Addio, che bello aver vent’anni

Ormai resistono solo più gli Agnelli, al comando. D’altronde, le famiglie reali, si riconoscono dai dettagli.

Hanno mollato il colpo prima i Moratti (con la svolta indonesiana) e, adesso, pure Berlusconi.

Il Milan, da ieri, è ufficialmente Made in China. Come le nostre mutande. Berlusconi “ha lasciato con dolore” ma resta “primo tifoso”. Con i soldi che gli hanno dato, ci mancherebbe altro.

Il Milan è stato per Silvio B.: una passione, uno strumento mediatico potentissimo, un bacino elettorale di un certo spessore, e, soprattutto, la dimostrazione vivente che quel gran bauscia del Silvio ce l’aveva fatta.

Cala il sipario su 31 anni di presidenza Berlusconi. E anche chi il Milan non lo ama e non l’ha amato mai (io, per esempio), non può esimersi dall’ammettere che è stato un ciclo lunghissimo, segnato da campioni indimenticabili e successi a ripetizione.

E mentre siamo qui a ricordare Sacchi e Baresi, Gullit e Van Basten, e quella notte di Barcellona, quando il Milan sconfisse la Steaua Bucarest, lo sguardo si posa su una foto d’antan.

Correva l’anno 1986/1987, e sul campo di Milanello si abbassava un elicottero, ne scende Silvio Berlusconi, imprenditore milanese, che ha fatto i soldi facendo il palazzinaro e che ha capito prima di tutti il potenziale delle televisioni commerciali.

In quella foto, Silvio sorride e ha meno anni e meno capelli di oggi. Ma soprattutto, non ha bisogno di artifizi per sembrare giovane. Lo è davvero.

E il confronto, tra quel ganassa senza pari, dominato dall’insaziabile voglia di avere tutto, e l’anziano signore che l’altra sera abbracciava sognante un agnellino, nel tentativo un po’ patetico di rifarsi il maquillage sfatto da vecchia regina del varietà, è impietoso come solo sa esserlo il viale del tramonto.

 

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Piccolo, spazio, pubblicità

Per noi, che nei secoli ci siamo strafatti di televisione, la pubblicità rappresenta quel quid in più, che, da solo, riesce a rischiarare una gloriosa giornata di merda.

Come? Nella fattispecie, ringraziando chi vi pare per il fatto di non essere né voi né un vostro congiunto il pubblicitario che l’ha pensata. Perchè se per voi la grande boiata dura circa trenta secondi, quello che l’ha pensata, purtroppo per lui e la sua famiglia, resta così per più di trenta secondi. I più sfortunati, per tutta la vita.

Quindi, affrontiamo i nostri demoni, una volta per tutte.

Avrete notato peraltro notato (se no ve lo faccio notare io) che ho scritto “il” pubblicitario. Al maschile. Io non so se tutti i pubblicitari siano uomini. Di certo tutti i pubblicitari che parlano di ciclo femminile lo sono.

Fino alla seconda metà degli anni ’80, il ciclo femminile, in tv era tabù. Non se ne parlava e le donne potevano dolersi in santa pace. Bei tempi.

Poi venne l’uso di riferirsi al ciclo femminile parlando di ‘quei giorni’. Che sia mai, chiamarlo col suo nome.

In principio fu lei, una tizia che volteggia, con l’eleganza e la padronanza di sé che ciascuna di noi ha potuto esibire, almeno una volta, dopo una sbronza colossale. Poi ci presenta l’assorbente. L’ultimo ritrovato della scienza e della tecnica. Con le dimensioni di una mattonella, immaginiamoci il comfort. I cuscini delle sedie della cucina sono più sottili.

La parte migliore, va detto è il claim: “Sei protetta più che mai perché è più lungo e tu lo sai”.

Devo aggiungere altro? Devo? No, vero?

Poi c’è l’altra. Quella cui, con ogni evidenza, è partito un embolo (ma bello secco, eh) e, sempre in ‘quei giorni’, decide di lanciarsi col paracadute. Che in effetti, quando abbiamo il ciclo, è esattamente la prima cosa che ci viene in mente. Insieme al bungee jumping e alla lotta nel fango, ovviamente.

Poi devono aver capito di avere, forse, esagerato, e allora via di sindrome premestruale. Con spot di dubbio gusto che, oltre tutto, mettono in discussione l’equilibrio mentale della specie femminile.

