa nei giorni pari e pure in quelli dispari

2. Non si può impedirlo in un mercato liberale. Stante quanto al punto 1, è un mio personalissimo cruccio. Un paio di idee le avrei. Una per esempio che il cazzo di loghetto made in Italy valga solo se tutte le lavorazioni sono state fatte in Italy e non in Cina, Bangladesh, etc. sfruttando la manodopera e senza controllo alcuno. Sì, lo so, sono illiberale. E pure stronza. Capita

3. Questo non vuol dire che noi dobbiamo fare i carabinieri sui produttori ai quali ci affidiamo. Bertelli caro, sei proprio sicuro che da qualche parte Prada non abbia pubblicato una di quelle policy aziendali sul rispetto dell’ambiente e sulle green policy tanto care ai vostri promotori di immagine? Perchè in questo caso, a fare il carabiniere sei tenuto, tenutissimo.

Detto tutto ciò, questi, che si vendono per quattro spazi pubblicitari, non sono migliori di Prada e Moncler.

E quando domani leggerete l’ennesimo articolo strappacore sul povero disoccupato che mangia nelle mense dei poveri, o su quello che s’è dato fuoco, o sulla famiglia di quattro persone che dorme in macchina, tutti articoli scritti con tanto, tanto sentimento, pensate a quanti posti di lavoro si potrebbero creare o ricreare se il cazzo di logo Made in Italy fosse soggetto all’obbligo di effettuare tutte le lavorazioni in Italia.

Perchè qui sono tutti, ma proprio tutti, conniventi.

Si potrebbe scegliere fra le foto, quelle dove sorrido

Il titolo c’entra poco, ma rappresenta un continuum per una serie di post sugli anni del mondiale che feci, divertendomi pure parecchio, quest’estate.

Questo piccolo divertissement, m’è tornato alla mente quando, ier sera, ho realizzato che la fine del secondo mandato di Napolitano sta diventando una cosa concreta.

E mi piace l’idea di una sotia che va di sette in sette, raccontando però non la mia vita, ma quella di un Paese che è mutato straordinariamente, in meglio ed in peggio. Un paese contadino, con le scarpe risuolate ed i cappotti rivoltati, che è cambiato e si è convertito agli smartphone ed al terziario avanzato.

Trovando molto e perdendo, forse, altrettanto. 68 anni di storia, passando ovviamente attraverso passaggi del tutto trascurabili

Perché mi batterò per te con un esercito di idraulici, condomini, dentisti, rompipalle e bottegai

Che poi, una trascorre la vita a prendere a testate i soffitti di vetro professionali, per essere poi bellamente sconfitta sul piano della quotidianità.

Che lì, non c’è assertività che tenga. E neppure abbigliamento. Puoi andare vestita come la regina del celebrità o come una taglialegna, ma la sostanza sempre quella é.

Su certe cose la femmina viene considerata, invariabilmente, cretina, altro che coni gelato.

Il podio delle ultime settimane.

1. L’autoricambi.

‘Scusi ha il refrigerante per circuiti xy?’ ‘Perché? A cosa le serve?’

Per berlo. E’ un modo creativo di suicidarsi, in effetti. Oppure per farmici una lavanda intima. Ho finito l’infasil.

‘Per metterlo nel radiatore, evidentemente. Me ne serve una bottiglia ed è il prodotto che sto attualmente utilizzando nel radiatore medesimo’.

Radiatore che si dà il caso che da un paio di giorni attraverso una simpatica spia accesa mi segnali ad intermittenza che, o faccio il rabbocco o il motore potrebbe allegramente fondere.

‘Ma lei lo sa dov’è il radiatore?’

Oh cazzo. Che incubo. Ma vendimi sta fottuta bottiglietta. Poi anche se la uso per condire l’insalata, a te, chettefrega, in fondo.

