E moltiplicano il niente per chiamarlo ancora vita

Più passa il tempo e meno tollero, è un dato di fatto.

Non ne sono orgogliosa, non lo considero un merito, non me ne faccio un vanto.

Più passa il tempo e meno tollero, dicevo.

Non sopporto più le piccole maleducazioni  quotidiane, quelle che, sole, danno la misura della pochezza.

Non sopporto più la sguaiatezza fuori luogo, di coloro che si prendono una confidenza che mai gli è stata concessa.

Non sopporto più le prevaricazioni, soprattutto quelle inutili, soprattutto quelle che nascono dal gusto di prevaricare fine a se stesso.

Non sopporto più l’ostentazione economica. Il bisogno di avere per non dover dar conto della pochezza dell’essere.

Mi annoio, molto, parecchio, e mi accorgo che una volta erano gli stimoli a cercare me, mentre oggi non solo tocca cercarli, ma è faticoso trovarli.

Osservo il mondo da un oblò, e il panorama, in effetti, è piuttosto deprimente.

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37 thoughts on “E moltiplicano il niente per chiamarlo ancora vita

  1. Ecco, parlavo con mamma ‘povna, e dicevo un po’ le stesse cose, che poi sono anche quelle che, direi, occhieggiano sotto traccia dall’inizio di settembre là dove ce ne è bisogno. Ho proprio usato questi due aggettivi: volgare e sguaiato. Mamma ‘povna mi diceva: devi imparare a tacere. Io a tacere credo che non imparerò mai. Ma è indubbio che, sia che uno taccia, sia che uno non taccia, quando si inizia a provare così profonda insofferenza per la maleducazione del mondo la vita si fa faticosa.
    E la verità l’hai riassunta nella prima frase: “più passa il tempo”, perché più ne passa, e meno tempo io sento di volere a cose poco interessanti, banalità editate in toni da guru. Ché di quelle che sono tante, troppe e presuntuose invece non ce ne è bisogno, proprio no.

    1. E’ stato un settembre lungo, noioso, a tratti fastidioso. E ne abbiamo già detto anche altrove. Ecco, volgare l’avevo dimenticato, o forse racchiuso in quello sguaiato, e no, non è la stessa cosa. Sono tempi volgari e sguaiati e, veramente, non se ne può più di queste supposte verità sentenziate con toni saccenti. E poi c’è tutto il resto. E forse é anche il tempo che passa. E indipendentemente dal tacere o meno, concordo che vivere comincia ad essere faticoso ché da questo morbo è intaccata la quotidianità nella sua interezza.

    1. Saremo un bel gruppo di vecchiette scassapalle. Quoto ogni virgola di questo tuo pezzo Iome, quoto anche ‘povna. Nel mio piccolo mando giù a denti stretti e per necessità tutto ciò che accade al lavoro e per tutto il resto, al contrario del suggerimento di mamma ‘povna, non lascio più correre quasi nulla, io che l’ho sempre fatto. Non cambia nulla ma innervosisce meno me. E poi tanti no, scremo, scremo ogni giorno con decisione e senza pietà. La finirò sola con un gatto. Pazienza.

  2. Che sensazioni famigliari quelle che scrivi; pensavo fossero da addebitare all’età che avanza, all’avvicinarsi inesorabile della fine dell’età di mezzo e dell’inizio di quella che viene definita terza età. Ma temo che, in realtà, molte di queste sensazioni siano in realtà dovute al fatto che un certo tipo di maleducazione, di sguaiatezza, di ostentazione siano in progressivo aumento nella nostra società. Purtroppo.

    1. Anche l’Uomo mi diceva: ‘Dipende dal fatto che invecchiamo’. Ma credo che, invero, il problema sia da ricercarsi nella degenerazione quotidiana cui ci tocca assistere. E il senso di fastidio cresce quotidianamente

  3. Per quanto la frase possa considerarsi musicalmente riuscita: “Osservo il mondo da un oblò / mi annoio un po’”, mi pare inevitabile che, dato il punto d’osservazione, il risultato non possa che essere la noia, l’insofferenza, l’intolleranza. Forse è il caso di seguire le istruzioni: in caso di pericolo rompere il vetro.
    Per l’altra questione, invece, quella dell’incipit …, per quella non ci son rimedi

  4. e come darti torto? solo in una cosa mi sento, fortunatamente, in altra posizione: non fatico a trovare stimoli, mi sento in questo di avere risorse e poterne, al meglio delle mie possibilità, dispensare. ma capisco il malessere generale anche di fronte a ciò. it’s hard times.

  5. io devo dire invece che, per anni quella che non sopportava niente e nessuno, da sola, ora mi sento in buona compagnia e son proprio soddisfatta! vedi tu… 😉

  6. io che tra voi sono credo lapiù vecchia ho anche imparato a tacere. Io che ho sempre parlato e detto e commentato e sentenziato. Che mi sono stufata degli atteggiamenti di molti e l’ho detto perdendo per strada le persone inutili per me (ora lo so) . Ebbene io. Ora taccio. Penso a me, attraverso il mondo un pochino più immune alla noia al fastidio. Non so com’è. Ma è così.

  7. Foriera di tante riflessioni, come sempre, la tua scrittura. Spesso davanti ai prodromi di un’insofferenza, però, mi chiedo: e se queste persone sentissero la stessa cosa nei miei confronti? Se qualcosa di volgare e sguaiato ci fosse anche in me? Non mi sento immune dal tempo che vivo.

    1. E’ vero Rocere non mi sento immune neppure io, ma il fatto stesso che ci poniamo il dubbio ci pone su un altro piano. Senza volgarità, senza sguaiatezza, senza boria, senza la convinzione di essere nel giusto e voler convincere l’umanità intera che il nostro sia il giusto, desiderose di colmare lacune e ingoranza personale a diversi livelli, senza invadere lo spazio altrui. E’ proprio un altro livello se ci rifletto e a questo punto se “queste persone” provano nei miei confronti insofferenza, beh fanno bene, vuol dire che il mio disprezzo è emerso forte e chiaro.

    2. Non siamo affatto immuni. E c’è molto di vero nella tua riflessione. Di certo, piaccio a loro quanto loro piacciono a me. Non mi tange. Non gli tange. Forse c’è anche dello snobismo, in questo. Però, e questo per certo, io non cerco di convertire loro, mentre loro s’affannano a convertire me. Risultando, in questo, ben più molesti.

  8. Io invece tollero sempre meno la mancanza di empatia, che è una qualità che per me sta diventando più importante dell’intelligenza, purtroppo o per fortuna.

    1. Concordo sull’importanza dell’empatia e sul fatto che stia diventando merce rara. Non mi spingo però a considerarla più importante dell’intelligenza.
      Un cretino empatico produce discreti danni…

  9. Ecco, c’è un sacco di roba che sottoscrivo, qui sopra. Anche io spessissimo insofferente, anche io spesso poi mi dico che però questo mio arrogarmi il diritto di sentirmi “meglio” degli altri non porta poi da nessuna parte, né me né loro. E che chissà quanto poi anche io risulto snob, insensibile, incoerente, tranchant eccetera. E poi sì, l’empatia andrebbe in generale insegnata di più, anche a scuola.

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