Su tutte ricordiamo la libraia maldestra, che dopo aver semi distrutto la libreria si interroga garrula ‘sono elettrica,sarà perchè mi devono arrivare?’ (‘no cara, sarà perchè sei cogliona, che è ben più probabile’).

E non dimentichiamo, vi prego, la matta, vera, che tappezza il vagone ferroviario di assorbenti(!) per non sentire odore di catrame (il video su youtube non c’è, o è stato rimosso, da tanto faceva schifo). Con tanto di manager, seduto in carrozza che se ne innamora all’istante invece di chiamare, più avvedutamente, la Polfer.

Ma la vetta irraggiungibile, quella che, un attimo dopo aver assistito allo spot, tutti comprendemmo non sarebbe mai più stata eguagliata, insomma l’Everest della pubblicità per assorbenti, la raggiunse lei.

La poverella, ovviamente col ciclo, va a fare un’audizione. Da VJ. La poverella, sempre lei, per dimostrare le sue alte competenze nel ruolo dovrebbe ‘saper parlare, recitare, improvvisare’. E tu per un attimo pensi si siano confusi. Non cercano una VJ ma un’attrice per Strehler, cazzo.

In uno studio televisivo che compete in squallore con un aeroporto tajiko, la protagonista è lì a farsi un mazzo cubico nella speranza di strappare il biglietto di sola andata per la celebrità, quando il regista, acuto quanto un angolo ottuso, le chiede ‘sai fare la ruota’. Già. Perchè tipicamente i VJ non lanciano i cazzo di video. Fanno la ruota.

E lei, invece di mandarlo, giustamente, affanculo si duole: “La ruota?! Ma proprio oggi che mi sono venute”. Ma lei, che in fondo è un donnino coraggioso, si fida del suo assorbente e vai con la ruota (un tampax, no, troppo comodo, in certe occasioni, e lei, sapevatelo, è contro la vita comoda).

Dopo questa inarrivabile performance, il regista la abbraccia modello octopus (e da lì si evince che per lui la ruota è condizione necessaria, ma, evidentemente, non sufficiente, e che l’audizione proseguirà altrove, con buona pace di ‘quei giorni’) e la futura regina del circo Togni ottiene l’agognato posto da VJ.

Insomma credevamo di averle viste tutte. Agenti speciali, parà, motocicliste senza paura, serial killer, schizofreniche, vedettes del circo.

Finché, una sera, ormai serenamente avviate verso una menopausa più o meno incipiente, ci siamo imbattute in un gruppo di palestrati maschi che cercavano di spiegarci, colmi di imbarazzo, come si utilizza un tampone.

A noi, come si utilizza un tampone. A noi che, come utilizzare i necessari dispositivi per affrontare ‘quei giorni’, lo imparammo quando ancora giocavamo con la Barbie e cantavamo in coro la sigla di Lady Oscar. A noi che, a differenza dei pubblicitari, lo sappiamo che quel dispositivo non raccoglie un liquido color blu puffo come quello mostrato in tv, ma un liquido organico normalissimo che, qualche volta, andiamo pure a donare. Quando non siamo in ‘quei giorni’.

 

Ridere, ridere, ridere ancora

Partiamo da un dato di fatto serio. Parlare di politica, di attualità, di economia o di quel che accade nel mondo è diventato impraticabile.

Sono tempi talmente foschi (e complessi), che non è possibile, e neppure serio, liquidare certi aspetti e certe situazioni con un post. Inoltre, mi rendo conto che, sempre più, mi mancano gli strumenti per comprendere e analizzare quel che accade. E mi manca pure il tempo per acquisirli quegli strumenti (poiché si tratta di un lavoro di preparazione molto più lungo del tempo che occorre poi per scrivere un post).

Potrei, certamente, parlare su queste pagine degli affari miei. Ma non è mai stata la cifra del blog, non è la cifra mia personale, e, qualora decidessi di farlo, è evidente che queste pagine diventerebbero necessariamente private per avere un controllo su chi vi accede. E tenere un blog a queste condizioni non è un qualcosa che mi interessi. Non dico che sia sbagliato in sé. Ma non va bene per me, e anche questo è un fatto.

