On the bookshelf – Bambini infiniti (Storie di campioni che hanno giocato con la vita) – Emanuela Audisio

Dopo lunga assenza si torna a parlare di libri per il venerdì del libro, con un titolo ricomparso da sotto cumuli ammassati.

Un libro particolare, molto amato quando lo lessi, molto amato rileggendolo. Sensazioni ripetute non poi così frequenti.

Bambini infiniti di Emanuela Audisio, è un libro speciale, fin dal titolo. Anzi dal sottotitolo.

Storie di campioni che hanno giocato con la vita.

Ottima giornalista che scrive di sport, al pari di altri grandi prima di lei, Brera e Arpino su tutti, la Audisio si esprime al meglio là dove l’apparenza si trasforma in essenza, là dove al trionfo si sostituisce la vita.

Perchè il gesto sportivo rimane per certi versi sullo sfondo. Lei racconta soprattutto una parabola umana. E spesso lo sport, anche e soprattutto tra i fuoriclasse, ci mostra come sia difficile restare in equilibrio tra essere e avere.

Giornalista di classe, con una smisurata capacità di sondare le profondità e le debolezze dell’animo umano, racconta gli atleti nel momento del trionfo, certo, ma anche in quello più spesso desolante, più raramente trionfante, del dopo. Delquando si smette di essere idoli per ricominciare ad essere uomini.

Il suo senso della pietas, che è ben altro, e va ben oltre al comune senso della pietà, ci regala ritratti convincenti di campioni caduti, invecchiati o detronizzati. Se dovessimo raccontare il “Galata Morente”, quella sarebbe la chiave per narrarne.

Un libro per tutti.

Per tutti noi, bambini infiniti, che almeno una volta da piccoli abbiamo sognato di segnare un gol come Pelé, o volteggiare leggere tra le parallele come la Comaneci.

Per tutti quelli che entrando in un campetto di periferia han pensato di entrare tra le luci del Santiago Bernabeu, o che calpestando la terra rossa di un campo da tennis di provincia, si son sentiti, per un attimo Bjorn Borg.

On the bookshelf – IT – Stephen King

Emoziona. Impaurisce. Commuove.

I nostri nipoti, tra cinquant’anni, lo vedranno catalogato nelle biblioteche alla voce classici.

Ridurlo a un libro horror, è uno scempio, oltre che una sciocchezza. Perché It di Stephen King è molto più di un libro horror.

E’, anzitutto, un libro che impiega pagine e pagine per creare un’atmosfera. Attenzione. Non un’atmosfera qualunque. E non sono pagine e pagine vergate invano. Ciascuna di quelle pagine è strettamente funzionale al racconto, alla storia, al trasmettere emozioni.

La storia dei sette Perdenti di Derry ha, al proprio interno, un’infinità di elementi.

Sorta di romanzo di formazione con sette ragazzini cui la vita non ha fatto sconti, che diventano degli adulti. e che, da adulti, dovranno confrontarsi, di nuovo, con le proprie paure.

Quattro ragazzini che hanno sconfitto per la prima volta la paura con la forza della loro amicizia.

E’ un libro con una caratterizzazione straordinaria dei personaggi. Bill, Richie, Eddie, Ben, Beverly, Mike, Stan sono, tutti, descritti con un’introspezione psicologica e una precisione sulle vicissitudini, che non scade, mai, nella banalizzazione.

E’ un libro che tratta la vita, nelle sue sfaccettature. La paura, l’amicizia, l’infanzia, la crescita, la maturazione, l’amore e la morte.

E’ un libro che corre per circa milletrecento pagine, eppure, non te ne rendi conto, e il problema non è finirlo, ma il fatto che finisca troppo presto.

E’ un libro che ti resta dentro. Da allora, ogni volta che ho ascoltato la frase ‘Lo vuoi un palloncino?’ un brivido m’è corso lungo la schiena. Lo stesso brivido che ritorna ogni volta che compare un clown.

Questo post, come di costumen, partecipa al venerdì del libro di homemademamma.

On the bookshelf – Il grande libro dei Peanuts. Le domenicali degli anni ’70 – Charles M. Schulz

« Cari amici,

ho avuto la fortuna di disegnare Charlie Brown e i suoi amici per quasi 50 anni. È stata la realizzazione di tutte le ambizioni della mia infanzia.