‘Dov’era l’ultima volta in cui ho rabboccato il liquido immagino’

Alla fine ha ceduto, vendendomi (preciso, vendendomi, mica regalandomi) la bottiglietta. Che mi ha consegnato manco fosse il Sacro Graal. E pensando in cuor suo che, delle due, l’una. O stamattina mi vedeva in prima pagina, con la foto dell’auto esplosa e l’indicazione una prece, oppure, indipendentemente dalle apparenze, dovevo essere un travestito. Che certe cose, diciamolo, suvvia, solo gli uomini, o, almeno, quelli che lo furono.

2. Il caldaista

Schiatta la caldaia. Magno gaudio. Venerdì mattina l’Uomo era in ben altre faccende affaccendato, tal per cui del caldaista me ne debbo occupare io. Arriva in ritardo stratosferico. Roba che lo facessi io coi clienti verrei presa a calcinculo da qui all’eternità. Ma vabbé. Il caldaista lancia uno sguardo alla caldaia e propone un’arzigogolata soluzione tecnica che include il montaggio di una valvola di decompressione.

‘Ma non si preoccupi signora, che lo so io quel che devo fare’. Lo stoppo. ‘No guardi quel che deve fare è riparare la caldaia lasciandola nelle condizioni in cui gliela sto consegnando. Se non è in condizione di farlo me lo dica subito (almeno poniamo fine alle reciproche sofferenze, penso tra me)’. ‘No, ma signora, non si preoccupi. IO so quel che devo fare.’

Mi rompo i coglioni all’istante. ‘No guardi, l’obus che vuole applicare (che lo so di che parli, mio bel baggiano) lo so anch’io che FUNZIONA. Per carità, mica lo discuto. Il problema è che la caldaia è nuova di pacca. E se lei mi applica un obus, varia le condizioni di integrità del prodotto venduto. Per cui noi ci fottiamo miseramente la garanzia di 2 anni da parte del fabbricante. A meno che l’impresa per cui lei lavora non sia disposta a sottoscrivere una garanzia a parte, visto che la manomissione è opera vostra’.

‘Ma senza obus ci metto tutta la mattina. Mi tocca smontare tutta la caldaia’. E ti pare che se era una cazzata chiamavo te, bel pistola. Ce lo facevamo noi e mi risparmiavo pure la sofferenza di questa conversazione.

Ovviamente la caldaia funziona perfettamente, adesso. E altrettanto ovviamente senza obus.

3. Il ferramenta

L’uomo, l’avrete capito, delega volentieri a me tutte la cacature di cazzo che si ribaltano sull’allegra famigliola. In attesa che cresca la nana, e io possa sbolognarle a lei (e si sappia sin d’ora che lo farò, perchè nella vita prima ini ad allenarti, meglio è)

Dobbiamo aggiungere ripiani e piantane alla scaffalatura metallica del garage. Che come accumuliamo noi, nessuno mai. Sembriamo quelle famiglie da reality, accumulatori seriali o giù di lì.

Dopo averlo detto tipo ventisette volte all’Uomo, mi sfrango le palle (sì, lo so, non si fa, mia madre, un’altra che s’è fatta fregare a vita, me lo ripete ogni volta) tiro giù tutti i sedili della mia macchina più un paio di quelli del vicino e parto alla volta del ferramenta.

Mi servo da sola. Chiedo poi dei tiranti metallici, per fissare la scaffalatura senza che resti sbilenca, ma tassellando il minimo il muro. Anzi utilizzando i tasselli già inseriti. Che il muro è in cemento armato. Non che il cemento armato non sia tassellabile, pur vero. Ma con la tecnologia di cui disponiamo noi, l’ultima volta l’uomo ha, nell’ordine, fuso tre punte, rimediato uno strappo muscolare e dei tremori da parkinson che son spariti solo dopo otto giorni. Senza contare l’ansia da perforazione del tubo condominiale, che anch’essa ha un suo perché. E quindi, magari anche no.

Altra discussione di mezz’ora per ottenere quanto avrei regolarmente pagato. E comunque senza che nessuno si sia peritato di caricarmelo in macchina, l’acquisto, che, va da sé, sei rincoglionita quando parli, essendo donna, ma la cavalleria di caricarti in macchina tutta quella roba col cavolo. Che non è che una pretenda, eh, sia chiaro. Però se proprio devi trattarmi da idiota, almeno aiutami.