Non sono neppure una mamma-blogger. Su queste pagine ho parlato, in passato e peraltro di rado, di quella che fu la nana e che oggi è un essere in divenire, che abita ancora il mondo dell’infanzia ma che ogni tanto mette fuori la testa per far presagire qualcosa di nuovo. Non sono una mamma-blogger, dicevo. E non mi interessa esserlo. Ce ne sono di bravissime (e le seguo con piacere anch’io), ma il mio fortissimo senso della privacy, lo stesso che mi impedisce di spiattellare i cazzi miei al mondo, fa sì che io difenda anche quella di mia figlia. Ciò che scriviamo in rete, ci piaccia o no, resta. Sempre e per sempre. E fra qualche anno, potrebbe non gradire il fatto che sua madre divulgasse le sue personali, e per lei ovviamente private, vicende su un diario online. Senza contare che è sempre in agguato il rischio di scrivere qualcosa che oggi ha un sapore e un significato e fra dieci anni potrebbe averne un altro.

Infine, non ambisco a riprodurre dinamiche da ‘Casa Vianello’. Che non appartengono né a me, né all’Uomo, che siamo indubbiamente due che si ridono parecchio addosso ma, che, contemporaneamente, prendono la vita piuttosto sul serio, perchè la vita E’ una cosa seria. E le burle stanno altrove.

Mi diverte scrivere e ho, in questo specifico momento, un gran bisogno di leggerezza. Di pesantezza e rotture di palle assortite ne ho già più che a sufficienza. E quindi, a partire da questo momento, il blog prenderà una direzione diversa. Di cazzeggio leggero, fors’anche inutile. Senza esegesi, senza riferimenti alti. Che in questo momento, perdonatemi, m’annoiano come non mai. Rideremo insieme. Di tv, di costume, di sciocchezzai quotidiani. Ripescheremo ricordi dal passato. Qualcuno se ne andrà da queste pagine, qualcuno resterà, qualche altro arriverà.

D’altronde, se guardo alla mia blog roll, quante cose sono cambiate. Qualcuno scrive rarissimamente (come la sottoscrittà d’altra parte) qualche altro non scrive proprio più, altri hanno chiuso baracca e burattini.

Questo post, in un certo senso, segna la fine di questo blog, e del progetto che ho portato avanti per 5 anni. Perché un blog come questo, che, come si diceva scivolava solo occasionalmente nel personale, aveva, evidentemente alla base un progetto di racconto della realtà. e questa vena, oggi, si è esaurita.

Ho pensato anche, ad un certo punto, di chiudere e riaprire altrove. un nuovo blog, un nuovo nome. Ma sarebbe equivalso, sotto un certo aspetto, a rinnegare cinque anni che hanno visto momenti altissimi e tantissima vita.

Perciò si riparte. Direzione ignota. Là dove la curiosità decida di portarmi. E qualunque cosa accada, vi prego, ridete con me. Ridete sempre. Che ce n’è bisogno. Perchè il sorridere (anche amaramente) è l’unica vera medicina ai mali del mondo. Anche quando non c’è niente di cui sorridere. Anzi soprattutto quando non c’è niente di cui sorridere.

Vola e va come una rondine

Il bello di vedere la tv coi figli piccoli sta, in gran parte, nei loro commenti. L’altra mattina la nana (che cresce, ma sempre nana rimane) stava ingoiando la colazione (ingoiando: cioè senza masticare, come i pitoni) dinanzi agli immancabili cartoni. Devo aver sbagliato qualche manovra e anzichè i consueti Zig e Sharko (una sirena che fa la gatta morta, uno squalo cavalier servente innamorato della sirena, una iena tanto stronza quanto sfortunata che vorrebbe mangiarsi la sirena) che fanno ridere pure me, è comparso per incanto il dolce Remì. Il pitone alto un metro e trenta ha utilizzato la voce per la prima volta dal risveglio e mi fa: “Gira”. E io: “Non ti piace?”. Risposta illuminante: “Muoiono tutti. Perchè a te piaceva?”. Ho girato, e finita lì. Le 7.50 non sono un buon momento per le riflessioni sociologiche. Pure, ce ne sarebbe da dire.

Ecco. Non è che mi piacesse, è che i cartoni animati, a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 erano un coacervo di sfighe tali che, più o meno, si equivalevano.