Sfortunatamente non sono più in grado di mantenere il ritmo di programmazione di una strip quotidiana. La mia famiglia non desidera che i Peanuts siano continuati da un altro perciò annuncio il mio ritiro.

In tutti questi anni sono stato riconoscente per la correttezza dei nostri editori e il meraviglioso sostegno e affetto espressomi dai fan del fumetto.

Charlie Brown, Snoopy, Linus, Lucy… Non potrò mai dimenticarli… »

Così, nella sua ultima strip, Charles Monroe Schulz si congeda dai suoi lettori.

Si è a lungo dibattuto se il fumetto possa considerarsi un genere letterario. Non ho le competenze, evidentemente, per appoggiare una tesi piuttosto che un’altra, ma senza dubbio il fumetto è una forma d’arte.

Ed è sbagliato pensare che la letteratura sia ‘cosa’ da adulti ed il fumetto ‘cosa’ da ragazzi. Nei grandi personaggi dei fumetti si può ravvisare lo stesso spessore che si incontra nei grandi personaggi dei romanzi.

E quindi, questo venerdì, per l’appuntamento che è ormai consuetudine col venerdì del libro si parla di Schulz e dei suoi Peanuts, le sue ‘noccioline’.

In Italia, vennero pubblicati con regolarità su Linus, una rivista voluta da Oreste del Buono, Elio Vittorini, Umberto Eco, dei referenti che, in un certo senso, quadrano il cerchio rispetto alla contiguità tra letteratura e fumetto.

Quei bambini, che si muovono in un mondo senza adulti, ma che delle nevrosi degli adulti sono specchio fedele, hanno accompagnato molti di noi, qualche volta inconsapevolmente.

Non c’è ‘un’ libro da consigliare, ma per pura passione personale segnalo ‘Il grande libro dei Peanuts. Le domenicali degli anni ’70’, ma davvero, mai come in questo caso, la scelta è amplissima e, spesso, equivalente.

Perchè i Peanuts siamo noi.

Chi, come Charlie Brown non ha mai avuto un complesso di inferiorità a prescindere e non ha mai avuto una ragazzina-dai-capelli-rossi, cui non riuscire a dichiarare il proprio amore? E chi, come lui, non ha trovato da qualche parte le risorse per giocare un’altra partita a baseball, o riprovare a far volare l’aquilone? Perchè i Charlie Brown di questo mondo, non si arrendono. Mai.

Chi non si è mai sentita come Piperita Patty? Una che sotto la scorza da dura, di quella che veste come capita, cerca rassicurazioni al suo essere femmina chiamando ‘Ciccio’ un perplessissimo Charlie Brown?

Ma soprattutto chi non è mai stata Lucy Van Pelt, almeno una volta? Bisbetica, sarcastica, cinica. Epperò ‘La felicità è un cucciolo caldo’, dirà in una botta di tenerezza abbracciando Snoopy, che usualmente scaccia. Vagamente sadica. Spaccia per consulenze psichiatriche risposte demolitorie, ma anche, profondamente adulte. Eppure anche lei, Lucy la dura, si struggerà d’amore per il pianista prodigio Schroeder. Che, per la legge del contrappasso, la ignorerà preferendole il suo amato pianoforte.

E poi il saggio Linus. Che attende ogni anno invano la visita del Grande Cocomero. Saggio e filosofo. Perchè ‘Felicità è un pollice e una coperta’.

E Snoopy, saggio bracchetto, che dorme sul tetto della sua cuccia. Pensa molto e prima o poi scriverà un romanzo, perchè, si sa, ‘Era una notte buia e tempestosa’.

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On the bookshelf – Senza famiglia – Hector Malot

Oggi si parla di un libro cui, probabilmente, non avrei pensato. E tra l’altro, questo venerdì, il venerdì del libro non era neppure in previsione.

Ma complice il post qui sotto, dove si fa un po’ di allegra gazzarra su un vecchio anime giapponese, e l’idea della ‘povna, di fare una pubblicazione ‘di coppia’, questa settimana si parla di ‘Senza famiglia’, qui, e di ‘In famiglia’, a casa della ‘povna.

