Accadde Oggi – 14 gennaio 1976 – La Repubblica per la prima volta in edicola

La ‘ragazza’ compie oggi quarant’anni e fa sorridere pensare che siamo quasi coetanee.

Era il 14 gennaio del 1976 quando, per la prima volta, comparve nelle edicole ‘La Repubblica’.

Il clima è difficile. Gli anni di piombo incombono, e il Paese è affaticato.

Nella mente del suo ideatore e fondatore, Eugenio Scalfari, c’è l’idea di un quotidiano che faccia riflettere sugli avvenimenti, ancor prima, o ancor più che raccontarli.

Scalfari, nel 1976, ha 52 anni e una notevole carriera alle spalle. Ha contribuito in maniera determinante al successo del settimanale L’Espresso tra il 1963 ed il 1968, ed è stato successivamente deputato della Repubblica, nelle file dei socialisti di De Martino.

L’obiettivo è insidiare il primato del Corriere della Sera nell’informazione italiana. Pertanto, se il Corriere è a Milano, Repubblica avrà sede a Roma. Se il primo è conservatore, tendenzialmente filogovernativo, il secondo si collocherà a sinistra, una sinistra laica e progressista, che prende posizione in modo netto sui cambiamenti cruciali della società.

L’idea piace a Mondadori ed all’editore Carlo Caracciolo, che lo finanziano per metà.

Il nome deve avere un forte richiamo all’istituzionalità. D’altronde si propone come un attore a livello nazionale, non locale.

Il progetto deve essere innovativo non solo nei contenuti, ma anche nella forma.

D’altronde, per smarcarsi dal mondo paludato del Corriere lo stacco deve essere netto. Pertanto si abbandona il tradizionale formato ‘lenzuolo’ a 9 colonne per un formato tabloid, più compatto, che da un lato richiama il mondo anglosassone e dall’altro offre una maggior maneggevolezza.

Cambia anche il carattere, l’utilizzo del Bodoni, nei titoli, è volto ad aumentare l’incisività degli stessi.

Anche perchè i titoli vengono visti come una chiave di volta nell’architettura dell’articolo, e sono pensati e composti in maniera maniacale. Il sotteso è chiaro: il concetto cardinedeve poter passare in una manciata di parole. Il resto, viene dopo, ed è approfondimento.

La sede, si diceva, viene fissata a Roma, e i redattori inizialmente sono 60 , di cui 50 giovanissimi.

Ma i ‘senior’ sono grandi firme come Giorgio Bocca, Sandro Viola, Mario Pirani, Miriam Mafai, Barbara Spinelli, Natalia Aspesi e Giuseppe Turani. La satira è affidata alla matita di Giorgio Forattini.

La storica prima pagina del 14 gennaio 1976 si apre con un’intervista di Scalfari al segretario del PSI, Francesco De Martino, sulla crisi di governo e sui rapporti con il PCI di Berlinguer.

La notizia centrale si concentra sull’incarico di governo conferito ad Aldo Moro, mentre nel taglio basso campeggia un articolo di Giorgio Bocca sul rischio fallimento della Innocenti.

All’interno ampio risalto viene dato alla politica nazionale ed internazione, impostazione che resterà uno dei tratti distintivi del giornale, insieme all’enfasi su economia e cultura.

Scelta controcorrente, non compare lo sport, che sarà presente solo a partire dal 1979 e curata comunque da un grandissimo, Gianni Brera.

Ma per anni, Repubblica, il lunedì non uscirà. Sembra una scelta snobistica, di chi non vuole mischiarsi con la cultura sportiva. Si scoprirà poi che il problema era meramente economico. La copertura del campionato generava costi che il neonato quotidiano non era in condizione di affrontare. Repubblica di lunedì comincerà a comparire nelle edicole negli anni ’90.

L’esordio si accompagna con vendite strabilianti: 300mila copie.

Ai lettori piace il nuovo format grafico, ma soprattutto il modo di porre le notizie. Molti orpelli sono stati eliminati e la comunicazione è chiara e diretta.