Ecco. Poi uno dice la parità dei sessi. Sabato sera, dopo il match col ferramente guardavo la nana e pensavo. ‘Ragazzina, la parità dei sessi la raggiungeremo quando, entrando dal meccanico, dal ferramenta, dall’idraulico ci presteranno la medesima attenzione di quando entriamo dal verduriere.

La calunnia è un venticello

Alfonso Signorini, mi delude. Non è l’aspetto legale della vicenda, a interessarmi.

Neppure quello più squisitamente morale. Che di fare la morale, in questi giorni, ne avrei anche un po’ piene le palle. E poi, che morale vogliamo fare a uno come Signorini? Mi tengo il fiato per quando mi mancherà, e lascio il posto ad altri.

Mi limito però ad alcune considerazioni sparse.

Anzitutto, non riesco a pensare ad un modo acconcio di mangiare un cono gelato che non sia quello riproposto in foto. Perchè mangiare un cono gelato con un cucchiaino in plastica,  risolverebbe forse il problema, ma, per restare in tema, mi fa pensare al coito interrotto. Non roviniamo un piacere, suvvia. E poi comunque, pertanto così, ti prendi una coppetta e al più te la fai guarnire con una cialda.

Secondariamente, ben dice Gramellini su La Stampa. La piantasse la Pascale di fare parallelismi idioti tra gli sfottò a lei per la faccenda del calippo e il gratuitissimo servizio sulla Madia.

C’è una differenza abissale tra una che si mangia un cono seduta in macchina e una che ciuccia un calippo in favor di telecamera. Al di là delle implicazioni strettamente legali, esiste proprio una differenza concettuale. La prima si sta facendo serenamente i cazzi propri, in macchina, mangiando un gelato. La seconda, mentre ciuccia un calippo con aria voluttuosa in favor di telecamera, quegli stereotipi li sta utilizzando ai propri scopi. Quindi non rompa le palle. Non è stata fraintesa. E’ stata perfettamente intesa. Al limite può spostare l’attenzione sul fatto che se uno a 20 anni è coglione, non è che il mondo debba ricordarglielo fino alle soglie della pensione. Ma questo è ben altro discorso.

Al limite, e per restare sulla politica, qualche (anzi parecchie) ragione in più potrebbe avercela, sul versante opposto, la Carfagna. La battuta della Guzzanti (‘Stringi i denti, Mara!’) non faceva ridere. Ed infatti venne, giustamente, considerata diffamatoria.

Resta il fatto che, senz’altro, ad un uomo, qualsiasi, alle prese con un cono gelato, nessuno si permetterebbe di dire ‘ci sa fare col gelato’.

E questo non è colpa di Signorini.

Scrivimi, servirà a sentirti meno fragile

A proposito di ricordi. La mia prof. del ginnasio, quando leggeva i nostri temi, issava uno sguardo a metà strada tra lo schifato ed il bonario, ed esalava: ‘O tempora, o mores!’

La prof. del liceo, nei temi, aveva una scala voti che partiva dal 7 e mezzo. ‘Niente di personale, ragazzi. Ma siete studenti del liceo, non Leopardi e neppure un romanziere d’accatto. Con un 7 e mezzo ce n’è d’avanzo.’

Mi sono tornate alla mente entrambe, mentre questa mattina leggevo l’ennesima mail del cazzo.

Testo: ‘Ti briffo ASAP’. Il briffatore, per la cronaca veleggia verso i 60. E io, delle Olgettine potrei essere, al massimo la mamma o la vecchia zia. Che poi, tra ‘Ti briffo ASAP’ e ‘Ti faccio sapere’ c’è una differenza in soldoni di numero 2 caratteri. Un risparmio di un nanosecondo. Al massimo ti ci infili un dito nel naso.

Comunque, solo nella corrente settimana, oltre al ‘ti briffo ASAP’, ho collezionato pure un:

– sono a tua disposizione 24/7/365.