Due romanzi per ragazzi (ma anche per chi ha qualche anno in più) che in Italia hanno goduto di fama minore rispetto ad altre opere più o meno coeve. E che la maggior parte della popolarità l’hanno tratta dall’adattamento in forma anime giapponese. Adattamento, sia detto en passant, che, a mio vedere favorisce decisamente la vicenda di Perrine (‘In famiglia’) rispetto a quella di Remì (‘Senza famiglia’).

I due romanzi potrebbero agevolmente scambiarsi il titolo, perchè per larga parte, il percorso di Perrine e quello di Remì, coincidono. Soprattutto per quel che attiene al viaggio. E alla strada. E agli incontri che ne scaturiscono. Anche se il ritorno alla famiglia di Remi, a ben vedere, si compie essenzialmente ‘nel’ viaggio. Mentre il  ritorno alla famiglia di Perrine è essenzialmente fondato sull’accettazione.

D’altronde, rientra in quell’amplissima serie di ‘romanzi di formazione’ che hanno costituito la (solida) base della letteratura per ragazzi su cui, e non è solo gioco di parole, molti di noi si sono, davvero, formati.

Detto ciò, si tratta di romanzo assolutamente notevole. E ben scritto. Soprattutto grazie a Malot, e alla sua originalità nell’intendere il concetto.

E’ un romanzo in cammino, letteralmente. Che porta Remì, ormai unitosi alla compagnia girovaga di Vitali, in ogni angolo di Francia.

E’ un romanzo sull’amore. Soprattutto quello materno. E penso alla signora Milligan (madre a lungo agognata e cercata) ma anche e soprattutto alla signora Barberin. Una delle pochissime figure di madre adottiva che esprimano amore a tutto tondo (e in un romanzo di fine ‘800 non è proprio usualissimo, di qui l’originalità di cui sopra)

E’ un romanzo sulla dignità. Quella di Vitali. Che è in fondo l’unica vera figura paterna del libro (e anche qui, paternità surrogata che si sacrifica per il figlio-non figlio, e di nuovo l’originalità di Malot). Che sceglie una vita girovaga per non sottostare ai lacci e lacciuoli di una società che disprezza. Che è l’unica figura maschile positiva del romanzo (eccezion fatta per Mattia, che però è ragazzo ed è su altro piano).

E’ un romanzo sulla povertà, sul lavoro minorile, sulla vita durissima dei minatori.

E’ un romanzo sulla crudeltà degli adulti. E le similitudini tra Garofoli e Fagin, si sprecano.

E’ un romanzo sull’amicizia, che tutto vince e sconfigge. Sull’amicizia, che protegge. E il rapporto tra remi e Mattia diventa privilegio raro

Nelle edizioni italiane, spesso, Remì diventa Remigio, licenza di cui si potrebbe, onestamente, fare a meno.

Un bel libro, per bambini, ragazzi e non.

Questo post, che fa parte di un tandem con la ‘povna, partecipa al venerdì del libro di homemademamma

On the bookshelf – La Valle dell’Eden – John Steinbeck

Ci sono libri che si amano, perdutamente. Altri che si apprezzano, e che, riletti in un altro momento della propria vita, si amano anch’essi, perdutamente.

Che Steinbeck sia stato a lungo una mia passione, non é mistero. Ed infatti, Furore rientra fra quelli che ho elencato tra i titoli di una vita.

Recentemente, m’è capitato, per una serie di coincidenze che si può serenamente fare a meno di narrare, di rileggere La Valle dell’Eden.

Steinbeck lo considerava il suo capolavoro. O comunque il suo affresco più compiuto.

Lo lessi, vent’anni fa, poco dopo Furore. Ma a vent’anni, le ingiustizie del mondo sono  le tue. E il tuo cuore palpita per Furore, e la sua lunga teoria di sconfitti. A quaranta le ingiustizie le hai viste dal vivo, ormai. E il tuo cuore palpita ancora. Per nuovi Furori.

Epperò, l’eterna diatriba tra bene e male, la lotta fratricida tra Caino e Abele, la leggi e comprendi diversamente. E concedi più attenuanti al male. E hai qualche riserva in più sul bene.