Ma i numeri del lancio, come prevedibile, non si mantengono, e il quotidiano si attesta, fino al 1978, su una media di 70.000 copie giornaliere.

Poi, nel ’78, mentre l’Italia attraversa i suoi giorni più bui, la svolta.

Molti i fattori a determinarla.

Piero Ottone lascia la guida del Corriere e si trasferisce a Repubblica. Aveva impresso al quotidiano di via Solferino un’impronta progressista mentre il potere editoriale era detenuto dalla famiglia Crespi, conseguendo anche un vertiginoso aumento delle vendite. Ma quando la proprietà passa di mano ed ai Crespi subentrano i Rizzoli, il direttore viene riconfermato, ma è lui stesso, saggiamente, ad accorgersi che i venti son cambiati e che si è fatto il momento di migrare altrove.

Inoltre, Repubblica ha un successo crescente tra i movimenti giovanili universitari, soprattutto quelli della sinistra più moderata e più distante da Potere Operaio. La copertura impeccabile durante il sequestro Moro farà il resto, aumentando l’autorevolezza del quotidiano.

E proprio una delle foto di Moro nel covo brigatista viene scattata con un copia di Repubblica tra le mani.
Gli anni ’80 si aprono con la scalata al primato di primo quotidiano nazionale, obiettivo che viene raggiunto verso la fine del decennio (quando le copie vendute quotidianamente sono in media 700mila).

Risultato ottenuto anche attraverso una serie di iniziative nuove e lungimiranti, su tutte il lancio del primo supplemento Affari & Finanza nel 1986 e, l’anno dopo, del magazine settimanale Il Venerdì di Repubblica. Nel frattempo la proprietà passa di mano e a Caracciolo subentra Carlo De Benedetti che riunirà Repubblica e L’Espresso sotto le insegne di un unico gruppo, il Gruppo Editoriale L’Espresso.

L’impronta è sempre quella, e il giornalismo di investigazione continua ad essere l’asse portante del giornale. Nel frattempo sulle pagine di Repubblica passano le firme più prestigiose del giornalismo italiano.

Oltre a quelle già citate, val la pena di ricordare Giampaolo Pansa, Enzo Biagi, Beniamino Placido, Vittorio Zucconi, Gabriele Romagnoli, Adriano Sofri, Michele Serra, solo per citare i più famosi.

E sarà proprio Repubblica a scoperchiare il calderone del caso Enimont, e a coprire, senza cedimenti, quell’apocalisse del sistema che fu Tangentopoli.

Sulle macerie di Tangentopoli e con la scomparsa dei partiti politici tradizionali, il quotidiano ingaggerà una contesa ferma e senza remore, sia sotto il profilo politico, che, forse ancor più, sotto il profilo giudiziario, con Silvio Berlusconi.

La battaglia sul conflitto di interessi sarà epocale, con il placet dell’editore, quel De Benedetti cui ancora brucia il lodo Mondadori.

Nel 1996, dopo un ventennio trascorso al timone, Eugenio Scalfari lascia la poltrona di direttore responsabile e indossa i panni del padre nobile e dell’editorialista.

Gli succede Ezio Mauro, già corrispondente di Repubblica da Mosca nei giorni esaltanti della perestrojka e della caduta del Muro, e, dal 1992 al 1996 direttore de La Stampa.

Manterrà inalterato lo spirito di Scalfari e nei giorni delle cene eleganti, insieme a Colparico e D’Avanzo condurrà una nuova epocale battaglia contro Berlusconi, il berlusconismo e il marcio sottobosco che ne è l’imprescindibile contorno.

Vent’anni sopo, lo schema si ripete, ed Ezio Mauro, proprio oggi, nel quarantennale, lascerà la poltrona a Mario Calabresi, già corrispondente di Repubblica dagli Stati Uniti, e, dal 2009 al 2015, direttore de La Stampa (pure lui).

E a questo punto non resta che augurare al quotidiano altri quarant’anni sempre all’altezza, lasciandovi con la prima pagina del 14 gennaio del 1976.