Mi son tenuta dal rispondere: anche mentre scopi? anche mentre caghi? anche mentre dai un bacio ai tuoi figli? Ma va’ tranquillo, che, parafrasando Woody, Dio e morto, Marx è morto e pure noi siamo ben incamminati.

– stay tuned.

Guarda lo so che da piccolo volevi lavorare a Radio DeeJay, ma la vita ti ha riservato altro, rassegnati.

– ci brainstormiamo venerdì?

No. Non vedo cosa potremmo condividere, cara.

Ed è solo giovedì. Non sono fissata. E’ che credo esistano modi e forme. E che ci si potrebbe astenere dall’essere ridicoli. O patetici.

Sul muro alle mie spalle, in ufficio, ci sono appese:

– una carta geografica, per calcolare le distanze rapidamente e trovare soluzioni logistiche al volo.

– Una mano, fotocopiata. Quando son depressa, e cerco consolazione, mi appoggio alla fotocopia. Quella mano, con ogni probabilità, è l’unica che mi verrà battuta sulla spalla.

E poi c’è una mail ricevuta un anno e mezzo fa, che recita:

Carissima, se mi dai feedback asap possiamo fare un recap ed organizzare un meeting in una location cool.

Perchè quando perdo il senso della misura, la leggo e mi ridimensiono al volo.

Acqua che porta male, sale dalle scale, sale senza sale, sale

Vent’anni solo ieri. Vent’anni proprio domani. Pioveva. Proprio come in questi giorni. Pioveva, e il vecchio fiume era gonfio e grigio. I vecchi dicevano: ‘è un fiume brutto’. Per quanto non occorresse essere particolarmente vecchi, o particolarmente saggi, per capirlo.

Era domenica. Sunday, bloody sunday. Al dì dla festa. Con un tempo come quello, tutti in casa. D’altronde, nella bassa padana, la domenica dopo i Santi, sotto una pioggia torrenziale, dove cazzo d’altro vuoi andare, a parte casa tua.

Non c’erano smartphone, iphone, ipad. Apple era roba per adepti, mica un prodotto di massa. E non c’era manco internet. O leggevi. O studiavi. O sonnecchiavi, nell’intento vano di mandare giù una porzione di agnolotti pari al fabbisogno calorico mensile di un boscaiolo.

Oppure ascoltavi la radio. Tutto il calcio minuto per minuto. Che mica come adesso, che oltre a internet e smartphone, c’è pure la pay-tv. No. Le partite si giocavano tutte insieme. Non c’era neppure la notturna, l’anticipo, il posticipo. E se volevi sentire i risultati, o ascoltavi Ciotti, o ti attaccavi a qualche tv locale.

Ma Ciotti aveva quella voce là. Che da sola valeva lo sofrzo. E poi, caso mai, poteva anche scapparci un altro ‘Clamoroso al Cibali’. Ma non divaghiamo.

Era una domenica di novembre. Come tante. Studiavo con scarso entusiasmo ed ancor meno efficacia per l’esame di statistica, di cui per sempre porterò nel cuore l’inutilità profonda del chi quadro. Almeno nella mia vita, ben inteso. La radio accesa, dicevo. A far compagnia in un pomeriggio che alle due faceva già buio.

Quando all’improvviso, saran state le quattro, anzicheno, le partite vengono interrotte dalla voce del sindaco di Alessandria, Francesca Calvo: “Chi ha dei gommoni è pregato di metterli a disposizione del Comune”. Dei gommoni. Ad Alessandria. Resterà per me l’immagine della disperazione (di questa donna) di un giorno che da quel momento diventa folle, convulso, senza senso.

Piccola città bastardo posto ha i problemi suoi già dal giorno prima ed è dalla mattina che si stan sgomberando le frazioni e dando ospitalità agli sfollati dei comuni limitrofi. Il vecchio fiume ha già invaso dal giorno prima le aree golenali, e quel che è peggio la grande piena non è ancora arrivata. Quando arriverà, farà ancor più danni del previsto, ma almeno non ci scapperà il morto. Ovviamente non includendo tra le vittime tutto l’inerme bestiame che sarà impossibile evacuare e le cui carcasse galleggeranno per giorni, o verranno rinvenute tra detriti, fango e varia umanità

Ma piccola città se la cava, in qualche modo. Certo ci saranno da ripulire fabbriche, case, cortili. Ma l’operatività non viene intaccata. Ospedale, scuole, comune sono ben arroccati. Le palestre pure. L’emergenza si gestisce con parecchia buona volontà, ma senza eccessi. E non fu cosa da poco.