E le pagine, che scorrono, e l’alternarsi delle vicende degli Hamilton e dei Trask, di Charles e Adam, di Caleb e Aron (con il leit motiv di Caino e Abele sempre sullo sfondo) ti avvincono non solo, non più, solo sul piano narrativo, ma anche, e soprattutto, su quello dei sentimenti e delle intime riflessioni.

E la valle del Salinas a fare da sfondo. E no, la trama non ve la racconto, questa volta. Né tanto, né poco. Che la trama di questo libro è anima e sostanza.

Solo alcune annotazioni.

Il titolo, in originale, è East of Eden. Ed è preso, letteralmente, dal 16° verso della Genesi, nella versione della Bibbia fatta pubblicare da Giacomo I d’Inghilterra.

E sappiate che vorrei essere Li. Lo vorrei davvero. E vorrei avere anch’io il coraggio di arrivare in fondo per sapere cosa significa veramente timshel.

Non fatevi fuorviare dal notissimo film di Kazan. Se volete immaginare Caleb col volto bellissimo e tormentato di James Dean, liberissimi. Ma la storia no. La storia non c’entra nulla. Non confondiamo.

Cathy Ames è più di un personaggio. Cathy Ames è il male. Fine a se stesso. Senza possibiità di redenzione. Senza, in fondo, che resti alcunché da redimere. Cathy Ames è il più straordinario ritratto di cattivo che io ricordi in letteratura.

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Questo post partecipa al venerdì del libro di homemademamma

On the bookshelf – Niente lacrime per la signorina Olga – Elda Lanza

Ci sono persone che vivono molte vite in una sola. Elda Lanza è una di queste. D’altronde, se nasci nel 1924, in Italia, e studi alla Cattolica di Milano e alla Sorbona di Parigi, allieva, tra gli altri di Sartre, oltre che fortunata (a potertelo permettere), devi essere anche speciale.

Sei destinata ad una carriera, precoce, di scrittrice e giornalista, finché, nel 1952, diventi la prima presentatrice della neonata televisione italiana. Ed anche lì, devi essere speciale, ché i pionieri, speciali, lo sono sempre.

Poi, giri per l’ennesima volta la ruota, e diventi esperta di galateo e docente di storia del costume. Partecipi ai talk show, e al cicaleccio di findo, con un certo garbo da signora bene.

Infine a 88 anni, l’ennesimo colpo di coda di una vita vissuta in pieno,e con Salani pubblichi il tuo primo romanzo, Niente lacrime per la signorina Olga

Un giallo milanese, letto quest’estate, per curiosità. E scoprire che, in questa storia ambientata tra la periferia di Milano, alla Trissera, e l’Alessandrino (due posti che per me son casa), un libro ben scritto, piacevole, congegnato in maniera intelligente.

Una storia di quelle che si potrebbero ambientare ovunque. Un libro da consigliare, per scoprire chi poteva avere interesse ad uccidere la signorina Olga, e quali segreti possano celarsi dietro un’ottantenne assolutamente all’apparenza inappuntabile.

Questo post, come d’uso, partecipa al venerdì del libro di homemademamma.

Niente lacrime per la signorina Olga

On the bookshelf – La Compagnia dei Celestini – Stefano Benni

Se davanti a ricchi figli di papà, col vestito giusto, il sorriso giusto, lo smartphone giusto, continuerete a preferire i poveri orfanelli di Santa Celeste, allora l’eterna lotta tra i fidipà e i fidipù non avrà segreti per voi.

Se saprete ancora provare ribrezzo per i Don Biffero di questo mondo, allora siete pronti a ridere della Grande Meringa.

Se in una notte senza stelle, anzichè guardare la tv di Gladonia, così simile a quella di quest’Italia ciancicata, alzerete gli occhi verso un cielo senza stelle, illuminato da una luna intermittente (come in Luna e Gnac), allora la pallastrada non avrà più segreti per voi.

E verrà a trovarvi il Grande Bastardo, protettore degli orfani, dei mendicanti e dei randagi.

