And they go out tonight, driving to nowhere

La mia macchina ha sforato quota 120.000. Intesi come chilometri, ovviamente.

Meno di 3 anni. Al netto di voli aerei e auto in affitto.

Tanta strada, tanta roba, tanta vita, tanto lavoro.

A me piace guidare. E’ il mio mezzo di trasporto d’elezione. Subito dopo, o subito prima dell’aereo.

Il treno no. Treni ne ho presi tanti, tantissimi, probabilmente troppi, negli anni universitari.

Nelle narici ancora l’afrore del trenino dell’amore, quella specie di inferno in terra che era il Torino-Milano. Pendolari stravolti, prostitute altrettanto stravolte. Per noi che salivamo a metà percorso solo posti in piedi, ammassati come le vacche. E il coraggio di chiederci il biglietto, pure. Fu lì che mi ripromisi. Appena posso, mai più.

Navi, solo se necessario. Mi mettono a disagio. E da prima, molto prima, della Costa Concordia. D’altronde amo poco anche isole piccole ed atolli. Ecceziono per Sicilia, Sardegna e, in generale le isole maggiori. E, eccezione nell’eccezione, per il traghetto da e per la Sardegna, che, purtroppo, l’amata macchina non si imbarca da sola (per il momento).

La macchina, il grande amore.

La prima, una A112 scassata come me, senza servosterzo (da ferma, pareva di manovrare un camion), che d’inverno partiva a speranze e preghiere, e con un attento dosaggio dell’aria.

Ti mettevi lì e con perizia certosina dosavi laria ‘ingrassando’ il carburante e sperando che la creatura partisse.

Dopo di lei, infinite altre. Grandi e piccole. Veloci e lente. Con cambio manuale e con quello automatico, che, sia messo agli atti, tendenzialmente detesto, ma che su certe cilindrate, è imprescindibile.

Viaggi che restano scolpiti nella memoria. Strade che non dimentichi.

Una coda di quattordici ore, di cui almeno tre sotto una cazzo di galleria. Frontiera francese chiusa per frana. Inverno pieno. Culo gelato. Motori spenti. Acqua a bordo che non puoi manco bere (che se no ti tocca pisciare, eh sì, ma dove?). A Ventimiglia mi sarei buttata nel dirupo, pur di uscirne.

Sull’Appenino. A marzo. Nevicata da paura. Panico generale. Camion di traverso. Scendo dalla mia macchinetta e con due abili mosse caccio su le catene (clic-clac, ci riuscirebbe anche una scimmietta) e arrivo a Roma, un’infinità di ore dopo, giurando a me stessa che mai più. E da allora sempre passata per Firenze, nonostante s’allunghi abbastanza.

Un ritorno da Venezia. Nebbia da Mestre fino a piccola città bastardo posto. Mai più vista così tanta nebbia in vita mia. La sensazione straniante di non sapere da dove vieni, di non sapere dove vai. Sperando di non finire sotto un camion (nel senso di piantata sotto il camion).

Un viaggio Basso Piemonte-Monaco di Baviera. Andata e ritorno. in giornata: Quest’inverno. Neve in Svizzera. Pioggia in Germania. 14 ore in macchina per stare un’ora dal cliente. Partita di casa alle 5. Tornata alle 3. E alle 8 di nuovo in ufficio. E sentirsi ancora giovani, ancora baldi, ancora forti. E sapere che fra 10 anni, col cavolo una tirata del genere. Steso in p.s. finisci.

La sensazione di casa ogni volta che uscendo dall’aeroporto infili le chiavi nel quadro comandi della tua auto, accendi la tua radio con la tua musica, ingrani la prima e via, guidando verso nuove rotte. Verso nuove albe, nuovi sogni, nuovi progetti. La lunga strada verso casa.

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