Oggi il paradiso costa la metá

Siamo circondati. Dall’aggressivitá dei leoni da tastiera, dei bagnanti di ferragosto, della moltitudine di teste di cazzo in libera uscita che ormai odia tutto e tutti, pur di non guardarsi dentro e prendere atto di odiare soprattutto se stessi e i propri fallimenti.

Parimenti siamo circondati dai buonisti da tastiera, dai teorici del piú siamo meglio stiamo, come se invece della piú grande emergenza umanitaria e del maggior flusso migratorio che si ricordi.

Intanto, partiamo da un assunto. Quelli che fuggono dalle guerre sono una minoranza. La maggior parte fugge perché ha fame. E ne ha pieni i coglioni di una vita di stenti.

E hanno perfettamente ragione. Ad averne i coglioni pieni. E a fuggire.

Resta il fatto che accogliamoli tutti é una cazzata immane. Perché se fuggissero in 100 milioni (e il potenziale c’è) come la risolvi? E che prospettive gli offri?

Di diventare manovalanza di qualche mafia? Di tirar su pomodori a 2 euro al giorno?

Perché chi vuol accogliere tutti, si ferma, spesso, purtroppo al qui e ora. E invece c’è pure domani, dopodomani e tra un anno.

Per contro, chi dice fermiamoli in Libia, è un ignavo. Nella migliore delle ipotesi. Perché pagare qualcun altro per ammazzarli è una macchia che ci porteremo dietro tutti. Giú per i secoli. Perché mollarli in Libia quello é. Omicidio. Aggravato dalla crudeltá.

Solo, svolto conto terzi. E poi, nelle nostre candide casette, ci stupiamo che vogliano asfaltarci. Possiamo (dobbiamo) giustamente difenderci.

Ma stupirci, cazzo, no.

L’unica soluzione sarebbe davvero aiutarli a casa loro.

Ma davvero. Non foraggiando qualche satrapo corrotto e crudele perseguendo, una volta ancora, i nostri interessi.

Investire in Africa dopo aver indotto un vero processo di democratizzazione é l’unica strada che puó salvare l’Africa ma, anche, l’Europa.

Sbattersene, ci porterá tutti a fondo. Nessuno escluso.

Ma io non lo sapevo che era una partita

A parziale quadratura del cerchio, ed in attesa del venerdì del libro di domani e della proclamazione di sabato, alcune annotazioni su una settimana declinata in ossequio alla morale e all’etica.

Una anzitutto di carattere sociologico. Senza allargare troppo lo sguardo e limitandoci al nostro parzialissimo ombelico, i commentatori abituali, tranne rarissime eccezioni (l’unica a me nota, gaberricci), sono figli degli anni ’70.

Qualcuno ha gia scollinato la china dei 40, qualcun altro è in procinto di.

Veniamo, tutti, da un percorso che è comune, nonostante le differenze possano essere molte. Siamo, ci piaccia o meno ammetterlo, figli di una cultura borghese.

Una cultura borghese formato anni ’70. Laddove borghese non implica un’appartenenza in senso sociale e men che meno in senso politico. Ma con il modo di intendere al fondo la società, che era comune a molti, non importa da dove provenissero, non importa dove volessero andare

Non è un rimpiangere il buon tempo andato. Quella borghesia solo raramente era illuminata, e per lo più traeva con sé un certo perbenismo di cui, strada facendo, abbiamo dovuto imparare a disfarci (spesso senza riuscirci del tutto). Pure, quella borghesia anni ’70 era migliore della borghesia 2.0 con cui ci troviamo a confrontarci oggi.

La stessa che, come sottolinea acutamente gaberricci in un commento, ormai è concentrata esclusivamente sul ‘me’. La stessa per la quale noi è un pronome estensibile, al massimo, alla coppia.

La borghesia 2.0 ha perso ogni riferimento. Anzitutto culturale. Se una volta il non leggere era un’affermazione tra il detto e il non detto, ma certo non un motivo di vanto, oggi molte persone si gloriano di aver letto, al massimo, le istruzioni del cellulare. con buona pace di #ioleggoperché

Come indicava ammennicolidipensiero, il mantra medio di un genitore italico è indicare alla prole di ‘farsi furbi’. Il postulato sottinteso, ‘fotti prima di essere fottuto’.

Il primo baluardo formativo della società, la famiglia, s’è ampiamente rotto i coglioni di formare alcunché. Persa nella sua ottica 2.0, condivide su feibuc mettendo mi piace a cazzo, e ignora la prole che cresce come può, meglio che può.

Quando su questo si instaura anche la povertà e il disagio, arriviamo alla sofferenza e al dolore che ci racconta spersa. Ma non è che il vuoto di Biancaneve non esista altrove. Il vuoto di Biancaneve si riflette nei vestiti firmati, nell’anoressia, nella bulimia, nei tiri di coca o nell’annegare nell’alcool le residue cellule cerebrali. Non restano incinte quelle che non provengono da povertà e disagio, forse. Ma solo perché hanno madri 2.0, che la pillola se le figlie non la ingollano da sé gliela sciolgono nel latte la mattina. Ma l’agonia (umana, morale e etica) è più condivisa di quanto crediamo, o siamo disposti ad ammettere.

Il secondo baluardo formativo della società, la scuola, s’è rotta altrettanto i coglioni. Ho capito che c’è la ‘povna, ed RS, ed ellegio, e pens, e murasaki, la noise e aliceland per citarne alcune. Ma ragazze, lo sappiamo bene tutti come vanno le cose. Lo raccontate pure, a volte. Che credetemi, l’osservatorio medio è: metto buoni voti, essi non rompono le palle, i loro genitori neppure, io porto a casa il mio stipendio a fine mese, e fuori dalle 18 ore mi faccio, laddove possibile, i cazzi miei (e spesso arrotondo, felicemente in nero). Con sommo gaudio di tutti. Poi, però la scuola finisce. E immette nella società (non sul mercato del lavoro, che quello, credetemi, sarebbe il meno) dei ragazzi impreparati. Impreparati nella sostanza, certo. Ma soprattutto alla vita.

Incapaci di accettare la sconfitta, di essere messi in discussione, di sapere alzare l’asticella. Perchè se c’è una cosa che la borghesia 2.0 sa fare benissimo è abbassarla l’asticella. Se una cosa è troppo difficile, perchè sbattersi di più? semplifichiamo, togliamo un pezzo, limitiamo.

Non è la politica ad aver limitato lo stato sociale, tagliato servizi essenziali, impoverito la società. E’ stata la società a permettere che accadesse. E noi, proprio noi, che leggiamo e scriviamo e commentiamo a consentire che il re girasse impunemente nudo senza alzarci in piedi e dirlo.

‘Il cielo stellato in me e la legge morale dentro di me’. Forse. Ma il primo è oscurato dall’inquinamento. E la seconda dagli infiniti bisogni che ci siamo creati per sentirci ancora più soli.