Alba ed Asti son già sommerse. Dalla sera prima. E molti ricordano gli ovetti gialli delle sorpresine Kinder galleggiare dall’albese all’astigiano.

Ma ad Alessandria è tragedia. Vera. Alla fine i morti saranno 14. L’ospedale, che dal ponte vecchio erano pochi minuti, è completamente allagato. Oltre ai gommoni bisogna entrare in qualche modo in città ed evacuare i pazienti. Molti arriveranno a piccola città. Nella notte. Alcuni su auto private. Lo Stato non c’è. Non c’era. Non poteva esserci forse. Tutto troppo improvviso, inatteso. Lo Stato siamo stati noi. Ad organizzare. Ad evacuare. A tirar su l’acqua con le idrovore. A pulire case, fabbriche, magazzini. Quando dico noi, non intendo noi come persone. Intendo noi come comunità. Ho visto gente lavare i panni di emeriti sconosciuti. E renderglieli stirati. Ne ho visti altri lavare piatti, bicchieri, posate a casa di persone che manco sapevano chi fosse. Per mesi i professionisti han lavorato gratis, senza chiedere parcelle a chi aveva subito danni. E lo stesso fecero molti artigiani, mobilieri, piastrellisti. In quei tre lunghissimi giorni, in cui si visse in una bolla, naufraghi in un fangoso paesaggio lunare, ho avuto, fortissima, la sensazione che questo Paese fosse migliore di come ci appare ogni giorno. E’ durata tre giorni. Perchè a noi quel che c’ammazza non è l’emergenza. E’ la quotidianità.

Oggi si gioca alla cultura

Questo ammennicoli non lo sapeva. Non poteva saperlo.

Che qua sul blog credo di non averne parlato mai, fatto salvo un vecchio post su Juan Carlos de Borbon y Borbon e la sua abdicazione.

Per cui lo sceneggiatore, sí caro alla ‘povna, stavolta ci ha messo mano.

Che in questo bel giochino lanciato da Gaberricci, neo-dottore (congrats, ça va sans dire), le tocca in sorte Sofia Luisa di Meclemburgo-Schwering.

Quel che amme non può sapere è che iome, dall’autunno (scorso) all’estate appena trascorsa si è macinata libri su libri riguardanti le monarchie europee. Perché iome, quando va in fissa, non la batte nessuno ed ha un côté ossessivo che meriterebbe, esso sí, di essere visto da uno bravo.

Quindi riprende in mano quintali di pdf sparsi e si sincera del fatto che Sophie Louise di Mecklemburg-Schwering fosse quella che ricordava, vale a dire la terza moglie di Federico I di Prussia, regina di Prussia per ciò stesso.

Sposata a soli fini dinastici, giovanissima ed inadeguata, cresciuta in una corte minore, senza alcuna esperienza di lotta e di governo, come diremmo oggi, e per vieppiú portatrice di un luteranesimo esasperato, finirà vittima di una deriva pietista che esaspererà certi tratti caratteriali già piuttosto borderline portandola alla follia.

Follia che fu il tratto distintivo di molte delle famiglie reali europee che a forza di maritarsi tra loro diedero la stura a tare non sempre prevedibili. E chissà se, senza l’emofilia della Regina Vittoria (ma soprattutto delle sue discendenti) la storia di Russia non avrebbe preso ben altra piega. La fonte? Thomas Campbell “Frederick the Great: His court and Times” volume I anno 1843. Formato .epub ovviamente free su archive.org. Federico I, marito della sventurata Sophie Louise, era nonno di Federico II di Prussia, o Federico il Grande, monarca illuminato, condottiero leggendario, che morirà senza eredi. Il trono di Prussia passerà quindi al nipote Federico Guglielmo II dalla cui schiatta discenderanno il Kaiser e la sua progenie, che siederá (la progenie) sui troni di mezza Europa.

