Un giorno ti diranno

– Un giorno ti diranno che non c’eravamo mai, perchè volevamo far carriera. Non è vero, cercavamo solo di fare gli equilibristi

– Un giorno ti diranno che rincorrevamo cazzate, solo per avere sempre più cose. Non è vero. E comunque te lo diranno quelli che quelle cose le hanno avute senza dover fare fatica

– Un giorno ti diranno che i soldi non fanno la felicità. Forse no. Ma rendono liberi, e non è piccola cosa. E comunque te lo diranno quegli stessi che i soldi li hanno avuti sempre.

– Un giorno ti diranno che non vale la pena lottare per un’idea. Non farti fregare. E’ solo che non ne hanno mai avuta una, e non conoscono la differenza

– Un giorno ti diranno che la cultura non si mangia. E avranno assolutamente ragione. Il problema è che, non avendocela, non sanno che fa sentire meno soli, quella disprezzata cultura, nei giorni di tregenda.

 

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13 pensieri su “Un giorno ti diranno

  1. uh. sottoscrivo tutto, anche se traballo un po’ su quel “rendono liberi”. capisco perfettamente cosa tu intenda, capisco perfettamente cosa tu intenda per libertà quando mi trovo di fronte ad una casa da desiderare, ad un viaggio da rincorrere, a un vestito da acquistare e rimango lì, immobile, sfiancato dall’irraggiungibilità: dei desiderata che si scontrano con precarietà e finanze sottozero o con il dover fare a patti con la propria coscienza e con l’aiuto parentale. è che, mannaggia, quanto stona detto così.

    • No. Non mi riferivo a quello, in realtà. Rende liberi di dire che questo lavoro, questa porcata, questa solenne puttanata, semplicemente non la fai. Rende liberi di dire che non te ne frega un beatissimo che ti caccino a calci in culo, perchè domani mangerai lo stesso. E dopodomani, pure. Rende liberi di dire no. Vale per chi fa il mio lavoro. Ma vale anche per il cassintegrato FIAT costretto da Marchionnea dir di sì anche quando sarebbe: ‘ma manco per il cazzo’. Però comprendo che si potesse intenderlo anche alla tua maniera. Ma non sono venale. E’ uno dei pochi pregi che mi ascrivo, invero.

  2. Anche io molto d’accordo sulla tua versione del “rendono liberi”. L’ho vissuto in prima persona, e non perché ne abbia tanti, ma perché, tanti anni fa, al bivio tra il secondo (tra l’altro, il secondo, dunque una cosa fichissima!) che desideravo di più da sempre e il primo, ho scelto il secondo, perché ho scelto indipendenza economica e (dunque) culturale e sociale. Non me ne sono MAI pentita. E questo mi ha consentito di dire una marea di no, quando volevo; e anche di sì, quando volevo.
    Perché, e più invecchio e più lo penso, lo zio Marx aveva visto parecchio giusto, in margine all’homo economicus.

  3. Sui soldi, vero. Mio padre diceva “ricordati che non c’è indipendenza se non c’è indipendenza economica”. Parole sante. E comunque la Nana e’ una bambina fortunata, con una mamma così tosta. Di sicuro l’ha già capito.

    • Grazie, cara. Tosta, non saprei. Diciamo che la vita mi ha costretta a nuotare, e pertanto nuoto, che temo sia leggermente diverso. E anch’io provengo da un mondo dove, uomo o donna che tu fossi, l’indipendenza economica era la prima cosa che ti insegnavano.

  4. e magari ti diranno anche che avergli dato tanto non è necessariamente un bene perché a volte è meglio crescere nelle difficoltà e soprattutto farsi le ossa da soli..io questa l’ho sentita in diretta e, per fortuna, non era figlio mio altrimenti non avrei esitato a chiarirgli molto bene il concetto di solitudine e difficoltà!

    • Posto che dare tanto lo trovo pedagogicamente scorretto e che dovremmo trovare il giusto mezzo e dargli il necessario, per non togliergli quella sana ambizione (in senso etimologico di ambire a qualcosa che è fuori dalla nostra portata) che da sempre è il motore dell’evoluzione, un’affermazione come quella è figlia di un’assenza di conoscenza del concetto stesso di solitudine e difficoltà…

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