Intanto c’era Heidi. Heidi, invero, non è tristissimo. Ma neanche una puntata di Zelig. Come quasi tutti i protagonisti di anime anni ’70/80, la piccola protagonista è rimasta orfana in tenera età. E finisce a vivere con un vecchio misantropo sulle Alpi Svizzere. Il vecchio misantropo è il nonno della bambina e i due si affezionano. Quindi non sarebbe interessante. Per cui compare dal nulla la zia, la stessa che l’aveva spedita dal vecchio misantropo, e invece di farsi una tazza di cazzi suoi, si preoccupa per lei e il suo futuro la obbliga ad andare a Francoforte per diventare la dama di compagnia di Clara, una bambina sulla sedia a rotelle. In tutto questo, non una volta che la zia pensi di occuparsi lei della bambina, sia ben chiaro. Poi l’autrice del libro (la Spyri) e gli autori della trasposizione anime decidono di non essere stati sufficiente bastardi e mettono sulla sua strada anche la cattivissima governante, la signorina Rottenmeier, che per noi figli degli anni ’70 è diventata talmente paradigmatica che quando dici a un’amica sembri la Rottenmeier, ecco, l’amica non la prende benissimo. Ci vorranno una cinquantina di puntate e assortite sfighe prima che Heidi possa tornarsene in montagna dal nonno a vedere le caprette che le fanno ciao (sì, fumava roba pessima, ne sono consapevole).

Poi c’era Demetan. Un ranocchio. Sì, davvero, han fatto un cartone animato su una cazzo di rana, rendiamoci conto. E io l’ho pure visto. Rendiamoci conto pure di questo. Comunque. Demetan è un giovane ranocchio, povero e bullizzato, che si innamora di Ranatan (fantasia nei nomi, eh) figlia del sindaco. Un rospo enorme e stronzissimo. Per tutta la serie Demetan viene pestato come una fascina, a volte dai ranocchi bulli altre da simpatici rapaci che infestano lo stagno. ‘nzomma: mai un attimo di pace.

Poi c’erano i cartoni sportivi. Una generazione segnata da Mimì Ayuhara a cui uno psicopatico allenatore fa fare allenamento con le catene ai polsi. Una roba che oggi interverrebbe il Moige. Scene ai limiti del sadismo. E, visto che non era orfana, gli autori le fanno morire il fidanzato in un incidente ad inizio serie. Così in un colpo solo avevamo il momento di autocommiserazione e ci levavamo pure una fastidiosa distrazione.

Poi c’era lui, il dolce Remì, di cui si è gia detto all’inizio. Nasce ricco. Lo rapiscono affinché non erediti i soldi di famiglia. Lo affidano alla famiglia di un muratore che appena arriva lui resta invalido (e poi dicono non portasse sfiga). Allora viene venduto a un suonatore ambulante (che in realtà è un famoso tenore, ma qui si va per le lunghe). una volta affidato al povero Vitali (che se lo avesse saputo, ammettiamolo, col cazzo che se lo portava dietro) parte una catena di malattie, assideramenti, affiliazioni alle patrie galere, lutti ed estorsioni. Tutto nello stesso cartone. Roba da girare con la mano in tasca per tutta la puntata.

Poi c’erano loro, Belle e Sebastien. Ve li eravate scordati? Io no. Cambia la location e siamo sui monti Pirenei. Sebastien ha sette anni e vive col nonno. Adottivo. Avete capito bene: non solo non ha stroncato i genitori naturali, pure quelli adottivi. Per non farsi mancare nulla, viene bullizzato in modo infame dagli altri ragazzini, finché non salva un’enorme cane, Belle, da morte certa. Anche la povera bestia era accusata delle peggio malefatte dai cittadini, e a questo punto abbiamo la certezza che detti cittadini fossero in verità parecchio stronzi. I due si rompono le palle e partono all’avventura, inciampando nel loro cammino in tutti i delinquenti che Dio ha scaraventato in Terra. La cagna, verrà alternativamente ricercata per: essere uccisa o rivenduta o seviziata. Larga parte dell’azione si svolge in Spagna, non proprio quella degli Erasmus.

Ma non erano deprimenti solo i cartoni per bambine. Perchè il più deprimente di tutti era lui: l’Uomo Tigre.

La storia è quella di Naoto, ovviamente orfano, che diventa l’Uomo Tigre, un lottatore di wrestling anonimo che si batte per portare a casa i soldi da destinare ai bambini orfani.