“Dal libro del Grande Bastardo, Capitolo 7

Il Grande Bastardo disse ai suoi discepoli Pantamelo e Algopedante: “E’ proprio dei giovani come voi essere affascinati da stregoni e sortilegi, e pensare che a essi sia riservato il privilegio di donare la fortuna e cambiare la vita.

Ma esistono altre persone che compiono miracoli e prodigi, nascoste negli angoli delle città e della storia.

Se vedi uno stregone con un copricapo di piume di ororoko che cammina sopra i tetti, fa volare le edicole e fa cadere polvere d’oro sui passanti, può darsi che la tua vita stia per cambiare, ma molto più probabilmente stai vedendo un video musicale.

Se vedi una persona che non si rassegna alle cerimonie dei tempi, che prezioso e invisibile aiuta gli altri anche se questo non verrà raccontato in pubbliche manifestazioni, che non percorre i campi di battaglia sul bianco cavallo dell’indignazione, ma con pietà e vergogna cammina tra i feriti, ecco uno stregone.

Quando non c’è più niente da imparare, vai via dalla scuola.

Quando non c’è più nulla da sentire, non ascoltare più.

Se ti dicono: è troppo facile starne fuori, vuol dire che loro ci sono dentro fino al collo.

Vai lontano con un passo solo.”

Questo post partecipa al venerdì del libro di homemademamma.

On the bookshelf – In tour nell’Europa gialla

Chiudete gli occhi. Siete a Milano Malpensa. Seduti al gate. In attesa dell’imbarco del volo Easy Jet per Barcellona. Le solite facce, ma voi questa volta no, siete on the road. Vestitino, sandaletto basso, tracolla. Per una settimana, l’Europa sarà solo vostra. Da soli. Con la playlist dell’anima caricata sull’ipod e l’e-reader, coi titoli giusti. Avete l’anima gialla. Quest’anno. Vi appoggiate su una poltroncina di fronte all’imbarco. In attesa del volo. E aprite il primo titolo.

Giorgio Scerbanenco – Venere privata. Il primo romanzo della serie incentrata su Duca Lamberti. Ex medico radiato dall’ordine, che indaga con un certo disincanto, ma pur tuttavia con profonda umanità. Indicato per chi vuol rivedere una Milano che non c’è più, ma assai più pregevole di quella che fu da bere.

Riparite gli occhi. Siete a Barcellona. Non avete niente da fare e salite al Montjuic senza usare la teleferica. Unica compagnia, la tracolla con l’e-reader, la playlist a palla nelle orecchie, e i vostri pensieri. Arrivati al mirador, la città è ai vostri piedi. Chiedete al baracchino una San Miguel, in bottiglia di vetro. E’ gelata, e il vetro fa quella condensa, che, sola, vale l’estate. Vi sedete su una panchina. Birra, playlist, ed e-reader. E che vi importa del mondo, ora. Aprite il lettore. Avanti il prossimo.

Manuel Vazquez Montalban – Il centravanti è stato assassinato verso sera. Sei a Barcelona, non puoi non leggere Pepe carvalho, sei nel cuore del Villaggio Olimpico. E il Camp Nou, è poco distante. E’ l’anno dei mondiali. Come leggere la storia disonesta del vecchio Palacin e di Jack Mortimer.

Stai per ripartire, il prossimo volo dice Lisboa. Atterrerai a Portela. E poi subito via, tra strade dense di caldo, umidità e malinconia. Il giorno splende alto. Il sole è caldo. Prendi un bus di quelli scassati che solo in portogallo, e te ne vai a Cascais. Tu, che per una vita sei stata convinta che fosse solo un rifugio per ex-re e la loro corte di nostalgici, e invece hai scoperto una cittadina di mare deliziosa. Siedi in un ristorantino sulla spiaggia, a mangiare i pesci alla brace, bevendo un bicchiere di vinho verde. Guardi l’infinito ed estrai il tuo e-reader. Hai tolto l’ipod. Meglio il rumore del mare, dei gabbiani che planano, dei bambini che rincorrono aquiloni.

Fernando Pessoa – I casi dell’ispettore Abilio Quaresma Dei polizieschi semplici, e pur tuttavia complessi. Pessoa, uno scrittore dalle molte anime, presta la sua penna alla letteratura gialla, e tu, che in fondo Pessoa l’hai letto a sprazzi e amato poco, ti scopri a pensare che comunque è vero, se sei bravo, bravo resti, in qualsiasi cosa tu ti cimenti.