E dopo aver mostrato che oltre alla povera Sophie Louise non sono troppo in bolla neppure io, rilancio, con quattro nomination:

musicamauro  ha vinto slavismo polacco

roceresale ha vinto Swamp Dogg

ellegio ha vinto 1954 Kukarkin

Giacani ha vinto Vauxhall

Le regole del gioco, le trovate nel post di Gaberricci e successive integrazioni.

Obbligo a giocare come sempre nessuno. Obbligo a nominare qualcun’altro, men che meno. E con ciò celebro pure il mio venerdì del libro di mercoledì che sta settimana, causa trasferta, passo mano.

Partiamo, partiamo, partiamo, partite

E alla fine la montagna partorì il topolino. Vale a dire, la legge di stabilità.

Dirne male, sarebbe facilissimo. Eppure, pur senza essere la migliore delle finanziarie possibili, percorre l’unica strada ragionevole, vale a dire canalizzare le (poche) risorse disponibili sul comparto industria, nella speranza faccia ripartire l’economia ed il PIL, innescando così una serie di virtuosismi macroeconomici che potrebbero (sul medio termine, eh, non domani) produrre dei miglioramenti ad una situazione ormai largamente asfittica.

Che Renzi non mi piaccia è un dato di fatto. Ma stilare una legge di stabilità é compito gravoso, stante il rispetto dei parametri europei e la difficoltà di gestirli coi nostri, dissestati, conti.

E’ una finanziaria che dà e toglie, quindi, sostanzialmente, rialloca in un gioco a somma zero. Detto diversamente, è il gioco delle tre carte. Con una coperta che resta, comunque, corta. E quindi, o restan fuori i piedi o restan fuori le spalle.

Ecco, forse, la perplessità di fondo sta lì. Ma la scarsità di risorse non credo consentisse molto altro.

Mi pare convincente, come già dicevo, la scelta di incanalare il poco disponibile su unico progetto, nello specifico, far ripartire l’industria.

Se abbiano scelto un buon cavallo ce lo dirà il tempo. Non ripongo eccessiva fiducia sui beneficati, ma per contro, per far ripartire l’economia non è che si possa scommettere su molto altro. E comunque, meglio l’industria che le opere pubbliche, un immane buco nero ancor meno trasparente dell’impresa privata.

Per non incartarmi, che il materiale è, vediamo le misure più rilevanti,:

IRAP

Si elimina dall’IRAP la componente lavoro. Ne consegue che le imprese risparmieranno (circa) 80 Euro mensili a dipendente. Qualcosa meno sui lavoratori sotto i 40 anni.

Confindustria è contenta (e ciò preoccupa). Lo scopo più o meno dichiarato è ridurre l’accesso alle (e l’eccesso di) esternalizzazioni.

Funzionerà? Mah. Può anche darsi. Esternalizzare è spesso più conveniente sulla carta, che nella realtà.

Perchè per esternalizzare occorre saperlo fare. E se è vero che un lavoratore in Polonia, Romania o Turchia costa meno, non è questa l’unica componente che possa rendere efficace un’esternalizzazione. Quindi 80 euro potrebbero anche bastare.

Nel valutare la convenienza di un’operazione di esternalizzazione occorre considerare molte altre voci. I costi di mancata qualità, quelli di trasporto, quelli logistici.

In questi anni, in assenza di siffatte attente valutazioni, si son visti bagni di sangue di discrete proporzioni, altro che 80 euro/dipendente

Va detto però che, purtroppo, dati alla mano, la mancata qualità è più alta negli stabilimenti italiani che in quelli in Est Europa o in Turchia. E questo dovrebbe indurre a qualche riflessione. Da parte di tutti. Imprese che non investono più in formazione. E dipendenti che, nella migliore delle ipotesi, se ne catafottono.

TEMPO INDETERMINATO PIU’ CONVENIENTE

Un’assunzione a tempo indeterminato con tutele crescenti (quindi, in soldoni, senza articolo 18) sarà detassata dai contributi per tre anni.