Se non vi siete ancora commossi, aggiungete tutti gli incontri che ha dovuto subire contro i wrestler di Tana delle Tigri, una palestra simile a un girone dell’Inferno dantesco da cui escono i più spietati e infami wrestler del Giappone. Una roba da far impallidire pure Don Vito Corleone. Mai visto scorrere tanto sangue in un cartone animato (no, forse in Ken il Guerriero di più) e se pure questo non bastasse, rammento (a chi lo vide, cioè quasi tutti) una colonna sonora talmente tetra che in confronto Profondo Rosso dei Goblin sembra Ma che musica maestro.

(ma non erano gli unici, quindi to be continued)

Panta rei

Perché Sanremo è Sanremo. E si può osservare con indifferenza l’avvento di Trump e l’uscita di scena di Obama, la Brexit e la Renxit. Ma Sanremo no. Perché come diceva il saggio, Sanremo è Sanremo.

Una cosa seria. Il resto, son pinzillacchere.

Però quest’anno mi son fatta furba, e invece di ammorbarvi strada facendo, vi servo il pagellone finale.

Carlo e Maria: 7. Lui è Carlo Conti. Il conduttore più democristiano che esista. Educato, cortese ma fermo. Ma mai un guizzo, ma un’uscita fuori luogo. Insomma, un po’ una palla. Lei è Maria. Che conduca Uomini e Donne, Amici, C’è posta per te, aria seria e tono grave d’ordinanza. Però mi piace lei esattamente quanto detesto le sue tramissioni. Il voto è una media tra il 6 per lui e l’8 per lei.

Giusy Ferreri: 3. Brutta la canzone, la voce nasale le sfugge di mano e diventa il birignao di se stessa. Aspirava ad essere la Amy Winehouse italiana. Forse basterebbe cercare di essere Giusy Ferreri.

Fabrizio Moro: 4. Canzone bruttina. Lui ha quell’aria perennemente incazzata che non aiuta. In più strilla come un’aquila nella seconda parte, che anche no. Per la serata cover sceglie una canzone simbolo di De Gregori: La leva calcistica del ’68. Probabilmente non la fa neppure male, ma resta che chi scrive non riesce a pensare che la possa cantare una voce diversa da quella di De Gregori, e tanto basta. E chissà quanti ne ha visti e quanti ne vedrai…

Elodie: 4. Premessa: ma questi dei reality, possibile che non ce ne sia uno con un cognome. Bah. E comunque, la canzone al primo ascolto è carina, al secondo pallosa, al terzo non se ne può più. Lei strilla a pieni polmoni. Come Emma, peraltro coautrice del brano. La ascolteremo molto, in radio, in ogni caso. La cover è Quando finisce un amore, di Cocciante. Qui può strillare quanto le pare, con una certa giustificazione. E la fa bene, ma non ti smuove niente. Forse perchè Cocciante, quando la canta pensa davvero a quando un amore è finito. Vantaggi (e svantaggi) dell’età.

Lodovica Comello: 3. La Comello, che arriva dal mondo Disney e ha avuto una parte nel musical Violetta è brava. E, sulla 8 (la vecchia MTV) anche simpatica. Però ha una canzone talmente inconsistente che non ci si può fare nulla. Cover: Le mille bolle blu. A cantare una canzone di Mina ci vuole un certo coraggio. Onestamente non sfigura.

Fiorella Mannoia: 9. La Mannoia fa la Mannoia. E fa esattamente tutto quel che ci si attende da lei. C’è stata una certa polemica perchè la sua canzone, proposta in precedenza da Vallesi benne scartata. Accadde lo stesso a Gianni Nazzaro e Massimo Ranieri con Perdere l’amore. Gente come la Mannoia e Ranieri fanno la differenza. Brava, bella, perfetta sempre. Fa una cover di De Gregori Sempre e per sempre, che ha già cantato anche lei mille volte. Arriva seconda ed è giusto così. Perchè la Mannoia ha fatto la Mannoia, mentre Gabbani si è (anche) inventato qualcosa.

Alessio Bernabei: 1. Avrei dato 0, ma mi hanno spiegato che la docimologia non lo ammette (cit.) Non dico esattamente quel che penso perchè sarei greve. Comunque il fatto che Ron, Albano, la Ferreri e pure D’Alessio siano giù dal palco e lui sopra, invita a riflettere sulla qualità delle giurie di qualità. Fa la cover di Un giorno credi di Bennato, ed è un colpo al cuore.