Un altro decollo, verso Parigi. Niente musei, niente Montmartre. Vorresti poter dire fuori dalle usate rotte, ma a Parigi tutte le rotte, ormai sono usate. Ti ritagli uno spazio a Champ de Mars. La Tour Eiffel ti domina. Ti senti minuscolo. A Parigi ti senti spesso minuscolo. Nella tracolla, il solito e-reader, l’ipod, per isolarti dai gruppi che strillano, un pan bagnat, e una bottiglia d’acqua. Apri il lettore. Altro giro, altra corsa

Georges Simenon – Maigret e il caso Saint-FiacreIl Quai des Orfevres non è poi così lontano, ora. Ma Maigret, questa volta torna a casa, a fare i conti con la sua infanzia e, in fondo, la sua subalternità. Nemmeno la signora Maigret a fargli compagnia, questa volta. Di tutti i romanzi di Maigret, quello in assoluto che ho amato di più.

E’ ora di ripartire. Destinazione Londra. A Canary Wharf. Tra banche e giornali, cercando, qua e là esiste ancora, lo spirito dei Docklands. Che io sono una donna d’acqua, sia essa di mare o di fiume. Potrei leggere zia Agatha. O il grande Conan Doyle. Ma anche P.D. James. E invece il lettore si apre su

Colin Dexter – Ultima corsa per Woodstock Coltissimo, come il suo autore, arriva direttamente da Oxford. E’ un appassionato enigmista. E’ un uomo solo, sebbene in fondo sempre in cerca di una donna (ma non di una compagna). Ama la bottigilia. Come John Rebus. Risolve misteri complessi, perchè conosce l’animo umano, e sa di quali abiezioni sia capace. E’ l’ispettore Morse. Solo Morse. Se volete conoscere il suo nome di battesimo, eh, allora dovrete leggere i suoi libri, per conoscerne il mistero

Di nuovo in viaggio. Di nuovo sulla strada. Direzione Malmoe. Sono in un parco di Kaptensgatan (in onore di Kati). Nel cuore della Scania. L’estate qui comincia già a declinare. Apro il lettore, chiudo gli occhi e sono a Ystad

Henning Mankell – Assassino senza volto Kurt Wallander è come la Scania. Freddo, distante, in apparenza. Ma sotto, una profonda umanità. Uno dei libri più belli di Mankell. Che ci ricorda, en passant, che il male ci trova sempre.

Ultima tappa. Atene. Il caldo ti stacca la pelle. Se arrivi da Malmoe, anche di più. salto a pié pari l’ouzo, che detesto, e salgo al Licabetto. Rigorosamente a piedi. Vedo dall’alto, una città piegata dalla crisi e dai problemi. una città che non era sfavillante manco prima, figuriamoci adesso. I greci non sembrano mai felici. E quando parlano sembrano sempre arrabbiati. Poi scopri che sono gran persone. Mi siedo su una panchina. involtini di foglie di vite e un bicchiere di retsina, che si sotinano a spacciare per vino, ma insomma…

Apro l’e-reader, conscia che il viaggio sta per finire.

Petros Markaris – Prestiti scaduti L’indagine più triste del commissario Charitos. Nell’estate del 2010, tra ex-atleti rovinati dal doping, e un paese messo in ginocchio dalla crisi, l’ultimo dei disincantati cerca un filo che riporti alla legalità

Sul volo di ritorno. Torino Caselle. Aeroporto Sandro Pertini. Sul treno che mi riporta a casa, e che mi riconduce ai paesaggi di sempre, alla piana con le risaie, alle colline con le vigne, apro l’e-reader per l’ultima volta.

Fruttero&Lucentini – La donna della domenicaIn un turbinio di personaggi indimenticabili, l’indagine più bella del commissario Santamaria. La ‘ditta’ non tradisce mai. Non è solo la trama gialla. E’ il contorno: le indimentacibili sorelle Tabusso, nella loro casa in collina, raccontano della società torinese degli anni ’70 più di mille pamphlet.

Il viaggio è finito, o forse neppure mai cominciato. Buoni libri a tutti.

