1946 – Enrico De Nicola

E’ l’indomani del referendum istituzionale che, il 2 giugno, ha ufficialmente sancito il passaggio salla Monarchia alla Repubblica.

I risultati non sono schiaccianti, e le voci di brogli, insistenti. In una situazione potenzialmente tesa, e in un Paese ormai stremato, dalla dittatura, dall’autarchia, dalla guerra prima e dalla guerra civile poi, Umberto II in carica da un mese, sceglie più o meno volontariamente la via dell’esilio, evitando eccessi sia prima che dopo. Probabilmente il migliore di una dinastia comunque mai all’altezza, avrebbe forse meritato maggior rispetto (umano) da parte della Repubblica, ma questa è, oggettivamente, altra storia.

Il 28 giugno, soprattutto per una questione di forma, viene eletto il primo inquilino del Quirinale. In realtà trattasi di un Capo dello Stato provvisorio, in attesa che la Costituente faccia il suo lavoro e detti le regole delle future istituzioni repubblicane.

Presidente del Consiglio dei Ministri (che allora non lo chiamavamo Premier) è Alcide De Gasperi. Presidente della Costituente, Giuseppe Saragat. Il primo è trentino, il secondo piemontese. Occorre riequilibrare le sorti e dare una carica al sud, che ha votato in massa per Casa Savoia, e va, in qualche modo, coinvolto nel cambiamento.

La DC punta sul palermitano Vittorio Emanuele Orlando. I socialisti, su Benedetto Croce.

Ma il PCI cassa il primo, un po’ troppo scopertamente filo-monarchico nel corso della recente campagna referendaria, e la DC il secondo, troppo laico.

E, come sempre accadrà a partire da quella prima elezione, la spunta un candidato di mediazione.

Enrico De Nicola, napoletano, avvocato, liberale, anche se dal curriculum non proprio limpidamente antifascista. era lui, in quel lontano 1922 il Presidente della Camera, quando l’allora Cav. Mussolini (c’è sempre un cavaliere nella nostra storia) insultò i deputati definendo quell’aula ‘sorda e grigia’ con vivo sconcerto di molti (intendiamoci, 92 anni dopo, sarebbe stato considerato un fine dicitore).

Ma alla fine, il gioco dei veti incrociati produce la sua vittoria di Pirro, e De Nicola sale sul Colle, primo inquilino della storia repubblicana.

E’ uomo che adora, letteralmente, farsi pregare. Ci mettono un po’ a localizzarlo, nella sua casa di Torre del Greco dove si è rintanato, e quando finalmente riescono a parlargli si limita a un: ‘M’inchino alla volontà popolare’ A De Gasperi che gli dice ‘Auguri, Presidente’ risponde ‘Presidente provvisorio, prego’.

Arriva al giuramento, sulla sua macchina e senza scorta. Con un ritardo di un’ora e mezza.

Scapolo, risparmierà alla Patria parenti e affini.

Umorale, bizzoso, dalle dimissioni facili (lui si dimetteva e la Costituente, che non poteva respingere le dimissioni lo rieleggeva), ebbe un rapporto tempestoso con De Gasperi che detestava cordialmente, al punto che pur di non riconferirgli l’incarico, nel 1947 tentò prima la carta Nitti, e poi anche quelle dell’ottantottenne Orlando.

Fargli firmare il trattato di pace fu un’avventura degna di miglior causa.

Per mesi, prima che decadesse dal mandato, cercarono di convincerlo a firmare il decreto per la lista Civile, che gli assicrava un appannaggio di 12 milioni e 500 mila lire. Che, nonostante una carriera da principe del foro, era quasi povero, avendo investito, prima della guerra, tutti i suoi, ingenti, risparmi in buoni del tesoro.

Farà storia il suo cappotto rivoltato (al pari di quello di milioni di italiani, quelli che ce l’avevano, ovviamente) con cui partecipa alle cerimonie ufficiali.

Allergico al denaro, facile alle dimissioni, il più anomalo dei presidenti italiani. E infatti alla scadenza del mandato provvisorio non fu riconfermato.

Nel frattempo, nel mondo, il 25 luglio del 1946 Jerry Lewis e Dean Martin danno il via alla loro coppia comica, che la guerra è finità e la gente avrebbe voglia di ridere.

Il 30 settembre del 1946 il Tribunale di Norimberga emette 20 condanne a morte per crimini nazisti, ma il senso dell’atrocità rimarrà per sempre nelle menti e nei cuori.

Il 29 novembre del 1946, a Milano, Rina Fort uccide a colpi di spranga moglie e figli del suo amante. L’Italia scopre la cronaca nera. Il processo sarà seguito, per il Corriere della Sera, da Dino Buzzati.

Il 31 dicembre Harry Truman proclama la fine della seconda guerra mondiale. Alla fine si conteranno 71 milioni di morti.

Gennaio 1947. De Gasperi mel suo viaggio negli USA ottiene 100 milioni di dollari. E il Paese riparte. diventiamo forse un po’ una colonia. Ma lo saremmo stati ugualmente. Solo, più povera.