Albano: 6. Alla carriera. La canzone è trascurabile. La voce, dopo il recente infortunio, quella che è. Ma ci vuole coraggio, e lui ne ha. Pure se la sua connaturata antipatia ti fa passare la voglia di solidarizzare con lui. Fa la cover della versione italiana di Stand by me e fa un massacro. cantata a mo’ di romanza diventa una cosa da denuncia penale.

Samuel: 8. Con o senza i Subsonica è bravo. Bella la canzone, abile lui. Il suo pop elettronico è sempre gradevole. La cover è Ho difeso il mio amore dei Nomadi. In una versione onestamente non indimenticabile.

Ron: 6. Lo so che canta c’è una strada nel sempre. E insomma è una roba esecrabile. Però a me, in fondo la canzone sembrava passabile. Molto meglio di altro che è arrivato in finale. Ma il declino, c’è e si vede.

Clementino: 6. Canzone degna, discreta performance. Forse più di tutto mi è simpatico. Ecco, forse l’ho detto. Più di tutto mi è simpatico.

Ermal Meta: 7. Canzone più che buona visto il resto passato dal convento. Interpretazione convincente, mai sopra le righe o fuori tono. La cover di Amara terra mia è semplicemente straordinaria. Lo ammetto quando ho sentito il titolo ho pensato: ma va’ che gran paraculo. Invece ha fatto un capolavoro. Chapeau.

Bianca Atzei: 6. La Atzei non è una scarpa. Canta bene. Ma ha una canzone di Kekko dei Modà che ti aspetti da un momento all’altro che ti si appalesino i Modà medesimi a cantarla. E io coi Modà ho un problema. Ho anche un problema con uno che a 38 anni continua a farsi chiamare Kekko, con tutte quelle k, come un bimbominkia qualunque. Viene eliminata la prima sera e salta la cover. Ce ne possiamo fare serenamente una ragione.

Marco Masini: 4. La prima sera la canzone mi è parsa passabile. Al riascolto non più. Lui è decoroso, ma ti riporta di botto agli anni ’90. E anche no. La cover di Signor Tenente è musicalmente interessante. ma non commuove e non emoziona. E quella canzone se non commuove e non emoziona vale poco.

Nesli e Alice Paba: 4. Niente di che. Ma c’era di peggio, comunque. Passano senza lasciare un segno.

Sergio Sylvestre: 2. Avrà anche una gran voce, ma la canzone è orrenda. La cover di Vorrei la pelle nera aveva una sua genialità. I Soul System sul palco pure. Alla fine han perso il tempo e sembravano un club di avvinazzati.

Gigi D’Alessio: 6. Per davvero. La canzone mi piace? No. Ha un bel testo: nemmeno. Mi piace il neo-melodico? Dopo una tanica di xanax, forse. Però per essere neomelodico era fatto bene, ben musicato e c’era di peggio assai. E qui si giudica quel che si sente, non quel che ci piace, perchè se è per quello non mi entusiasma neppure il genere Atzei, ma non per questo la casso. La cover dell’Immensità è invece una barbarie. La musica aveva un suo perchè nel tanto magnificato (dalla critica) 5/4, ma resta il fatto che quando apre bocca D’Alessio l’Immensità diventa neo-melodica pure lei, con buona pace di Dorelli e di Don Backy. Per carità

Michele Bravi: 4. Gli avrei dato 10. Se fossimo stati allo Zecchino d’Oro. Ma era Sanremo, e questo pareva pre-pubere. La stagione dell’amore di Battiato è un’ottima cover, ma per cantarla ci vuole credibilità. Alla prossima.

Paola Turci: 8. E’ tornata. Brava, bella, elegante. Con una bella canzone. E una cover di Un’emozione da poco che si rivela migliore dell’originale. Senz’altro quella vestita meglio nelle serate del festival.

Francesco Gabbani: 8. Musica ballabile, metrica perfetta. Contenuti ironici ma intelligenti. Vince meritatamente. e con lo scimmione sul palco si guadagna la nostra eterna gratitudine. Nelle cover canta Susanna di Celentano e ne esce pulito.

Michele Zarrillo: 5. Michele Zarrillo fa se stesso da 30 anni. Anche De Gregori, direte. Ecco. Ma Zarrillo non è De Gregori. E’ uno che fa dell’onesto pop. E’ ora di passare oltre. Perchè come Masini ogni volta che lo senti ti riporta agli anni ’90.

