Questo ricordo non vi consoli, quando si muore, si muore soli.

Quando si muore, si muore soli. Punkt. Il resto, sono stronzate per anime belle. Da ieri, però, pur soli, possiamo morire con dignità.

Perché il vero problema della morte, diciamocelo chiaramente, non è tanto la morte in sé, ma quel che la precede. E infatti, tutti, senza distinzione alcuna, ci auguriamo di morire per un bel colpo secco, di quelli che un attimo prima ti fumavi una sigaretta alla finestra e un attimo dopo sei lì, steso a faccia in giù sul pavimento del cesso. Che non è un bel momento. Va da sé. Ma è assai migliore di una lenta agonia in un letto. E chi ha visto una persona cara spegnersi, comprende esattamente ciò che intendo.

D’altra parte, c’è anche chi pensa che la sofferenza elevi e avvicini a Dio. A parte il fatto che ci sarebbe da parlare a lungo di un Dio che viene rappresentato come un’entità che ha bisogno della nostra sofferenza per esaltare la propria grandezza, la cosa mi lascia sostanzialmente indifferente. Siamo in democrazia. Se uno vuol soffrire, per me può anche accomodarsi. Basta che quel qualcuno non debba essere io. O una persona che amo.

Però, proprio per il fatto che siamo in democrazia, vale il principio della bicicletta. Vuoi la bicicletta? Pedala. Ma se non la voglio, non ho la minima intenzione di pedalare per te. O anche solo con te.

Il diritto alla morte (dignitosa), vale quanto il diritto alla vita.

È per questo che oggi, possiamo sentirci tutti un po’ più felici. E un po’ migliori.

Perché da ieri il biotestamento è legge (in realtà quasi, manca ancora la ratifica quirinalizia). Il che significa che dando le giuste disposizioni, anzi, le giuste ‘disposizioni anticipate di trattamento’ potremo evitare di essere nutriti, idratati, curati e rianimati laddove la logica e la scienza indichino che, comunque vada il nostro percorso terreno è finito.

Ma al netto delle considerazioni di natura morale, etica e religiosa, il biotestamento viene a colmare un’oggettiva lacuna legislativa. I progressi medici e scientifici consentono oggi di prolungare la vita anche quando quella vita è già ampiamente morte. Nel passato (non quello remoto, quello prossimo di molti di noi, anni ’70, anni ’80) la tecnologia aveva ancora dei limiti che non permettevano di procrastinare sine die il giorno della tua dipartita.

E se volete testare, potrete farlo (attendendo la dovuta pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale) dinanzi a un notaio, a un pubblico ufficiale, a un medico.

Quale che sia il vostro pensiero, fatelo. Comunque. Solleverete i vostri cari da scelte anche dolorose, assumendovi, fino in fondo, le vostre responabilità di essere umano senziente.

18 pensieri su “Questo ricordo non vi consoli, quando si muore, si muore soli.

  1. Che Dio abbia bisogno della nostra sofferenza è una stronzata bella e buona, dove l’hai sentita? Mi meraviglio di te. Il sugo è invece che forse (forse) attraverso la sofferenza si capisca qualcosa di più della vita e di se stessi, ma questa riflessione riguarda solo ed esclusivamente chi soffre. Gli altri stiano fuori da ciò, Dio compreso.

    • Che sia una stronzata, senz’altro. I suoi ministri si fanno un dovere di comunicarcelo ogni volta che richordano il caro defunto che ha tanto sofferto e ha offerto le proprie sofferenze al Padreterno. E tante altre cosette. Quindi, al massimo, puoi meravigliarti dei suoi ministri, io riporto. Quanto alla sofferenza, la sofferenza è fine a se stessa. Al massimo ti rammenta, quotidianamente, che i tuoi giorni stanno per finire. E non è un bel pensiero. E comunque, quando la sofferenza supera i livelli di guardia, sei talmente intontito dagli oppioidi di sintesi che di introspezione ne fai poca. E, di solito, hai, comunque, ancora abbastanza male, checché se ne dica.

      • Precisazione numero uno: sono favorevole al testamento biologico, sia chiaro, forse non traspariva. Mi pare però che non sia il caso di attaccare la Chiesa nel suo complesso se al suo interno ci sono nuclei tradizionalisti. Precisazione numero due: tornando alla sofferenza che purifica ed eleva, posso assicurarti che lo fa: ti fa vedere le cose sotto un diverso punto di vista. Anche mentre sei intontito di psicofarmaci tu soffri come un cane e chi ti ame soffre insieme a te, di un dolore gemello.

      • Terza precisazione, insita nelle precedenti ma è sempre meglio ‘esplicare’ più che ‘implicare’: se vedi che un tuo amato soffre e tu non puoi farci *niente*, ti assicuro che stai male uguale a lui e l’impotenza ti aggiunge dolore a dolore.

      • Ci stai male uguale. E l’impotenza aggiunge dolore a dolore. Ma dopo non mi sono sentita migliore. Svuotata, sì. Devastata di fronte all’inutilità di quella sofferenza, pure. Ma non migliore. Né elevata, né purificata. Furibonda, forse, di fronte a tanta inutilità.

