Contandoli uno a uno non son certo parecchi

Se ne parlava l’altro giorno con amicasorella: inutile raccontarsela, gli amici ormai hanno ampiamente soppiantato la famiglia. 

La famiglia, già. Quella graziosa istituzione che nella migliore delle ipotesi ti fa pensare a Scola. E nella peggiore a Don Vito Corleone. 

Gli amici, d’altronde, te li scegli. La famiglia invece te la assegna la sorte. Spesso cinica e bara.

Quindi, quando l’incendio è esteso e le fiamme arrivano al soffitto, una buona rete amicale é ben più rassicurante di congiunti vicini e lontani che quando vedono il tuo numero sul display fingono di aver dimenticato il telefono in macchina.

Perché gli amici, sono quelli che, se li chiami nel cuore del notte, prima arrivano e solo poi chiedono cosa c’è.

Perché gli amici, quelli veri, ti dicono le cose che non vuoi sentire. E se ne sbattono del fatto che tu non abbia voglia di sentirle, quelle cose.

Perché qualche volta ti mentono, quando pensano che la verità sia solo inutile sofferenza. O quando quel vestito ti sta una merda, ma ormai te lo sei comprato.

Perché si dimenticano il tuo compleanno, a volte, ma si ricordano nome cognome e codice fiscale di quello stronzo che ti fece versare calde lacrime nell’estate della maturità. E nonostante siano passati  venticinque anni lo odiano con la pervicacia di allora.

Perché gli amici sono quelli che ti ricordano che fumare fa male. E poi scendono per te dal tabaccaio all’angolo.

Perché con gli amici basta uno sguardo, per capire chi, cosa, dove, quando e perché.

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21 pensieri su “Contandoli uno a uno non son certo parecchi

  1. Sai che non lo so? Mi spiego meglio: sicuramente gli amici scelti in orizzontale sono preziosi e sicuramente rispondono a un atto volitivo più forte. Eppure, e le parole sono importanti, il fatto stesso che tu definisca una amica cara una “amica-sorella” (io non lo farei mai, per esempio – definisco Thelma mia cugina-sorella, ma perché metto insieme grandezze analoghe) dimostra che, almeno inconsciamente, attribuisci al concetto di famiglia un valore, perché nella tua definizione è il “sorella” a dare importanza all’amica. Nello stesso tempo, anche in famiglia, basta scegliere. Scegliere di non averla, scegliere di non abbracciarne le logiche, scegliere di toglierne una parte, scegliere di trattarne un’altra da conoscenti, e un’altra ancora da amici. In realtà è possibile, e molto meno difficile di quanto sembri – del resto la vita di relazione è piena di amici con i quali ti relazioni in maniera diplomatica esattamente come descrivi la famiglia, e cui tieni nonostante alcune parti perché ciò che ti irrita è meno di ciò cui vuoi bene. La verità è che le persone passano, perché cambiamo noi, per fortuna, io credo (e il solo pensiero che qualcuno possa ricordare il codice fiscale di un mio amore liceale mi fa venire le bolle, per esempio, perché io non sono più quella lì e magari nemmeno più l’odierei, per fortuna). Ma se si è prigionieri di una idea sclerotizzata della famiglia, i familiari non possono passare, e dunque sono più fastidiosi. Ma, una volta inaugurata l’idea che sono come gli altri, diventano molto più sopportabili quelli che scegli di tenere.

    • Quel sorella, riferito a questa amica, nasce, anni fa, nella nostra casa milanese, e si ricollegava al concetto di sisterhood, una microcosmo tutto al femminile che ha condiviso, se non proprio tutto, veramente molto. Quindi quel sorella va inteso in un senso di sorellanza più ampio anche di quello parentale. Più in generale, però, le tue affermazioni sono condivisibili. Ci sono parenti che sono anche amici. Parenti che si tollerano, come certi conoscenti, più per creanza che per convinzione. Altri che estirperesti volentieri dalla tua esistenza. Su quest’ultimo aspetto ovviamente più facile farlo con sconosciuti che con persone che fanno parte della famiglia. Ma quest’ultimo è un aspetto che attiene alle nostre convenienze, convenzioni, e, in ultimo, bisogno di pax sociale. Che poi, alla fine, se ci guardi dentro, altro non sono che le nostre (mie, almeno) quotidiane vigliaccherie.

