Io sono quella che cantano i poeti*

Io sono quella che cantano i poeti e non quel mascherone, tragico e ridicolo, che caracolla sui tacchi, trascinando anni stanchi di botox.

Io sono quella che cantano i poeti e non quella che ex ragazza, che compete con figlie e amiche delle figlie, anelando una giovinezza che non può esserci, per il fatto stesso di essere trascorsa.

Io sono quella che cantano i poeti e non quelle labbra rifatte, quei seni fuori misura, a sfidare la gravità, quei tatuaggi fuori luogo, a percorrere strade da starlette opinabili a 20 anni, e patetiche a 50.

Io sono quella che cantano i poeti, ma non per trasformarmi in cosa, men che meno in cosa plastificata, per piacere a maschi un tempo giovani ed oggi ad avvilirsi in gare all’ultima carta di credito, nel tentativo di acquistare gioventù in vendita a prezzi di saldo, convinti di poterlo chiamare ancora amore.

*Riflessioni di un pomeriggio di lugliembre.

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10 thoughts on “Io sono quella che cantano i poeti*

    1. Anonima. Se no, avrei citato la fonte. Anonima. Come l’anonima con cui conversavo oggi (anonima nel senso che non la conoscevo), con la sua faccia trasfigurata, le labbra a canotto, i fasti che furono, per fare felice un finto ggiovane che se la fa con una ragazzetta.

  1. Queste riflessioni di un pomeriggio di lugliembre sono perfettamente azzeccate, quelle che cantano i poeti sono DONNE vere, quelle che cercano di imbrogliare il tempo che passa e più passa, più si caricano, sono solo vecchie patetiche.

    1. Donne patetiche, ma anche molto mal accompagnate da uomini che credono di poter comprare la giovinezza con la Mastercard. Come se tutto fosse commerciabile. ed aggiungiamoci pure queste giovinette che son parecchio scaltre. diciamo, nel complesso, un pomeriggio di lugliembre con personaggi dimenticabili.

  2. brutta giornata eh?
    consolati: la mia capa non ha i soldi per la chirurgia ma per il resto… dai capelli lunghi fino al sedere che, improvvisamente, sono diventati “biondi in modo naturale”, ai tacchi con fuseaux e camicie trasparenti in ufficio… una pena senza fine (la mia, che la guardo e devo tacere). io la frequento 35 ore a settimana (lei finisce alle 17, Dio GRAZIE)

    1. Cosa inseguono? Ciò che è stato. E che non tornerà. Ciò che non hanno mai avuto. Fiducia in se stesse. Capacità d’amare (soprattutto per il coté maschile). Ti piaci perchè sei felice di ciò che sei stata ma anche di ciò che hai costruito. Loro, al netto dei conti in banca, no.

  3. Già, tutto squallidamente vero. Il mito dell’eterna giovinezza sembra oggi a portata di mano, o meglio, di portafoglio. Gioventù comprata, la propria e l’altrui. Va bene, e poi? Tanto, prima o poi si muore tutti. Meglio non essersi fatti troppo compatire.

    1. Hai detto la parola giusta. Compassione. Che è quella che provi, dopo il ghigno un po’ malandrino. Che a me sti due, ieri, facevano sinceramente pena. Lei, che ormai di originale, forse, il bianco degli occhi. Temo neppure per piacere a se stessa, ma non perdere lui. Lui. Un trombone, che ha fatto quattro soldi, e crede che tutto abbia il cartellino del prezzo su. E si intrattiene con delle ragazzette senz’altro innamorate. del suo portafogli. Un panorama, umano, che mi ha reso più pesante una giornata di lavoro pre-ferie già pesante di suo.

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