E le parole come musica di seta mi prendevano per mano

Il sostantivo che meglio si attaglia alle ultime settimane è: apnea.

Scrivo pochissimo. Vado poco sui blog amici, e latito pure nei commenti.

Se dicessi che qualcosa che non va, sarei disonesta. Sarebbe disonesto anche a definire quest’anno , un anno brutto. Sarebbe disonesto pure definirlo un anno bello. Cataloghiamolo nella categoria difficile, e chiudiamola lì. Che brutto e difficile sono due concetti del tutto differenti ed ho imparato, sulla mia pelle, che la differenza che corre tra il primo ed il secondo è enorme.

Come noto, l’anno, per me, inizia a settembre. Deformazione non solo scolastica, ma anche professionale.

Questo non esime, però, dal tracciare bilanci.

Per il blog è stato un anno intenso, a tratti forsennato. Partendo dai presidenti per arrivare a #ioleggoperchè, è stata una lunga cavalcata. Parecchio divertente, pure.

E poi? Poi è subentrata forse un po’ di stanchezza, fisiologica. Una certa assenza di argomenti, forse, rubando un concetto caro alla ‘povna, la mancanza di un narratario forte. Per quanto il quotidiano sia ricco di narratari non solo forti, anzi spesso fortissimi, quegli stessi non possono essere declinati, per svariate ragioni, sul blog.

E questo spazio ne risente, forse, un po’.

Nel frattempo il blog ha compiuto tre anni. Se rileggo i post degli inizi, provo tenerezza, tenerezza verso la scrittura impacciata di una che, col blog, mica sa bene cosa farci.

D’altronde se è vero che tre anni per un cucciolo d’uomo sono prima infanzia, per uno spazio come questo si può parlare ormai di maturità.

A questa maturità occorre dare un senso, e la vera sfida di questo nuovo anno, al netto dei propositi, sarà dare al blog un’identità forse non nuova ma diversa.

Poi è ovvio che a scrivere son sempre io, ma scrivere di me e della mia vita è sempre meno un’esigenza.

Agli albori, vedevo il blog come una specie di diario segreto, quelli coi lucchettini di quando si era ragazzine. Ecco, la prima cosa che ho capito è stata: ‘anche no’. Chi apre un blog scrive per se stesso il primo mese, poi aspira ad avere dei lettori, tanti o pochi che essi siano, altrimenti, cessa lo scopo e potresti scrivere davvero su un foglio di carta a fine giornata.

Su come essere blogger mi sono spesso interrogata.

A fare la mamma blogger son poco portata, anche perchè sono talmente deficitaria (e deficiente) che non è che a vedere scritte le mie brillanti performances di scongelatrice abituale o di utilizzatrice di piatti pronti mi dia poi questo gran lustro.

Certo potrei farne una sorta di studioillegale da terziario avanzato.

Me lo impediscono l’etica (quella cosa per cui i cazzi degli altri, soprattutto se questi altri ti pagano, hanno diritto a non finire in rete) e il buonsenso (che molti non se ne rendono conto ma a ramazzare su una denuncia ci vuole molto meno di quanto si pensi).

A che la lamentela, in linea di massima mi è preclusa, ricadendo spesso nel punto due.

D’altronde quel che più mi diverte, da sempre, è osservare il mondo, parlare di politica, cinema, economia, tv, massimi sistemi e minime minchiate.

Non si cambia linea, o forse, impercettibilmente sì. Vedremo. Per intanto, grazie di tutto, a tutti.

 

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19 pensieri su “E le parole come musica di seta mi prendevano per mano

  1. In bocca al lupo per qualunque novità, grande o piccola, desidererai apportare. Io, noi, saremo qui, perché ciò che scrivi è bello, importante e fa pensare, talvolta anche sorridendo. Il tutto con grande piacevolezza nella lettura. Quindi…eccoci, ti aspettiamo (anche senza novità…) Buona giornata!

  2. Ma secondo me – o per me, dovrei dire – dare un “senso” al blog richiederebbe uno sforzo sovrumano. Impossibile, dato che anch’io ho i miei problemi a produrre post su base regolare. Quindi, chissene, scrivi quando vuoi quello che ti pare…e noi con piacere leggeremo 😉

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