Chiara: 5. Ha una bella voce. E una canzone orrida. Fa una dimenticabilissima cover di Diamante. Urge che decida cosa vuol fare da grande e interpreti brani all’altezza. Che poi è il problema di molti usciti dai talent: essere bravi e avere personalità sono due cose ben distinte.

Alla prossima, ragazzi.

 

 

 

 

 

 

And what have you done

Buon Natale.

Buon Natale a chi si è distratto un attimo, e intanto la vita l’ha superato in corsa.

Buon Natale a chi ha corso talmente tanto che la vita si è stancata e si è seduta ad aspettare.

Buon Natale a chi si è affacciato alla finestra e per la prima volta si è accorto che il panorama è cambiato.

Buon Natale a chi ha visto per tutta la vita lo stesso panorama.

Buon Natale a chi ha conservato un animo puro. E a chi, nel marciume, conserva sprazzi di purezza.

Buon Natale a chi ci ha provato, almeno una volta. A chi ha guardato gli altri provarci. A chi ci avrebbe provato, ma aveva paura delle conseguenze.

Buon Natale a chi passerà su queste pagine.

Siate felici. O almeno, provateci.

Basta vivere come le cose che dici

Accumulo ricordi. Da vecchia, se ci arrivo, beninteso, avrò storie meravigliose da narrare a nipotini che magari neppure avrò. Nel caso, mi presterete i vostri.

Sono migliorata. Molto. Moltissimo. Ho passato la mia prima vita a preoccuparmi di tutto. Soprattutto di eccellere. Ho passato la mia seconda vita a fingere di non preoccuparmi per non far preoccupare gli altri (attività faticosissima, tra l’altro) e ad angosciarmi segretamente di non essere abbastanza. Abbastanza affidabile, abbastanza abile a conciliare tutto, abbastanza brava a rendere tutti felici.

Ad un certo punto, ero talmente presa nell’ingranaggio che scrivevo moltissimo. Per drenare. Come le cozze. Lo scoglio, cui stare attaccata come una patella, è stato per molto tempo il blog.

Un giorno mi sono svegliata ed è stato come uscire da un lungo letargo. E mi sono ritrovata a preoccuparmi limitatamente, a sfrondare le stronzate inevitabili di cui è costellato il quotidiano, a dire no quando è no, sì quando è sì, forse quando è forse, e vaffanculo quando è vaffanculo (su quest’ultimo aspetto, in realtà, avevo buoni risultati anche prima, ma spazi di miglioramento esistono sempre).

E’ iniziata la mia terza vita. Incasinata esattamente come la prima e la seconda. Ma ho smesso di prenderla sul personale. Le cose vanno come devono andare e avvengono perchè devono avvenire. Non ho bisogno di dimostrare di essere brava. Non è più importante. Poche cose lo sono, del resto. Solo quelle irrimediabili. Solo la morte e la malattia. Il resto è come le carte del Monopoli. Imprevisti e probabilità. Sto bene con me stessa. Non è questione di felicità o infelicità. A volte sono felice e altre infelice. Ma per cose oggettive. Ho fatto pace con ciò che ero e preso atto di ciò che sono. 

Il mio indirizzo è la follia

Albert Bruce Sabin non è solo colui che ideò il vaccino antipolio più efficace in assoluto, ma anche la persona che disse: « Tanti insistevano affinché brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo ».

Ciò avveniva negli anni ’60, Sabin morirà nel 1993. Per sua fortuna in tempo per evitare di scoprire che nel 2016 il suo vaccino, come molti altri, sarebbe stato identificato come parte dell’impero del male.

E non da panel scientifici e scienziati di livello. Magari. No, da Red Ronnie. Uno che, sin qui, si era distinto per l’esegesi dei Dik Dik. Non so se mi spiego. E se state per dirmi che io e Red Ronnie siamo egualmente titolati a parlare di vaccini, mi limito a farvi notare che io lo faccio sul mio blog da quattro monete. Lui, in prima serata su RaiDue. C’è una discreta differenza.

Un Paese ci mette più di cinquant’anni (e cospicui investimenti economici finanziati col denaro pubblico, cioè di tutti) per eradicare malattie sino a quel momento mortali o altamente invalidanti e  vede, in dieci anni, una serie di sciamani sostenuti dalle loro truppe cammellate minare i fondamenti del buon senso e della convivenza civile.