Questo post partecipa al venerdì del libro di homemademamma.

On the bookshelf – Azzurro Tenebra – Giovanni Arpino

E con questo post, che partecipa, dopo una lunga pausa, al venerdì del libro di Homemademamma, si chiude idealmente la mia storia mondiale.

Torniamo all’inizio. A quel 1974 che mi vide ancora embrione, e chi voglia trovarvi similitudini con la poca Italia che abbiamo visto in questo inizio di Mondiale (e che se fosse riuscita a proseguire sarebbe andata incontro a ben più devastanti rappresentazioni), si accomodi.

Corre l’anno 1974, e in Germania giunge la spedizione che dovrebbe rinverdire i fasti di Messico ’70. Gli eroi di quell’Italia-Germania 4-3 che son diventati un simbolo collettivo.

Quella spedizione sarà invece un disastro. sconfitti da Polonia e Argentina, dopo aver stentatamente vinto all’esordio su Haiti (ricorda qualcosa?) torniamo a casa.

Ma il libro narra qualcosa di più, E’ la cronaca di una sconfitta annunciata, di una squadra composta da atleti ormai giunti sul viale del tramonto, viziati e privi di nerbo, che cedono, nel confronto, ad avversari a loro superiori soprattutto dal punto di vista dell’entusiamo e della motivazione (e anche qui, ricorda qualcosa?)

Sullo sfondo, il calcio totale di una delle squadre più forti, e meno vincenti (perchè la dea Eupalla, largamente nominata nel libro dal Grangiuan, è una dea capricciosa), di sempre.

Con pochi tocchi, Arpino tratteggia le psicologie di calciatori, allenatori e giornalisti. Ed ecco sfilare, in questo teatrino, San Dino (Zoff), Tarcisio La Roccia (Burgnich), il Baffo (Mazzola), Fabio il geometra (Capello), il Bomber (Gigi Riva) e il Golden Boy (Rivera). C’è Giacinto (Facchetti), il puro che fa da contraltare al resto della truppa. Ci sono i giornalisti di complemento (le Jene e le BelleGioie) e fra loro il Grangiuan (Gianni Brera) e Arp (alter-ego dello stesso Arpino). E poi lo Zio (Valcareggi) e il Vecio (Bearzot), l’unico altro personaggio del libro ad essere positivo a tutto tondo.

Ed è proprio in bocca al Vecio che Arpino metterà l’epitaffio di quella compagine ‘più attori che uomini’.

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On the bookshelf – Hotel New Hampshire – John Irving

C’era una volta un libro che parlava di una famiglia.

Un libro con un padre e una madre. Cinque figli. Un orso ammaestrato, State O’Maine, acquistato dal padre a un anziano ebreo austriaco, di nome Freud. Un cane, di nome Dolore (nella traduzione italiana, in realtà Tristezza, ma Sorrow, invero sarebbe Dolore), che si crede un orso e soffre di flatulenza. Una moto con side car, con cui girare gli Stati Uniti, in cerca del luogo perfetto in cui far sorgere l’Hotel New Hampshire, un luogo dove ‘ognuno di noi può essere se stesso’.

Tra terroristi e prostitute, domatori e stupratori, frustrati e varie umanità, un libro a tratti irresistibilmente divertente, e poi, un pugno di pagine dopo, dolente e toccante.

Quando inizia ti aspetti un romanzo picaresco, e invece è una storia di amore e dolore, sofferenza e rovina.

Una storia all’inizio allegra e sognatrice, come i suoi protagonisti, che non si arrendono, che lottano con e nella vita, e anche quando rimangono brutalmente fregati, scrollano le spalle e ripartono. Alla ricerca di un nuovo Hotel new Hampshire.

Scrittore molto ‘cinematografico’, dai suoi libri sono stati tratti film anche di successo, su tutti ‘Il mondo secondo Garp’ e ‘Le regole della casa del sidro’.

A questa regola non fa eccezione ‘Hotel New Hampshire’ da cui nel 1984 è stato tratto un film, francamente dimenticabile, interpretato tra gli altri da Jodie Foster e Beau Bridges.

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Questo post partecipa al venerdì del libro di homemademamma