  2. La sofferenza che purifica e si compartisce è alla base di tutta la cultura dell’Europa giudaico-cristiana, in tutte le sue forme. Ne discutevamo proprio a Berlino, ascoltando le conferenze di quel pezzo da novanta assoluto che è Georges Bensoussan, e parlando delle radici antropologiche del concetto di capro espiatorio. Tutti ne siamo intrisi, nostro malgrado, e questo è inevitabile perché non si sceglie, almeno in parte, il proprio brodo di coltura. Non tutti ne siamo consapevoli, e non tutti siamo purtroppo in grado di distinguere tra Cesare e dio, e questo è il lato maggiore del problema, che si riverberà pure in questa legge che non a caso ha parzialmente diviso i cattolici perché i più avvertiti politicamente sanno perfettamente che la prateria all’obiezione di coscienza è già insita nel testo. Comunque per ora ci accontentiamo, come per le unioni civili, non è una cattiva legge e questa prendiamo e portiamo a casa.
    Non mi esprimo sulla sofferenza perché non ho la presunzione di pensare che la mia singola esperienza possa fare da modello. Sono contenta che per qualcuno la sofferenza purifichi. Io non sono stata (ancora?), così fortunata e per fortuna una legge non si declina sull’ombelico di nessuno, ma su una gaussiana di bene della collettività.

    • Ecco, la ‘povna riconduce tutto sul piano. La cultura del senso di colpa. E sì, senz’altro, l’obiezione diventerà il collo di bottiglia successivo, come per la 194. Però, davvero, non è una cattiva legge. E comunque meglio una legge imperfetta come questa che il nulla normativo che l’ha preceduta. La sofferenza, per me è sofferenza e basta. Fine a se stessa. E come tale, inutile e pure crudele. detto ciò non pretendo di possedere la verità. Mi basta la libertà di poter decidere per me stessa come meglio ritengo. Come chiunque. E sì, le leggi si declinano, necessariamente su una gaussiana di bene della collettività, anche se spesso questo principio è stato disatteso.

    • Ciao, ‘povna, grazie per aver tenuto alto il livello. La sofferenza, quella vera, quella grande, è davvero terribile, ti segna per sempre, non ne esci più in pratica. In questo senso ho scritto che purifica: è come in chimica, avrei dovuto dire che fa decantare le cose non necessarie della tua vita, ti lascia l’essenziale, sei ancora più aperto e vulnerabile e ricettivo alle vite e ai sentimenti degli altri. E la sofferenza di chi ti sta vicino, di chi ti vede contorcerti e tormentarti nel tormento, senza poter fare nulla se non assistere impotente, è terribile anche quella, capiamoloa, non sottovalutiamola e stiamo alla larga dai luoghi comuni. Può succedere perfino che sia uguale a quella del sofferente. E con ciò ho finito, grazie a tutti per l’attenzione.

  3. Detto ciò, non credo sia razionale attribuire alla sofferenza un ruolo qualsivoglia altro dalla sfortuna. Che faccia decantare nemmeno. Che si debba evitare è l’unico mio comandamento, in ogni momento della mia vita personale e di quella dei miei pazienti. E sono in uno stato un poco più laico ed umano ora che questa legge c’è; continuerò a lavorare perché chi deve morire lo possa fare senza dolore, affanno, paura inutili, ma soprattutto continuerò a perseguire la ricerca del limite cui spingersi e del momento in cui fermarsi, insieme a chi è il protagonista della vicenda, perché solo lui può decidere. Fortunatamente non io per lui.

    • Ecco, la possibilità di scegliere. E che nessuno scelga per noi. Che nessuno possa dire: ‘per il tuo bene’. Il mio bene (o il mio male) lo scelgo io, perché mie saranno le conseguenze di quella scelta. Senza contare che il dolore è fatto di soglie. Ed è soggettivo. La soglia dell’inaccettabile è diversa per ciascuno di noi.

  4. Mi sembra che la sofferenza, per quanto ho visto, non abbia mai elevato proprio nessuno. Al massimo, quando passa, se uno se la ricorda, tende ad apprezzare di più quello che ha. Ma nemmeno questo è legge universale. E tra l’altro mi pare che non c’entri nemmeno molto come riflessione. Io sono contenta di sapere che posso decidere di non prolungare la mia vita se vita non sarà più.

    • Come dicevo la sofferenza è sofferenza. E quando è molta davvero, non lascia spazio ad altro che non sia il soffrire. Al massimo, rappresenta un continuo memento alla morte. Che ti strappa pure quel poco di bello che la quotidianità può offrire. Se vita non sarà più, vuol dire semplicemente che s’è fatta quell’ora, e ce ne andremo con la dignità con cui speriamo d’aver vissuto

  5. Mi permetto di aggiungere pure che l’obiezione di coscienza deve sparire dalla faccia della terra, perché funesta la pratica clinica e perché appunto se una persona ha diritto di autodeterminarsi, non deve esistere che un altro glielo impedisca nei fatti. Gli obiettori possono cercare professioni più consone al loro sentire e lasciare posto di lavoro a chi intende fare questo lavoro anche quando è dura farlo.

  6. L’obiezione di coscienza, in Italia, segnala per l’ennesima volta un problema di ipostasi del relativo. Storicamente, ha avuto un senso al momento dell’approvazione della 194 per tutelare chi aveva scelto quella professione in un paese nel quale l’aborto non era esercitabile. Avrebbe dovuto essere una possibilità transitoria per tutelare quella categoria ristretta e molto specifica. Invece come semprein Italia tutto si trasforma in Diritto e Morale per sempre e con le divine maiuscole.

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