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18 pensieri su “Accadde Oggi – 14 gennaio 1976 – La Repubblica per la prima volta in edicola

  1. Posto che a me, specie ultimamente, Repubblica non piace, è innegabile che ci abbiano scritto dei grandissimi. Tra gli altri, mi piace ricordare soprattutto D’Avanzo, coraggioso e purtroppo noto ben al di sotto dei suoi meriti.

  2. Sono anche io come Gaber molto più critica verso Repubblica, sin dai suoi esordi. Adesso la giudico poco meno che illeggibile (trovando l’unico quotidiano ancora degno di spesa personale La Stampa, peraltro), ma sin dagli esordi secondo me si porta dietro non poche colpe, atti di hybris, saccenterie, volontà predicatorie che erano la cifra del giornalismo di Scalfari e lo sono rimaste dopo nel giornale. Direi dunque che il fatto che un quotidiano nato nel 1974 con tali collaboratori passi oggi nelle mani del figlio di Calabresi mi sembra solo molto giusto. Poi, ovviamente, chiunque può interrogarsi sul senso, e le sfumature, dell’aggettivo.

    • Scalfari è una delle persone più saccenti dell’universo mondo. Ma Repubblica cambiò comunque il panorama di un’informazione che, in quegli anni, era paludatissima. Che il giornale abbia continuato a somigliargli, anche dopo, è cosa che non mi stupisce. Ezio Mauro è un direttore abile ma senza una personalità propria. Quando sostituì Mieli alla Stampa, era La Stampa di Mieli diretta da Ezio Mauro. Quando sostituì scalfari a Repubblica, identico copione. Sono curiosa di vedere all’opera Calabresi, che, a La Stampa, mi ha convinto poco. Quanto al quotidiano torinese che qui nel Nord Ovest è senz’altro il più diffuso, lo preferivo nelle versioni Sorgi e Anselmi che nella versione Calabresi. E mi aspetto molto da Molinari, che è stato ottimo corrispondente da NY. Per quanto riguarda la tua ultima affermazione, condivido. E’ molto giusto. E, posso sbagliarmi ma non credo, sospetto che condividiamo pure le sfumature dell’aggettivo

  3. scorrendo le date di wiki, ero certo che avresti scelto questa! 🙂 su molto mi ritrovo e, come dice gaber, niente da dire, per quanto anche a me non piaccia ci hanno scritto persone di grande spessore umano e giornalistico. però… però c’è un qualcosa che non mi risuona. penso sia questo: la sensazione (soggettiva, ovviamente) arrivando alla fine è che l’immagine di repubblica sia un po’ edulcorata. il motivo per cui, secondo la mia opinione, repubblica ha fatto il balzo in avanti, al di là degli episodi e/o della qualità giornalistica, è che scalfari più di tutti ha incarnato il “pensiero comune”. ha trovato il modo per scrivere quello che il lettore (progressista, sì, ma non solo) voleva vedere scritto: repubblica è stato il giornale italiano che ha (rac)colto le modalità attraverso cui nasce la fabbrica del consenso teorizzata da lippmann negli anni venti. se voglio vedere quello che “pensa la pancia” di mezza italia, leggo l’editoriale di scalfari, non quello di ostellino o di battista. il sito e il giornale di oggi per me ne sono pienamente lo specchio.
    (bella, in ogni caso, l’idea della rubrica. ma… quotidiana?!?)

    • Mi spiace, ma se vuoi sapere cosa “pensa la pancia” di mezza italia probabilmente dovresti dare una scorsa a Libero o al Giornale. Che poi possa sembrarti triste, squallido o agghiacciante è altra cosa. Condivido invece la sensaszione che Repubblica abbia un’immagine migliore di quel che meriterebbe, ma questa è altra storia e attiene al marketing e all’aver saputo agganciare carrozzoni intellettuali ‘influenti’. La rubrica, come detto nella presentazione, avrà post a cadenza variabile. Vale a dire che se è successo qualcosa che mi intriga ne parlo, altrimenti mi taccio. Primo perchè sarebbe troppo impegnativo. Secondo perchè avere sempre qualcosa da dire sarebbe un po’ eccessivo perfino per la mia storica logorrea.