L’hanno spacciata per una rivoluzione. Mi tengo qualche dubbio.

Non creerà ‘nuovi’ posti lavoro. Volendo eccedere in ottimismo verranno trasformati alcuni contratti ad minchiam già in vigore. Meglio che niente, per carità.

Ma nulla comunque vieta che gli assunti vengano mollati a casa dopo tre anni. O magari anche no, che alla fine l’Italia è un Paese in cui la provvisorietà, spesso, diventa norma.

In ogni caso, e nella peggiore delle ipotesi, avranno comunque lavorato per tre anni con un inquadramento decoroso. Che è comunque sempre meglio che restare a casa, o essere assoggettati a tutti quei contratti a chiamata evidentemente tarocchi. Almeno hai la mutua, e la maternità, avrebbero detto i nostri nonni.

Un appunto: con un po’ più di coraggio si cassava l’articolo 18 (cosa peraltro avvenuta nella sostanza se non nella forma) ma si faceva la stessa cosa anche con contrattini e contrattucoli, che sono, essi sì, una vergogna. Oltre che una giungla ormai incomprensibile, anche dal punto di vista normativo

TFR IN BUSTA PAGA

Prima o dopo, fa lo stesso, in fondo. Basta essere consci che se prenderai prima non avrai dopo. E il concetto che uno prenda quando gli occorrono è anche corretto. Certo, andrebbe chiarito che la possibilità esisteva anche prima. Il TFR, non dimentichiamolo, è sempre stato possibile farselo anticipare (per esempio per comprare casa).

Un appunto: sui redditi medio/alti ci si smena un botto di quattrini in tasse (e così si fa anche cassa, eh Mr. Renzi). Fare bene attenzione, nel caso, e valutate con calma pro e contro.

Molte aziende, per contro, si ritroveranno col culo per terra. Che il tfr col cazzo che l’accantonavano. Lo utilizzavano come liquidità. E saran cazzi, vedrete.

GIOCO D’AZZARDO

Tassate per un miliardo le Slot. E i gestori privi di concessione pagheranno l’imposta elusa negli ultimi tre anni. Letta, per fare un esempio dell’altro ieri, li graziò. Questa è una cosa buona, tout court. Abolirle non si può (continuerebbero ad alimentarsi ed imperversare in un circuito di illegalità ampiamente peggiore), ma massacrarle di tasse mi pare doveroso.

Spero in un rilancio al prossimo giro.

TAGLI ALLE REGIONI

Con una mano danno, con l’altra tolgono. Ma andrebbe ripensato anche il meccanismo. Perchè ci son regioni più virtuose, ed altre oggettivamente, meno. Perchè ci sono regioni che hanno trescato di più col malaffare, ed altre, meno. E forse sarebbe ora di utilizzare più severità. I buchi sanitari della Regione Lazio, o della Regione Puglia, sono da codice pesale e commissariamento, immediato. Anche se, poi, pensi ai commissari possibili e ti dici, ma tanto che cambia?.

Però, parte dei vantaggi prima citati verranno vanificati da ulteriori balzelli locali. Oppure verranno ridotti i servizi ai cittadini che dovranno pagare di tasca loro quei servizi

Però, apro qui una parentesi.

I cittadini sono, poi, così incolpevoli? L’assenza di partecipazione e controllo che da sempre pervade la classe media italiana sta dando i suoi, avvelenati, frutti.

Che qui, si è speso, e ancor si spende assolutamente a cazzo. E molti di quei soldi, inutilmente immolati, potrebbero quasi azzerare l’impatto della manovra sulle Regioni. Che di cose fatte a culo potremmo elencarne tutti migliaia e il saldo alla fine, raggiungerebbe i trasferimenti tolti.

Renzi è di antipatia ed arroganza rare, ma non erra totalmente quando dice che debbono ingegnarsi a risparmiare. Solo che dovrebbero ingegnarsi a farlo bene. Nel nostro interesse e non nel loro, o in quello degli amici degli amici.