Il 1° marzo 1947 diventa operativo il Fondo Monetario Internazionale. 67 anni dopo, ci farà vedere, letteralmente, i sorci.

Il 21 marzo viene siglato tra Italia e Francia un accordo che prevede l’emigrazione di 200.000 lavoratori italiani. Avvisate Salvini, grazie.

Il 1° maggio a Portella della Ginestra la Banda Giuliano spara su una folla di inermi contadini ad un comizio sindacale. 11 morti e 27 feriti. Sappiamo tutto degli esecutori, meno dei mandanti.

Il 1° agosto l’Italia svaluta del 55% la lira sul dollaro. C’era anche quando stavamo peggio. Teniamolo a mente.

il 27 dicembre il Capo provvisorio dello Stato Italiano promulga la Costituzione. Spesso vilipesa, è ancora l’unica garanzia di democrazia di questo Paese.

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24 thoughts on “1946 – Enrico De Nicola

    1. Anche il secondo, Einaudi. In realtà molta della nomenclatura dell’epoca lo era. Erano figli di un mondo. Lo servirono, in molti casi, meglio di quanto abbiano fatto poi i figli della Repubblica.

    1. No, era anche questo. Se no non citerrei i fatti salienti della durata in carica. E quello, la si pensi come si vuole, fu un fatto saliente. Non solo il primo fatto di cronaca nera che appassionò il Paese ma anche una storia insieme assolutamente antica e moderna. Sul fatto che quello da sprangare fosse lui, non sussiste invece dubbio alcuno 😛

  1. posso un piccolo errata corrige? sappiamo tutto degli esecutori (di portella, intendo), o quantomeno direi che, anche lì, negli ultimi tempi è stata instillata una adeguata e forse immancabile dose di dubbio sulla veridicità dei fatti raccontata nei cinquant’anni precedenti.

  2. Molto bello, approvo incondizionatamente. Ricordiamoci però che la monarchia fu mandata via per una serie di atti che vanno dal diniego di firma dello stato di assedio di Facta, alle leggi razziali, a Brindisi al rifiuto di dare gli archivi, che finirono allegramente in esilio coi Savoia. Mica bruscolini.

    1. Grazie ‘povna. Come scrivo, fu probabilmente il migliore di una dinastia mai all’altezza. Il che non significa che fosse un gran personaggio, direi anzi sostanzialmente un mediocre. Vittorio Emanuele III fu il punto più basso della stirpe, per tutti gli atti che ben citi. Ma Umberto I appoggiò Bava Beccaris che fece sparare sulla folla che chiedeva il pane. E lo stesso Vittorio Emanuele II non fu un grandissimo re. Il Paese lo unificò, sì, ma molto male. E alcune conseguenze le paghiamo ancor oggi. Posso altresì aggiungere che sono fervidamente repubblicana, oltre che per le citate ragioni, per il fatto che un presidente della repubblica inetto lo puoi anche cacciare subito, o alla peggio, se ne va dopo sette anni. Un re è più difficile da far abdicare. E, in subordine (ma non troppo), quando penso che ci sarebbero toccati in sorte Sconfitto Emanuele (quello dal fucile facile, dalle amicizie equivoche e dall’inclinazione per le escort) e il di lui figliolo sin qui distintosi per reality di dubbio gusto, pubblicità di sottaceti e passaggi a Sanremo, non posso esimermi dal pensare che, a confronto, i presidenti della repubblica sin qui toccatici in sorte sian stati personaggi di raro spessore.
      Ma, pur tutto ciò premesso, credo che, nello specifico, una Repubblica matura, com’era l’Italia negli anni ’80, che poteva anche avere mille problemi ma di certo nessun rigurgito monarchico, avrebbe potuto, e fors’anche dovuto, chiudere la vicenda dell’esilio consentendo a Umberto II di morire dove gli pareva più acconcio. In parte perchè di tutta la dinastia era stato senz’altro il meno colpevole (il padre lo disistimava profondamente, quindi non credo avesse gran voce in capitolo), si era comportato con oggettivo senso di responsabilità nei giorni del passaggio da monarchia a repubblica, e comunque mai, dall’esilio, si era intromesso nella vita politica italiana, e soprattutto perchè una democrazia quale era l’Italia di quegli anni avrebbe dovuto comportarsi con un equilibrio che non ebbe. Ma questa è un’opinione assolutamente personale.

      1. Condivido tutto; sull’ultimo passaggio, la morte di Umberto II, sì, a patto che riconsegnasse gli archivi. Che sono in realtà il passaggio più grave compiuto dalla famiglia in quanto tale. Senza archivi, non ci doveva essere ritorno. Come invece, purtroppo, negli anni Novanta (o primi Duemila, ora nemmeno ricordo) è stato.

      1. D’accordissimo. Pure, mi sembra che tra tutti loro il presidente monarchico spicchi con una grazia tutta particolare (naturalmente concordo in pieno con la povna, la questione degli archivi è da lavare col sangue. Il loro, si capisce)

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