      • sì ma quella è l’altra mezza, quello che lo pensa ma non lo ammette 😀
        a parte gli scherzi: per spiegare meglio, scalfari per me ha perfettamente incarnato il pensiero comune di tutta quella “sinistra” che descrive francesco piccolo nel suo libro.

      • Secondo me Amme non ha torto, Repubblica scelse da subito, o forse no e conoscendo Scalfari è probabile, ed è pure peggio di cavalcare un certo qualunquismo di sinistra. Adesso è proprio evidente e basta, e io viceversa non sono stata per niente soddisfatta di come fu raccontata e commentata tutta la fase olgettine, e sarei stata nella rievocazione molto meno tenera di te – ed è lì che D’Avanzo, sia chiaro, si è sputtanato. Nel ’76 era un qualunquismo di nicchia, ma pur sempre qualunquismo, che andava a pescare voti comunque un po’ benpensanti e un po’ benaltristi. Non a caso in casa ‘povna fu sempre trattato come il giornale del parvenu che provava a mangiare alla stessa tavola di Giovanni Bovio…

      • Condivido il giudizio su Scalfari. Il resto è forse un po’ ingeneroso. Negli anni 80, quelli di Rizzoli, Di Bella e Tassan Din, il corriere era quel che era, e La Stampa di Fattori pativa le sciagure FIAT, senza Repubblica il panorama sarebbe stato peggiore. Sulle olgettine non mi parvero male, ma onestamente del 2011 ho ricordi nebulosi.

  4. Io mi sa che sono invecchiato peggio di Repubblica.
    Mi sono paludato più di Repubblica (che, pure, notevoli passi avanti in questa direzioni ne compie da anni).
    Ma paludato così tanto che faccio fatica a trovare quotidiani seriamente leggibili.
    Non che non li legga, eh. Ma con lo stesso occhio a mezz’asta con cui sfoglieresti tipo Vanity Fair.

  5. Io in realtà ho sempre letto La Stampa ma solo perché è il giornale del Nord Ovest. Come ho detto alla ‘povna le ultime direzioni non mi sono piaciute. Ma è da tempo che mi informo online. Piuttosto, una considerazione, La Stampa è stata diretta dal 2009 al 31 dicembre 2015, quindi ti è accettabile da soli 15 giorni, temo. Io, che son più di bocca buona su padri e figli (soprattutto credo nelle responsabilità personali e non ereditarie) lo trovo solo terribilmente democristiano nel senso peggiore del termine. E io Repubblica, peraltro, mai letta se non occasionalmente nel formato cartaceo. Spesso invece la versione online. Che quelle di stampa e corriere son semplicemente miserande

  6. Tengo a precisare che la mia osservazione su Calabresi era evenemenziale e narrativa, non circostanziata. Ho trovato La Stampa assolutamente più leggibile in generale, perché trovo che la fisionomia di un giornale ultimamente, per considerazioni di ‘pensiero debole’ e linea del tempo piatta, prescinda molto di più dal direttore e attinga (ancora, per quanto? L’Unità in questo è uscita da questo schema ed è già oltre, purtroppo) molto di più dalla sua editorialità pregressa, per così dire.

    • Sì, ‘povna, e così l’avevo intesa, assolutamente. A titolo personale,e visto che siamo scesi nello specifico, confermo che la direzione Calabresi non mi ha personalmente entusiasmata. E sono curiosa di vedere se, su Repubblica, il suo buonismo avrà lo stesso impatto. D’altronde, per la stessa ragione, il buonismo d’accatto, da tempo sto diventando critica su Gramellini. Che è bravo, Che scrive bene. E che pero ha esasperato quel buonismo e quel qualunquismo che è sempre stato, comunque, parte del suo scrivere. Plaudo, sinceramente, alla scelta di Molinari, che da NY mi è sempre piaciuto. E sono curiosa di vedere come riuscirà a coniugare questo suo tono con l’impostazione del giornale. Anche se, come ben dici, le fisionomie dei giornali, oggi, prescindono molto più di prima dal direttore.

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