      • Avevo inteso che fosse nel senso femminista di “sorellanza” che, non a caso, a parte esplicite costruzioni letterarie, non appartiene al mio lessico – perché comunque anche il concetto di “sisterhood” prende a modello positivo un concetto parentale che, again, non mi appartiene. Sui familiare da escludere dalle proprie vite, dipende dai punti di vista; se si sceglie di non sposare il punto di vista familiare come dovere prioritario, in realtà no. Ma in questo caso ci sarebbe un punto di vista relazionale altro come dovere prioritario, perché fa parte della nostra natura entrare in relazione e della nostra biologica, ugualmente, calpestare con attrito il reciproco spazio antropico individuale. Per questo non mi convince il “meglio gli amici che i parenti”; e nemmeno il viceversa. Mi convince il “meglio ciò che si sceglie di vivere come relazione”, consapevoli che la relazione costa compromesso, e che non sempre coloro che nella nostra vista sembrano senza macchia lo sono in assoluto, ma lo sono anche grazie al fatto che altre figure di relazione svolgono lo scomodo ma essenziale ruolo di ‘reni’. E, nel modello post-Romantico occidentale, questo ruolo è stato affidato per convenzione ai familiari.

  2. Quanto siano stati e siano importanti alvuni amici l’ho pensato e ribadito spesso anche io, e amica sorella é quello che meglio definisce la mia amica sorella che mi accompagna ,per esempio ,a riptendere i bambini al mare con un tempo di merda e il regalo per il compleanno di Casimira un’orrida Barbie con i capelli fucsia introvabile e desideratissima, ma devo convenire che cambiamo e anche i nostri amici fratelli possono perdersi per strada, ti auguro e mi auguro con tutto il cuore che con le nostre non succeda.

  3. Sono un po’ confusa, ho delle amiche super meravigliose, ma le mie due sorelle sono … proprio le mie sorelle, destinatarie di un amore che non so come spiegare, che fanno tutto quello che tu hai scritto fanno gli amici, che si ricordano che in prima elementare ero innamorata di Domenico e lui mi aveva prestato la biro di Snoopy e mi sfottono ancora adesso. Che per certi periodi ci siamo un po’ perse, ma che poi quando stiamo insieme non c’è nè per nessuno!

    • Come dico anche altrove quando parlo di famiglia non penso al nucleo ristretto ma al microcosmo allargato. Detto questo, pur felice della tua bella testimonianza, va detto che ci sono rapporti fraterni che fanno andare col pensiero a Caino e Abele e a Romolo e Remo. Anche in questi casi, l’importante è imbattersi bene 😉

  4. curiosa la citazione di annika. mi ha ricordato, ma solo per associazione di idee perché è diverso, un passo dell’intro di maus: “amici? tuoi amici? se tu chiudi loro insieme in stanza senza cibo per una settimana allora sì scopri cosa è amici”
    detto ciò, e senza sminuire di una vrigola il gran valore che hanno pochi – e mervaigliosi, e imprescindibli – amici, se è vero che molti parenti non li scegli è anche vero che sono loro quelli che, volenti o nolenti, con te condividono gran pezzi di genoma – il che non ha necessariamente solo un significato prettamente biologico.

  5. La mia famiglia è sempre stata molto ristretta (papà, mamma e sorella) e senza di loro ancora oggi mi sentirei mancante di una parte fondamentale di me stesso.
    Gli amici, quelli veri, si scelgono o forse ti scelgono e poi restano, per sempre. E mi sorprende scoprire come alla soglia dei cinquant’anni abbia scoperto delle nuove amicizie che hanno una forza e un’importanza enorme, come se fossimo amici da decenni e non solo da poco meno di un lustro.

    • Credo ci sia un fraintendimento, quando parlo di famiglia non mi riferisco al nucleo naturale ristretto, mamma, papà, nonni (fratelli e sorelle, non ne ho). E neppure a quello che costruisci (frutto peraltro di una scelta, e si torna perciò da capo). Parlo di famiglia in senso più ampio e allargato.

      • Ma quella è quella che scegli di non buttare, secondo me, inconsciamente, perché volendo di loro si può con eleganza fare a meno senza risse, a mio avviso.

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