Si perchè vaccinare, è segnale di civiltà, oltre che di buon senso. Perchè il tenero pargolo non vaccinato, beccherà il morbillo infettandone altri 90. Che a loro volta faranno gli untori. E non se lo beccheranno il morbillo solo i figli di coloro che ‘mammaivaccini’ ma anche quei bambini che per problemi loro non possono essere vaccinati. Perchè esistono anche gli immunodepressi, e quelli sottoposti a cure che non consentono di inoculare vaccini. E sono, inter alia, quelli più esposti alle conseguenze di un contagio. Ma tanto, sono i figli degli altri, no?

Perchè così sono le truppe cammellate. Molto concentrate. Sul loro ombelico. E sono ovunque, intorno a noi. Potete chiamarle mamme antivaccini.

Per loro, i vaccini sono il male. E noi, che inoculiamo tali veleni nei nostri teneri pargoli, siamo, come minimo, delle scriteriate, disinformate e ignoranti come zappe.

La mamma antivaccini ti rompe le palle preferibilmente su facebook, dove trascorre una parte rilevante del proprio tempo condividendo preziose informazioni provenienti da siti altamente qualificati come tuttainformazione.com, vaccini&autismo.com, liberalamente.net (me li sono inventati su due piedi, qualora esistessero, il giudizio non cambia).

Tra strafalcioni e stronzate assortite, questi siti diffondono la loro Verità. D’altronde, è roba che sta scritta. E’ roba che sta su Internet. E’ il Verbo. Peccato che, scorri i credits, e scopri che degli autori il più qualificato fa l’infermiere. E, con tutto il rispetto per la professione, non mi risulta che gli infermieri si occupino di ricerca.

Pezzi forti della campagna anti-vaccini: il Ministero si preoccupa solo degli interessi delle case farmaceutiche (per inciso non ha bisogno dei vaccini per farlo, ha a disposizione un intero prontuario farmaceutico per sbizzarrirsi, nel caso) e, udite udite, iniettare veleno in un neonato è una follia.

In effetti, un’idea del cazzo. Concordo. Purtuttavia lievemente meno del cazzo rispetto alla possibilità di prendersi la meningite. O anche ‘solo’ la pertosse. Mai fatta, voi la pertosse? Io sì. A 16 anni. E per una ventina di giorni ho temuto di espettorare bronchi polmoni e diaframma. Immaginate il grazioso risultato che può prodursi in un infante…

A volte tenti di opporti, e allora ti sbandierano la Verità Assoluta. Il Dogma. Il bugiardino del vaccino. Ora. A me non è mai capitato di leggere un bugiardino che non mi facesse per un istante pensare che il male fosse meglio della cura. Quello della pillola ti fa passare la voglia di trombare, per dire. E comunque, mi sono premurata di leggere il bugiardino dell’esavalente. Quello dell’ibuprofene, che tutti somministriamo per l’otite e qualche volta per la febbre, non è meno ansiogeno.

Pure, se ti accanisci nel dire che vaccini, ti guardano come se tu fossi un’assassina, una mentecatta, un’idiota. Oltre che, va da sé, una povera stronza.

Allora, come extrema ratio ti consigliano di leggere il blog di Beppe Grillo. Non The Lancet. Il blog di Beppe Grillo. Noto ricercatore. Di scie chimiche, soprattutto. E di una giunta per il comune di Roma, a tempo perso.

Resta il fatto che chi non si vaccina (o sceglie di non vaccinare la propria prole) ha il diritto di farlo, al momento. La Germania, a fronte del medesimo problema, ha scelto una linea d’azione pragmatica reintroducendo l’obbligo vaccinale.

L’Italia potrebbe farlo senza problemi, perchè se è vero che le Regioni hanno ampi poteri in materia sanitaria, è vero anche che il Titolo V della Costituzione prevede che, in caso di pericolo per la popolazione, Governo e Parlamento possano agire in urgenza.

E mentre le vaccinazioni crollano, e ogni primavera il morbillo fa strame in molte aule del paese, continuano le solite campagne di sensibilizzazione che sensibilizzano solo i già sensibilizzati e non servono sostanzialmente a un cazzo (però costano, eh, che mica son gratis). Perché? Perché non intervenire in maniera più decisa? Per non dare fastidio al blog di Beppe Grillo e a tutto quel che gli gira intorno? Ah, saperlo…