TAGLI ALLA SANITA’

Anche qui, non è tanto il fatto che si tagli. E’ che si taglia male. Si mantengono aperte strutture dove, ragionevolmente, non ci si farebbe curare un’unghia incarnita. Ci sono presidi ospedalieri in Italia qualitativamente vergognosi. Quando sento quelle querule lamentele (eh, ma un presidio ci vuole), mi vien da dire che preferisco essere elitrasportata (o portata in ambulanza) in un presidio più lontano, ma decoroso, che in un presidio locale dove comunque: mancano i macchinari, manca la preparazione, e alla fine all’altro presidio ti ci reinviano ugualmente. Solo che stai pure un po’ peggio.

Se hai un ictus, meglio perdere mezz’ora e finire in una stroke unit, che arrivare in tre minuti in un posto dove quella mezz’ora te la faranno perdere tra TAC e cagate assortite, ma che, senza stroke unit ti assisteranno certo al meglio delle proprie possibilità ma, comunque, non adeguatamente

E già che ci siamo (almeno faccio incazzare pure i leghisti e nobilito la giornata). La Sanità andrebbe equiparata oltre che tagliata.

In Piemonte ci sono 22 stroke unit. In Lombardia 34. Da dove sto scrivendo posso raggiungerne serenamente almeno sei. In mezz’ora. E via terra.

In Lazio, pare siano solo a Roma. In Campania, tre (e nessuna a Napoli, stante la mappa del Corriere). Se ne evince che se pensi di farti partire una vena o una coronaria, pregiati di farlo mentre ti trovi in Toscana o a cavallo del Po. Altrimenti…. Be’ altrimenti, cazzi tuoi, come sempre.

Q COME CULTURA

Sui tagli alla scuola e alla cultura, occorrerebbe un capitolo a sé. Un Paese che non spende per i suoi figli è un Paese che ha perso speranza nel suo futuro. Ma la scuola italiana andrebbe ripensata, in toto, dopo lo sfacelo perpetrato negli ultimi 20 anni. Una devastazione di proporzioni tali da far sospettare un disegno. Peraltro, così essendo ci farebbero, tutti quanti, miglior figura.

Ma della scuola preferisco parlare a parte, perchè il fatto di non essere docenti o discenti, non ci solleva dal porci seriamente un problema. In franchezza l’impresa, oggi, fatica a trovare risorse.

O sono stratosferici, iperformati, competentissimi. O son delle zappe senza speranza di redenzione. Servono, come il pane, figure intermedie, di back-office, come dicono i consulenti fighi, i vecchi impiegati come diciamo noi che siam più pane e salame.

Ma su quel tipo di competenza c’è il vuoto. Pneumatico.

E’ colpa di Renzi? Sì, ma anche di Letta, Monti, Berlusconi, Prodi, D’Alema e di quanti li hanno sorretti.

Infine due sole note.

Non se ne può più di sentir parlare di Europa cattiva. Ci son delle regole. Rispettiamole. Senza chiedere continuamente sconti che, come unico risultato ottengono quello di sputtanarci ulteriormente.

Se certi sacrifici son stati chiesti a greci, spagnoli e portoghesi, perchè non dovrebbero essere chiesti all’Italia o alla Francia. E’ questione equitativa. Non di accanimento.

E in ultimo. E pure contro il mio, risibile, interesse.

Ma una cazzo di patrimoniale, no? Una cazzo di patrimoniale, con aliquote a scalare, mai?

Che le aliquote scalari son la forma più equa di pensare la tassazione.

Hai tanto? Paghi tanto. Hai poco? Paghi poco. Che io son contenta di pagar tanto. Se si stabilisce che ho tanto. Bsta che chi ha di più paghi di più. Magari mi incazzo lì per lì, ma poi me ne dimentico. E una sanità migliore, una scuola migliore, uno stato sociale più equo varrebbero lo sforzo. E lo so (dopo che mi passa il fisiologico giramento di palle).

Ma qui, siamo alla fantascienza. Perchè gli amici degli amici diranno no. E lì capisci perchè questo Paese è condannato.